BLOIS, FIRENZE E L’AUTUNNO DI UNA VOLTA

Ultima trasferta dell’anno, che credevo fosse verso i caldi venti del Santa Ana californiano, e che invece avrà la caratteristica delle gelide temperature della Francia centrale.
Infatti non ricordavo più di avere questo ultimo impegno promozionale, e meno male che l’editore mi ha inviato una email per ricordarmelo, altrimenti avrei fatto una pessima figura, perché avevo programmato un viaggio nello stesso periodo per andare dal CTN a Burbank. Tuttavia BDBOUM, dove sono diretto, è un festival tra i più grandi e con moltissimi autori (credo che siano intorno ai 200) e svariati eventi, per cui andare non è mai un sacrificio ma una piacevole consuetudine, perché è un avvenimento importante e ben organizzato, di cui Bruno Genini è il perfetto responsabile.

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Il manifesto del Festival realizzato da Emmanuel Lepage.

A conti fatti però, tra due giorni di lezione a Firenze, quelli della manifestazione ed ancora due giorni all’Accademia Nemo per le lezioni della prossima settimana, sarò fuori casa per quasi dieci giorni. Avevo previsto con l’abbondare dei giorni, un ampliamento del mio report con estensione fiorentina, includendo anche le mirabolanti avventure nel capoluogo toscano, avventure però, che con l’intensità delle lezioni e la scarsità del tempo, sono rimaste nella tastiera. E adesso sono qui a scrivere mentre col volo Air France (insieme al mio amico e collega Gradimir Smudja) siamo indirizzati verso Parigi Charles De Gaulle, come sempre.

Il tempo non è splendido, ma rimane un’oasi di tranquillità all’interno di un periodo meteorologicamente instabile, che ha riportato alla memoria di tutti quello che rappresenterebbero gli standard del periodo autunnale, se per anni non ci fossimo abituati al tempo mite, riportando come protagonista: la pioggia.
Ma siccome siamo nei tempi dell’abbondanza e dell’esagerazione, per mancanza endemica in ogni cosa della giusta misura, ne ha portata fin troppa, per cui sono
proliferati allarmi di ogni colore, sono esondati fiumi, sono state chiuse scuole, sono caduti alberi, e si alzato il livello del mare affogando una delle più belle città d’Italia, della serie quando si devono fare le cose, che vengano fatte al meglio; e nella scala negativa dei valori, questo Paese non lo batte nessuno, neanche allo scatenarsi di eventi di cui non è neanche il diretto responsabile.

Dopo anni in cui siamo stati quasi indivisibili, tra mostre e festival, io e Gradimir, il mio compagno di viaggio, abbiamo avuto un intervallo di qualche anno in cui, per vari motivi, mancando le coincidenze necessarie, abbiamo diradato le nostre partecipazioni insieme, vedendosi solo di sfuggita. Ma a Lucca, saputo che avremmo avuto le stessa destinazione (e da pochi giorni gli stessi orari e i medesimi mezzi di trasporto), abbiamo concordato l’incontro all’aeroporto Amerigo Vespucci.
Gradimir è un serbo molto simpatico, che con la famiglia è fuggito dall’ex-Jugoslavia per tempo, girando l’Europa e stazionando in Germania prima e in Svizzera poi, per finire con l’intera famiglia, in quel di Capannori, vicino a Lucca, dove abita da molti anni. È un autore completo e un incredibile artista, ed uso il termine “artista” (per me cosa abbastanza rara) perché le sue tavole sono davvero una gioia per gli occhi, belle, multicolori, ricche di dettagli e infinitamente suggestive, al punto che lavora moltissimo con la vendita dei suoi originali, molto ricercati quanto apprezzati. È amato dai suoi lettori e da molta altra gente, ma come succede con autori molto bravi che realizzano opere con un alto valore commerciale, alcune di queste usano la loro presunta “amicizia” per scroccargli qualcosa o per cercare di avere prezzi e offerte di favore, finendo così spesso vittima della propria bontà e generosità. Con me ha un curioso rapporto di fiducia, che negli anni si è consolidato e che mi fa apparire ai suoi occhi un po’ come una sorta di “grillo parlante” che gli da dei consigli (spero utili),  non sapendo che anche il sottoscritto in realtà, ne avrebbe molto bisogno. Così ci apprezziamo molto, ci lega una certa complicità, ore di chiacchiere insieme (specialmente quando un tempo andavamo ai festival in auto) e un amicizia sincera.
Non essendo però vicini di posto in aereo, causa un check-in on-line fatto direttamente dall’organizzazione, ci troviamo a tre file di distanza e questo mi ha permesso di iniziare questo report, mentre dal finestrino un bel sole risplende sulle Alpi innevate di una neve che sicuramente farà felice legioni di gestori di stazioni sciistiche dell’arco alpino, preludio a una stagione invernale che è iniziate con tempistiche perfette.

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Firenze si fa natalizia, la grande mela in via Tornabuoni.

A Parigi abbiamo due ore di tempo prima di prendere il TGV in direzione di Bordeaux, ci sediamo a un baretto e mi mangio un panino, la conversazione scorre tranquilla: i problemi di lavoro, la famiglia, la politica.
Una mezz’ora prima della partenza ci avviamo verso il terminal dei treni, il nostro pare in orario, ma avendo le aperture verso l’esterno, il freddo e la nebbia che nel frattempo ha catturato la città, si sente tutto e riprendiamo giacconi e sciarpe, la Francia è tutta qui, spiegabile in una dozzina di gradi celsius di differenza.
Sul treno veloce ci separiamo di nuovo, io ho il 23 mentre Gradimir il 101, anche se la vettura è la stessa.
È ovvio che non tutte le ciambelle riescono col buco, la coincidenza che dovremmo prendere a Saint Pierre de Corps ha un intervallo di ben 11 minuti tra il nostro arrivo col TGV, e il regionale che dovremmo prendere ma, come si dice, il problema non si pone, perché pur arrivando in orario, seppur con minimo scarto, scopriamo che il nostro treno è stato soppresso. Da un lato è quasi un sollievo constatare che anche in Francia qualcosa va storto, i treni ritardano e vengono soppressi è il tutto si avvicina al nostro paese, dall’altro però, prende forma il reale giramento di coglioni.
Scopriamo che il treno successivo che potremmo prendere parte quasi mezz’ora dopo, in fondo non è una tragedia: aspettiamo.
Il fatto è che anche questo comincia ad accumulare ritardo, prima dieci, poi quindici, fino ad arrivare a quaranta minuti di ritardo, telefoniamo all’organizzazione per avvisare del nostro ritardo ma poi, alla fine, ci accorgiamo che esiste un’altra opzione sulla stessa linea funestata da problemi, è in transito infatti un altro treno in direzione Orleans che ferma a Blois-Chambord.
Increduli aspettiamo e, con mille titubanze, alla fine lo prendiamo, è carico di pendolari che rientrano a casa, alcuni di loro muniti anche di biciclette e dobbiamo perciò stare in piedi condividendo spazi angusti, ma alla fine con un’oretta e mezza di ritardo ce la caviamo.
Scopriamo di non avere le camere nello stesso hotel, Gradimir alloggia al Novotel, io all’Ibis, facciamo intanto il check con lo chauffeur che ci attende paziente, per portarci in seguito al ristorante Monarque, dove è prevista la cena del giovedì.
È freddo, ma il calore degli ospiti ci accoglie con entusiasmo e facciamo subito la conoscenza con nuovi e vecchi amici, gli organizzatori Bruno Genini, Tomás, Julie, Jean-Pierre, Jean-Charles e Valeriè, il nostro contatto logistico, poi ci sediamo e ceniamo, accanto a me Michel Jans di fronte Barbaud, nel tavolo opposto Serge Le Tendre e Emmanuel Lepage.
La giornata, lunghissima e stancante si può dire che finisce qui, sia io che Gradimir lasciamo a poco a poco scemare la conversazione, non ne abbiamo più, è l’ora di andarsene a letto e noi, docilmente ci ritiriamo.

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La scalinata dedicata a Lucky Luke e comprimari, i personaggi di Morris e Goscinny che ancora oggi cavalcano da protagonisti le classifiche di vendita del mercato franco-belga. 

Sveglia con il sole, e non è poco, visto che vengo da giorni e giorni di pioggia, ispira quasi fiducia.
Mi dirigo alla scalinata che riporta Luky Luke, Saltafossi e uno dei fratelli Dalton, per chi conosce il personaggio di Morris e Goscinny, scatto una foto e mi dirigo verso la piazza principale dove sono allocati la tenso-struttura e il fulcro della manifestazione.
Sono nel padiglione all’interno del palazzo Halle aux Grains lo stand Mosquito è situato qui, insieme ai grandi, quei pochi che ci sono (io ho visto solo Futuropolis), al piano superiore la mostra di Boucq, e quella di Noctambule, faccio un veloce giro ma sono un po’ in ritardo e non mi piace farmi aspettare, per cui vado a posizionarmi e, inutile dire, comincio per non fermarmi più fino alle 13,00 e oltre.
Vado diretto al Novotel (tre minuti a piedi) dove saranno serviti pranzi e cene per l’intera durata del festival, ma qui mi trovo di fronte a buffet già assaliti e tavoli con pochi posti liberi (i tavoli da otto posti disseminata al piano terra dell’hotel sono davvero tanti) , del resto la tribù da foraggiare è enorme, mi siedo in uno dei pochi tavoli dove ancora rimangono qualche posto libero.
Gradimir non si vede all’orizzonte, non so dove sia anche perché non ho visto nulla, potrebbe anche essere allo stand di fianco a dove sono io (in realtà non molto distante). Sono al tavolo di Achdé, il disegnatore di Lucky Luke (ironia del destino) quello cioè che ha preso il posto di Morris alla sua morte, è simpatico e ci conosciamo da tempo, a dire il vero c’era anche la sera prima e ha tentato di salutarmi ma evidentemente non l’avevo visto. Poi accanto a me siedono una giovane coppia simpatica di benevoles, Tomàs e Julie, che mi era stata presentata la sera prima, e in loro scambiamo quattro chiacchiere amabilmente, fino a che non arriva Gradimir con Darko Perovic, un serbo che lavora anche per Bonelli e che conosco dai tempi di Makraska, e terminiamo il pranzo siete.

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Un italiano tra balcanici, Ivan Stojkovic, Darko Perovic, l’italico e Gradimir Smudja.

Poi ci dirigiamo alla biblioteca pubblica per vedere la mostra organizzata da Mosquito: “Il western italiano”, che comprendono riproduzioni di Battaglia, Toppi, Serpieri, Vianello, Serpieri, Tisselli e il sottoscritto, qui incontriamo Baru con la moglie con cui amabilmente conversiamo e che dimostra di apprezzare le mie opere.
Un breve giro nel padiglione esterno sotto la tenso-struttura, per vedere ulteriori postazioni di disegnatori e ulteriori espositori, poi di nuovo a lavoro.
Sarò monotono ma qui devo staccare inevitabilmente, perché riprendo alle 15,00 e vado sparato fino alle 19,00, per poi dirigermi da Gradimir che deve terminare (è un classico), mentre rischiamo che spengano le luci dell’esposizione, poi con Jean Charles, Gani andiamo diretti fino al Chateau de Blois dove si inaugura il festival.
Arriviamo in tempo per vedere la parte finale e per dirigerci come tutti verso il buffet, e qui è un proliferare di personaggi e colleghi che conosco, Lax (Christian Lacroix), Baru, Loisel e consorte e scambiamo due parole tra tutti.
Poi con leggero anticipo ci dirigiamo verso il Novotel, qui verrà servita la cena e quando arriveranno tutti (non a caso molti se ne sono già andata) ci sarà l’accaparramento dei posti per andare “con chi”. Al Novotel scambiamo quattro chiacchiere con Zidrou, e Gregoire  Sagan (Gradimir in questo è una calamita, s’intrufola tra le persone con battute e sorrisi, ha una grande capacità di condivisione che un po’ gli invidio, io anche se non mi tiro mai indietro ad ogni conversazione, sono molto più orso), il primo è un famoso sceneggiatore mentre l’altro un editor di Delcourt, poi andiamo a sederci al tavolo di Hermann due organizzatori di mostre e poi arrivano Etienne Le Roux un disegnatore e Gregoire, e con quest’ultimo è molto simpatico conversare per tutta la sera, essendo editor e librario al tempo stesso, è interessante scambiare opinioni su molte cose, spesso finendo per convenire sulle stesse considerazioni.
C’è da dire che a tutti invidio un po’ dell’entusiasmo che dimostrano nel fare, nell’esserci e nel parlare, io sto al gioco (vi giuro che non si percepisce, anzi) ma talvolta faccio tutto solo per legittimare la mia presenza, a volte mi sembra di essere estraneo, a volte meno, alla fine mi convinco di essere nel posto giusto, ma mi pare una convinzione più accettata che sentita.
Io sono alloggiato all’Ibis, non è lontanissimo ma devo uscire e imbarcarmi in una camminata, e approfittando in un momento di stanca, prendo la palla al balzo e, come spesso mi accade, improvvisamente saluto tutti, mi alzo e me ne vado (anche Gradimir approfitta e mi segue).
Ecco, in certe occasioni ho la netta sensazione di non essere capace di sfilarmi dalle situazioni con eleganza, quando mi accorgo che mi sto rompendo le palle non faccio discorsi: mi alzo e me ne vado. Sono incorreggibile, lo so, ma faccio sempre lo stesso, non riesco a modificarmi, ho il timore di essere preso per scontroso anche se un minuto prima conversavo con chiunque, ma poi al momento che mi scatta il momento dell’addio, non mi perdo in convenevoli inutili.
Spero di non apparire scortese.
Ad ogni modo: buona notte.

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La mostra “Le western italien” organizzata da Mosquito presso la Bibliothèque Abbè-Grégoire.

Mi sveglio riposato, il letto dell’Ibis devo riconoscere che è comodo, fuori si capisce che la notte non si è risparmiata e ha gettato acqua su Blois a dintorni, e il cielo minaccia ancora pioggia.
Ma per fortuna al momento di uscire la minaccia è rimasta tale, e tranquillamente arrivo alla piazza della manifestazione, un breve giro e un saluto a tutti per ricominciare come se non avessimo mai terminato.
E va così fino alle 13,00.
A pranzo sono con Michel e “Cisco” Francisc Grimalt, autore catalano di Mosquito, è simpatico e parliamo amabilmente per l’intero pranzo, io alla fine li lascio per dirigermi verso la biblioteca, voglio fare un paio di foto all’esposizione con la mia camera. Prima di rientrare allo stand faccio un giro al padiglione esterno, qui trovo Gradimir e Darko allo stand di autori serbi, ed insieme andiamo a prenderci una birretta.
Poi il valzer ricomincia a suonare intorno alle 15,00 e da qui fino alle 19,00 non smetterà più di intonare la sua melodia: una faticaccia.
Mi metto ad aspettare Gradimir che non è felice fino a quando non vede le luci spegnersi, e invece di andare al cinema Lobis dove consegneranno i premi, ci dirigiamo al Novotel dove anche stasera sarà servita la cena, e ben presto scopriamo che alla premiazione ci deve davvero essere poca gente, perché alla spicciolata arriva un sacco di persone, che si mette a sfumacchiare fuori dell’albergo in attesa di entrare.
All’interno dell’hotel c’è chi si fa l’aperitivo, a Gradimir viene offerto una bevuta ed a me pure, e dovendo scegliere scelgo uno Champagne, che mi viene offerto da Gregoire, l’editor Delcourt, scroccandoglielo vilmente (giuro, pensavo fosse offerto dall’organizzazione e comunque non pensavo che l’offrisse lui).
Ci sediamo allo stesso posto della sera prima, accanto però ho Gani Yakupi un simpatico sceneggiatore di origine kosovara e oltre lui c’è di nuovo Hermann con la moglie, e sull’altro un Gradimir stanchissimo (come se io fossi fresco come una rosa). La cena scorre in modo  piacevole anche se molto lentamente, si è dovuto attendere chi realmente era andato alla premiazione (oltre ai premiati), poi mentre Gani si era alzato per andare a salutare un collega, con Hermann ci mettiamo a parlare… non ricordo più di cosa, ma a un certo punto, avendo accanto a me uno dei miei miti di disegnatore dell’età adolescenziale, non posso fare a meno di dirgli della prima volta che vidi il suo Comanche, pubblicato in bianco e nero sul Corriere dei Piccoli, e di come mi lasciò a bocca aperta. E il ricordo è così nitido che lo riverbero ancora: Red Dust con la sella a terra alza il braccio col fucile per fermare la diligenza, esattamente come John Wayne interpretando Johnny Ringo in Ombre rosse (Stagecoach) di Ford, dietro una collina piena di alberi di basso fusto”: una folgorazione.

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La cena del sabato presso il Novotel, da destra: Gradimir Smudja, il sottoscritto, Gani Yakupi e Hermann.

Hermann ride consapevole e di gusto dopo la mia circostanziata descrizione, e si lascia scappare un “…erano bei tempi” che dice tutto, e poi mi soffermo sul veloce duello di Red Dust con Hondo poche vignette dopo, un pistolero evidentemente assoldato per fare sloggiare Comanche dal suo ranch, un duello mitico perché si consuma senza che il lettore veda sfoderare le pistole perché lo si legge unicamente attraverso gli spari e il volto stupito del postiglione. Tanto è veloce Red Dust che nella vignetta dopo lui ha già la pistola nel fodero e sull’avversario ancora in piedi, con la pistola in mano ma col volto stupito di chi è stato fregato in velocità
Nell’aria solo un po’ di polvere.
Mitica.
Anche qui Hermann sorride compiaciuto ( al contrario di chi lo definisce un burbero scontroso), ma io credo che l’idea fosse tutta di Greg, altro gigante della sceneggiatura.
La cena continua lentamente portata dopo portata, ma dopo il formaggio, pietanza imprescindibile per ogni pranzo francese, io e Gani decidiamoci allontanarci, siamo tutti e due ospiti dell’Ibis e ci attendono cinque minuti di passeggiata che scorre tranquilla in una serata mite e senza pioggia.
Stop.

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La Halle aux Grains, la struttura centrale dove si svolgeva la manifestazione. Nella foto centrale la tenso-struttura esterna con ulteriori stands.

La sveglia della domenica suona su un giorno stranamente limpido, con un cielo senza una nuvola, quando dalle previsioni doveva dare acqua… segno che il meteo non è una scienza esatta neanche qui.
Prima di dirigermi alla manifestazione, e complice il sole che fa risplendere anche le cose più grigie, vado verso il castello per scattare alcune foto, la sera di venerdì in occasione della inaugurazione avevo il cellulare spento e non ho potuto farvi delle foto.
Il castello, la piazzetta e l’architettura francese è inconfondibile, e non mi meraviglierei se vedessi uscire da una porta un moschettiere, potenza delle convenzioni.
Poi di nuovo al festival, e cominciamo come sempre, allo stand ho già tre persone che mi aspettano, ma vanno a dormire questi?
Alla fine della mattina, con Michel che mi aveva già invitato ad andare a pranzo, mentre sto terminando l’ultima dedica, mi ritrovo di fronte un bambino di circa otto o nove anni con un padre giovane e teneramente attento, si mettono a sfogliare un mio libro, il bambino mostra un interesse fuori dall’ordinario, gira e si rigira le pagine osservandole con attenzione, e il padre lo asseconda parlandogli amorevolmente e spiegandogli molte cose: sono meravigliosi. Alla fine si fanno fare una dedica (ma è ovvio che è per il figlio, davvero innamorato di ciò che aveva visto), io non posso fare a meno di confermare al padre lo stupore e la bellezza di vedere un bambino di quella età così interessato (in Italia ne ricordo solo uno che venne portato via con decisione dal padre, neanche fossi un pusher di metanfetamine) ma non gli dico che il suo amore e la sua attenzione mi hanno colpito altrettanto, e lui mi confessa che dall’età di quattro anni il figlio divora fumetti e disegna con amore e passione e che lui asseconda questa sua vocazione, chiudendo così un quadro talmente edificante da sembrare quasi finto.
Fare dei paragoni diventa antipatico ma sopratutto autolesionista, ad ogni modo avere un figlio in quel modo può essere possibile solo in un paese dove alla cultura non è riservato lo sgabuzzino ma un posto di primo piano, dove le maestre e le scolaresche (venute in gran numero il venerdì mattina) sanno di cosa parlano e sanno cosa dire, e dove uno spazio permanente è destinato al fumetto dove periodicamente si allestiscono mostre di autori, e realizzate come Dio comanda.
E poi avere un figlio così è possibile solo con un padre del genere, vi garantisco che vederli uniti in quella complicità mi ha riscaldato il cuore, e sono andato a pranzo più felice, anche perché ho pensato che, probabilmente, quelle pagine potrebbero rappresentare per quel bambino un ricordo esattamente come quello che è stato per me quelle di Hermann, e la cosa mi ha fatto piacere, sopratutto pensando a quanto seppure col nostro piccolo, infinitesimale contributo, possiamo modificare nella vita degli altri, magari migliorandola.
Poi, saltato il momento libro Cuore, con Michel ci dirigiamo al Novotel, qui ci accomodiamo ad un tavolo a sei con Gani, Francisc Grimalt, un autore libanese e un critico di ActuaBD, Didier Pasamonik, un sito tra i più importanti del panorama francese, di questi non ce n’è uno della stessa nazione, neanche fossimo una delegazione delle Nazioni Unite. Qui la conversazione è piacevole, ma alla fine mi stacco da tutti per andare a vedere la mostra alla Maison de la BD di Emmanuel Lepage, un amico e collega di rara perizia grafica e raffinata tecnica, uno dei più bravi disegnatori francesi in circolazione.
Ritorno allo stand e trovo un giovane italiano di nome Vasco (ricordo la dedica), che insegna Storia della Musica all’Università di Tours e vive in quella città da quindici anni, è un appassionato di fumetti e il padre è stato l’artefice di questa passione, sia lui che il genitore sono miei appassionati lettori e mi conoscono dai primi Nathan Never. Ancora non si è formata la fila e ci mettiamo a parlare, mi racconta le sue vicissitudini e mi descrive la facilità di entrare all’università in un concorso per cinque aspiranti, di cui tre francesi (prima gli italiani!!! tanto per non fare paragoni), evidentemente era il migliore e qui, come per magia, le qualità vengono premiate, do you remember something?
Purtroppo devo lasciare la conversazione, arrivano altri lettori e non si può cazzeggiare, il tutto procede tranquillamente, il pomeriggio è meno intenso degli altri giorni e arriviamo all’ora di chiusura senza patemi.
Un saluto agli autori in partenza che ci capita di incontrare, e una birretta giusto per sfruttare gli ultimi tickets rimasti che regalo a Gradimir che decide di rimane per aspettare i compari serbi, io mi dirigo di gran carriera all’albergo, alle 19,00 inizia la partita di Volley di mia figlia e non mi voglio perdere lo streaming Facebook, visto il prospettarsi dell’inaspettata possibilità di vederla.
E infatti non lo è, al seguito della squadra manca l’accompagnatore che detiene la telecamera che viene posizionata per fare la riprese, per cui salta tutto mi ritrovo solo nella camera.
Motivo in più per rilassarsi.
(PS La partita è finita 3 a 2, perdevano di due set a zero de hanno rimontato di due set per finire al tie-break vincendola 15 a 13, mi sono perso probabilmente la più bella partita di questo scorcio di stagione, esattamente come la gag di Raimondo Vianello che durante una partita di calcio alla TV che naviga su uno stanco 0 a 0 gli si spegne il televisore al 43imo minuto del secondo tempo, e quando il video gli riappare è terminata con un 5 a 4, e il contrasto diviene esilarante).
Alla cena stasera siamo molti meno, solo pochi autori (quelli che partiranno il giorno dopo) e tutti i benevoles che, anche se ancora devono terminare alcune cose, si godono il meritato relax di fine festival. Ma sono stanchi e poco ciarlieri, lo si legge nei loro magri interventi, il down dopo l’adrenalinica pressione dei giorni precedenti si fa sentire.
Al tavolo con un simpatico Fabrice Meddour, Bruno, Jean Pierre, Jean Marc ed altri, Gradimir trattiene tutti con l’ascolto di una sorta di personale playlist di musica (e dentro c’è davvero di tutto, dai Daft Punk a Dalla, alla musica galiziana, da Ennio Morricone fino a Brassens) poi, come il giorno prima, arriva la mia adunata, alzo il culo e mi permetto (sicuramente per merito della riflessione del giorno precedente) di salutare tutti i presenti al tavolo (e non solo), ma mi guardo bene di andare nell’altra stanza, per poi dirigermi diretto all’uscita, con un senso incondizionato di liberazione, vivendo il mio arrivo all’hotel come un grande traguardo.
Lo so che sembro esagerato, ma in certe situazioni ci sguazzo con tanta tranquillità da rasentare la consuetudine quanto riesco a stufarmi in un nanosecondo e abbandono il convivio. Che volete che vi dica?

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Alcune immagini di Blois, nell’ultima foto il tranquillo scorrere della Loira.

È lunedì mattina, e oggi che posso dormire di più mi sveglio alla stessa ora, ovvio.
Faccio colazione e cazzeggio col Wi-Fi, scribacchio e mi angoscio, controllo la partenza e le coincidenze dei treni e sono in ambasce per Gradimir che è alloggiato altrove, deve venire al mio hotel, ma deve anche disegnare qualcosa alla manifestazione e, conoscendolo, so che può perdere la cognizione del tempo e arrivare in ritardo, e non riesco ad agganciare il suo cellulare, mi suona a morto.
Ora, la nostra tranquillità ce la guadagneremo una volta seduti sul TGV a Saint Pierre de Corps, ma fino a lì tra partenza da una stazione minore e che all’andata non è stata così sicura avendo soppresso un treno ed essere arrivati con un’ora e mezza di ritardo, e i soli venti minuti di tempo per prendere il TGV, autorizzano il mio stress non solo a sguazzare in un’orgia di divertimento ma a garantirsi una piena realizzazione.
Staremo a vedere.
Adesso, seduto nella hall dell’Ibis in attesa del compare e del successivo trasporto, non mi resta che osservare lo scorrere della tranquilla vita cittadina della provincia francese, nel grigiore di questa giornata piovosa, uggiosa e anonima.
Arriva Valerie con la sua vettura privata, gli altri chauffeurs oggi lavorano e tocca a lei, è in perfetto orario e almeno questo step lo abbiamo superato brillantemente.
Al binario 6 della stazione di Blois-Chambord il treno ha cinque minuti di ritardo, che recupera tranquillamente arrivando in orario, ma qui assistiamo alla gestione dei “furbetti” locali, il controllore (che curiosamente qui controlla) arrivato di fronte al wc, trovandolo chiuso, bussa per verificare che chi è all’interno gli mostri il suo biglietto, questo tergiversa un po’ troppo, e dopo averlo richiamato più di una volta ha chiamato un suo collega e hanno aspettato che uscisse, appena è uscito ha giustificando i suoi bisogni corporali e tirato fuori un abbonamento che evidentemente era scaduto, questi avranno chiamato la locale Polifer e poi non ho visto l’epilogo perché alla stazione successiva siamo scesi.
Che c’è di curioso? È che sulle linee che frequento io, spesso, in una percentuale altissima non vengono controllati i biglietti e quindi specialmente su alcuni orari i “furbetti” proliferano ed hanno campo facile, i controllori spesso sono soli, per cui l’esito di certe operazioni dipendono sempre da chi ti trovi di fronte e da quanta resistenza fa, anche se c’è da dire che quelle rare volte a cui ho assistito chi ha gestito la situazione lo ha fatto egregiamente, ma temo che le maglie della rete (i controlli) qui siano dannatamente più strette.
Adesso sono sul TGV in direzione Charles De Gaulle, e osservo il mio stress arroccato in un angolo che si fa grigio e sta diventando sempre più piccolo, e so che appena ritorno con lo sguardo su di lui sarà scomparso definitivamente per mancanza di ossigeno. A dire il vero, stare con Gradimir riduce almeno quel tipo di stress, poi lui ti bombarda con le sue riflessioni come fosse un fighter che ha stringo all’angolo l’avversario, ma questa è ad ogni modo tutta un’altra cosa.
All’aeroporto dobbiamo attendere quasi tre ore, spizzichiamo io una specie di torta salata e un panino, dopo aver fatto il check-in on-line a Gradimir, spendiamo un po’ di tempo e ci dirigiamo al gate dopo i relativi controlli. Tra una chiacchiera e l’altra arriviamo all’imbarco ed è qui in fila che mi sorge un dubbio: l’arrivo dei miei amici a Firenze dagli States era previsto alle 19,30, e qui mi sovviene un pensiero: non è che per caso fanno scalo a Parigi e siamo sullo stesso volo?
È in quel momento che mi guardo intorno, magari sono proprio qui, osservo le persone in attesa di passare il gate e scopro a tre metri da me la chioma bianca di Luca, e poi scorgo Federica e Fabrizio, facciamo effettivamente il viaggio insieme, neanche a farlo apposta.
Ma non c’è tempo per parlare, la fila scorre e tutti siamo presi dalle pratiche d’imbarco, ci parleremo in attesa delle valige, perché quasi a voler agevolare la nostra réunion, tra tutte per persone scelgono proprio me per caricare il mio bagaglio in stiva, e sia, non ho nessuno che mi rincorra.
A Firenze saluto Gradimir e ci ritroviamo in sala bagagli, ma ai miei soci non sono arrivati a causa il poco tempo della coincidenza a Parigi, ci lasciamo lì (tanto ci rivedremo l’indomani) e io mi dirigo in taxi all’albergo che mi ospiterà per i prossimi due giorni. Dopo quattro giorni di sapori francesi ho bisogno di una full immersione nella tradizione toscana, il concierge mi consiglia una trattoria tipica a cinquanta metri, e io dopo avere lasciato il bagaglio in camera mi dirigo a spron battuto verso di lei.
Non mi voglio abbuffare, mi basta solo un tuffetto nei vecchi sapori, e ordino insieme ad un buon Chianti, dei crostini col pecorino e cipolle caramellate è una sana è vecchia carrettiera, come solo a Firenze sanno fare.
Nel locale non prende internet, e nell’attesa spesa a guardarmi intorno come si faceva una volta, tra foto alle pareti di celebrità che hanno lasciato dediche e testimonianze, in un locale pieno di giapponesi e di habitué italiani (lo si vede dalla confidenza con cui vengono trattati), mi metto a guardare la litografia del cavallo esposto di fronte a me, che seppur non del tutto orribile mi ricorda quanti scempi sono stati fatti in nome di una presunta “arte”, mai tanto disconosciuta.
Non vi dico la gioia con cui il mio palato ha accolto il tripudio dei sapori delle portate, è ancora qui che mi ringrazia e vorrei che smettesse perché vorrei anche andare a letto, ma tra l’armonia dell’agrodolce della cipolle col pecorino caldo, e l’equilibrio della cottura degli spaghetti tra peperoncino e aglio, il tutto era da applausi.
Mi sono alzato felice, e per la strada qualcuno mi pare perfino che mi abbia indirizzato un ben augurante: “Benvenuto in Italia”, terra piena di stronzi e di difetti ma che sa stare a tavola.
Ma quanto sono banale!
Poi, sarà stato il vino, sarà stata quell’atmosfera che non mi capita di rado (se non fosse per una cosa che mi ha un po’ guastato il tutto), questi momenti di nullafacenza, senza troppi pensieri, in cui ti prendi cura solo di te stesso, non avendo impegni e obblighi a cui sottostare e che se anche durano poco, ti rendi conto di quanto siano importanti, e di quanto poco tempo dedichi a te stesso con quel’ egoismo e quell’amore totale che sono fondamentali per ritrovare un equilibrio fatto di niente.

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Un paio di dediche realizzate al festival.

Siamo all’ultimo di questi giorni di trasferta franco-fiorentina, e sono su un treno che parte più tardi dell’orario abituale, alla fine mi sono detto che aveva poco senso partire a un’ora così mattutina, quando già sapevo che nella mattina non avrei combinato niente di rilevante.
Sono circondato da stranieri che quasi sicuramente mi lasceranno a Pisa, meta turistica appetibile, a scapito di una Livorno che diventa turisticamente meta di transito e scalo solo nel periodo delle crociere, e questo non lo è.
Dopo quasi dieci giorni con la valigia in mano, ho davvero voglia di tornare a orari più tranquilli, il viaggio in Francia è stato piacevole, tanto lavoro nei giorni di festival, ma anche tanti incontri, tante conferme all’interno di una tra le manifestazione più importanti del settore, tra molti colleghi e la necessità di ritrovare certezze che talvolta latitano.
Lo devo dire con un certo rammarico, sentirei più la mancanza di festival francesi che di quelli italiani, accusatemi di esterofilia, fate come volete, ma la professionalità, la serietà, e l’interesse generale che si respira oltralpe, oltre al disagio di ammettere questa supremazia dei cugini, non ha paragoni in terra italiana.
A parte alcune realtà, attive da anni e con una solida esperienza e credibilità, in molti casi e per molti festival per lo più locali, oltre che sembrare di partecipare alla “sagra della porchetta”, il disinteresse per il medium fumetto è l’unico legame (a parte alcuni cosplayer che si agitano dentro a costumi colorati a volte non conoscendone neanche l’origine), spesso è totale e relegato solo alla semplice curiosità da passeggiata domenicale.
Non mi piace ammetterlo, ma è così.
È per questo che devo anche riconoscere che torno più “gratificato” da un qualsiasi festival francofono piuttosto che da manifestazioni come Lucca, dove oramai i lettori interessati pare siano solo dei semplici follower prima conquistati sul web, per poi vendergli il relativo cartaceo, in dinamiche che, seppur comprensibili, trovo estranee.
Sono un nostalgico? Sicuramente sì, per quanto sguazzi da anni dentro le logiche del web, non riesco ad estendere la mia consapevolezza a questo aspetto del mio lavoro che, inevitabilmente, mi piace antico.

Vedo scorrere la campagna solcata dall’Arno e protetta da un cielo grigio ma al momento senza pioggia, mi sembra essere via da non so quanto tempo e,  anche se per diversi giorni sono stato lontano dai miei problemi, preso a fare altro, il ritornare a casa mi è di conforto.

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