Rive de Gier con Tom Waits

No, intendiamoci, non sarò insieme al cantautore americano (che tra l’altro adoro, magari), ma la serata del venerdì, cioè stasera, dovremmo andare ad un concerto dove si canteranno le canzoni del musico degli emarginati e dei losers, otre che caratterista indimenticabile di alcuni film cult degli ultimi decenni.


Comunque sia, si riparte, per una località che conosco e dove sono già stato ospite: Rive de Gier.
Ricordo la prima volta da invitato insieme ad una nutrita compagine di italiani, non di cervelli in fuga per carità (noi abbiamo la tendenza a tornare sempre), ma di autori che per l’occasione erano stati invitati per creare un evento “italiano”, ricordo la cena con tartine che componevano la silhouette dell’Italia, di balli folkloristici organizzati in nostro onore, un po’ d’antan ma animati da genuina sincerità, del resto Roger Lipani, il presidente della manifestazione ha chiare origini italiane.
Insomma, si va in casa di amici anche questa volta.

Ho dato un veloce occhiata ai colleghi presenti su Opale.BD, il sito che raggruppa tutti i festival organizzati ed è utilissimo per orientarsi su date, luoghi, ospiti e caratteristiche di ogni manifestazione organizzata in terra francese, e anche se li ricordo a fatica, mi pare  che di italiani ci saremo solo noi autori Mosquito, il sottoscritto,  Sergio Tisselli e Lele Vianello, compagno di mille avventure ed amico con il quale condivido sempre molto volentieri queste scorribande in terra straniera e che avevo solo intravisto a Lucca senza poterci parlare come Dio comanda.

BDart 2018

Siamo all’inizio di un filotto di tredici giorni dove stazionerò a casa solo lunedì, giusto il tempo di rifare la valigia per ripartire per Firenze dove dovrò fare una giornata di lezione a scuola, poi tre giorni a Roma per la manifestazione “Più libri più liberi”, e poi partenza sabato mattina da Fiumicino per Basilea, in direzione Audincourt, e al mio ritorno ben altri due giorni e mezzo fiorentini per espletare ulteriori giorni di lezione. Poi con Google Maps dovrei individuare e memorizzare l’indirizzo di casa mia, sempre che lo ricordi.
Bel, programmino, eh?
Poi qualcuno mi venga a dire che l’autore di fumetti è un lavoro sedentario… una volta, forse, adesso devi fare il globe-trotter primo: per far sapere al mondo che esisti, con il proliferare di autori o presunti tali, la scelta all’acquisto deve essere “aiutata” con la presenza dell’autore, la dedica, il riconoscimento visivo di chi realizza, secondo, perché la promozione dei libri non è solo alla base, ma è diventata parte fondamentale dei contratti che si firmano, quasi una condizione sine qua non, terzo perché dopo la massiccia esposizione sui social ai quali nessuno si sottrae, diventa anche inevitabile la ricerca del “contatto fisico e la conoscenza” dell’autore che leggi, acquisti e apprezzi, per cui…

Roma, gate C09, ci allontaniamo dalla parte centrale dell’aerostazione per dirigerci in uno dei nuovi terminali laterali, non sarebbe ora di pranzo, un po’ troppo presto per le mie abitudini, ma non ho altro tempo e gli “scrocchi o gli stuzzichi” (i contati croccantini salati che generalmente offre Air France e Associate), non mi saranno sufficienti per sfamarmi, oltre al fatto che arriverò intorno alle 15,30, per cui decido per una sosta al Bistrot Roma, un area magna-magna neanche troppo intasata di persone, ed opto per un “rusticone” un panino che almeno dall’aspetto sembra poter mantenere ciò che promette.
Lo so che magari chi legge potrebbe anche fregarsene del tipo di panino che mangio, ed ha tutta la mia benevola comprensione ma, primo non è obbligato a seguirmi se disdegna questi miei particolari, per il momento sono fuori dalle prescrizioni mediche all’interno del programma sanitario nazionale (in futuro chissà), inoltre credo che sorvolando sull’inutilità prosaica delle descrizioni delle mie dediche (ovvero il 90% del tempo del weekend a che vado ogni volta a descrivere), per condire e rendere appetibili questi report tanto divertenti per me, quanto inutili per voi, ho bisogno di inserire quelle che anche nelle cronache oggi vengono definite note di “colore” e, vi garantisco, il “rusticone” oltre che al colore unisce anche il sapore.

Alla fine dello spuntino mi dirigo al Gate, in realtà distante solo pochi metri di fronte a me e, con stupore, mi accorgo che nonostante siamo ad oltre un ora prima della partenza, stanno già imbarcando i primi sparuti passeggeri, che fanno sostare subito alle spalle del desk. Il mio bagaglio a mano viene censito e targhettato, evidentemente il velivolo è di piccole dimensioni e negli scomparti sopra ai sedili c’è poco spazio per depositarli.
L’imbarco parte imperioso (e cioè dotatosi con corridoio mobile per l’accesso al velivolo), ma in realtà è un bluff, questo scende fin a livello terra a ci fa imbarcare in un normale bus passeggeri che, imbarcati i pochi passeggeri (l’aereo non risulterà pieno), parte per un viaggio verso l’estrema periferia dell’aerostazione, addirittura in un primo momento sembra dirigersi al parcheggio dei bus, ma poi vira verso un’altra area con aeromobili in sosta, qui tra la flottiglia Alitalia, spicca un Bombardier in forze alla compagnia HOP!, che noi già ben conosciamo.
Non c’è dubbio, è il nostro.
Ci accomodiamo con velocità e senza problemi, aereo e passeggeri sono pronti per tempo, adesso non ci resta che attendere il via dalla torre di controllo.

Siamo in volo.
Abbiamo lasciato una giornata sostanzialmente grigia, per andare incontro al sole che è lì, sempre, anche se nascosto.
Il viaggio per Lione prevede il taglio in diagonale dell’alto Tirreno, per cui sotto, appena la nuvole si diradano, appare il mare bellissimo, come sempre.
Non so se abbiamo più il tempo di ragionarci sù, ma quella enorme distesa d’acqua, confinata seppur parzialmente all’interno di cornici di terra, è in realtà l’unica cosa che, nella sua grandezza finita, riusciamo a comprendere e a definire come enorme, titanica, immensa. Troppo inconsistente il cielo, troppo etereo e non afferrabile, ci sovrasta e per questo lo rende superiore, divino, astratto, ma l’acqua no, è lì, può essere fredda o calda, trasparente o torbida ma sopratutto la puoi contenere, ha una sua ponderosa fisicità, e la sua distesa così ciclopica sì, ma della qui puoi misurarne dimensioni, si afferma come la cosa che più ci avvicina al concetto di “grande”.
E così, illuminata dal sole e sovrastata con puntigliosa omogeneità da nuvole che proiettano le loro ombre su questa immensa distesa d’acqua, ci appare con una superficie a buccia d’arancia di colore azzurro, ricordandomi la prima volta che feci una traversata oceanica che coincise anche con la prima volta in assoluto che mettevo piede su un aereo e, nonostante non fossi un bambino, affascinato dallo spettacolo sottostante, non staccai mai la faccia dal finestrino fino a che non vidi le coste di Halifax.

All’arrivo al Saint Exupery, seduti su una poltrona, come due pensionati in attesa della badante, mi ritrovo Lele Vianello e Sergio Tisselli, entrambi con sguardo assente con Sergio intento a telefonare a Michel Jans (editore di tutti), che ci aspetta al Terminal sbagliato. Risolto l’inghippo ci facciamo venire a prendere da Daniel e tutti, stipati nella Renault come tonni in scatola, ci muoviamo in direzione di Sant Albin de Roche, dove Henri, un altro collaboratore della Mosquito ci aspetta per la cena. All’arrivo nei pressi del piccolo paese, ad una rotatoria troviamo un picchetto di lavoratori col giubbotto giallo (simbolo della rivolta contro il governo Macron) che imperversa su tutto il territorio francese, perché qua quando s’incazzano fanno sul serio. Il traffico è rallentato, ci sono falò accesi e nessun automobilista che protesti anzi, alcuni guidatori incitano i manifestanti in maniera solidale, anche successivamente e ad orari diversi, abbiamo trovato altri presidi ed altri falò.
La Francia quando protesta lo fa unita e compatta, e domani pare che a Parigi l’esercito dei giubbotti gialli manifesterà contro il proprio presidente con il pretesto dell’aumento della benzina (anche da noi qualcuno prima delle elezioni aveva promesso che in caso di vittoria avrebbe tolto le accise sul prezzo della benzina) ma più che altro per il suo essersi schierato con i potenti e per non voler dialogare con le classi lavoratrici, riuscendo così a compattare perfino destra e sinistra che protesteranno insieme.
Noi nel frattempo, arrivati da Henri, veniamo ospitati con grande riguardo, trascorriamo il resto del pomeriggio intorno ad un bicchiere di succo di frutta, e successivamente ci verrà servito un aperitivo a base di vin blanche della Cote du Rhône, olive con aglio e stuzzichino, fino allora di cena. Intorno al desco familiare la signora ci serve del gustoso kisch, del patè di carne e formaggi assortiti, per finire con un dolce al cioccolato accompagnato con purea di mele.

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Al concerto di Minelli e Durand, a “Les Abbattoirs” da sx a dx: il sottoscritto, Lele Vianello, Sergio Tisselli (seduto) e MIchel Jans.

Poi in partenza per Les Abbattoirs, “i macelli”, un locale che pare goda di una grande considerazione perché organizza spettacoli musicali di ottima qualità, qui ascolteremo Marc Minelli e Olivier Durand una coppia di musicisti che sui testi di Tom Waits ed arrangiamenti loro, ci offriranno dell’ottima musica.
Il locale è ben organizzato e gestito, con tanto di sicurezza, bar, atrio ed ampi spazi all’interno però la gente non è moltissima, ed anche il locale non sembra possa offrire grandi spazi anche per spettacoli di maggior richiamo ma, evidentemente, questo non è un problema.
Ci sediamo.
Lo spettacolo inizia però con un film intitolato Jazz, il classico film/documentario francese di impianto intellettuale dove si riprende la squallida vita di un’americana colored ed ex cantante di jazz che vive in un quartiere disastrato a base di sussidi, e dove viene descritta la sua disperazione odierna in bilico tra i fasti del passato e la tristezza dell’oggi. Il film in sè non è male, ma vuoi la stanchezza, la tristezza del tema, i ritmi lentissimi e la condizione della protagonista con la mestizia delle immagini, il tutto produce una certa rottura di zebedei, ma poi per fortuna il concerto inizia.
I due musicisti sono davvero molto bravi, Olivier addirittura sembra essere un componente di un complesso di un amico di Springsteen che spesso suona con lui, ed effettivamente con la chitarra in mano mette in piedi un orchestra tutto da solo, mentre l’altro canta con una voce non roca e gutturale come l’originale americano, ma piena e tonica e si accompagna con una chitarra acustica, ma sono davvero bravi ed il nostro interesse si rianima. Waits è interpretato tutto a suon di blues, i ritmi sono più alti ed anche le melodie sembrano cambiare, il risultato è diverso dall’originale ma affascinante e bello allo stesso modo, lo spettacolo vale l’ascolto ed il duo infiamma la platea, qualcuno balla e qualcuno fischia ed interagisce. Ci divertiamo, anche se stanchi e con gli occhi a mezz’asta dal sonno.
Siamo a Bourgoin-Jailleau, un paesino dove sono stato per un festival e mi ricordo che qui ci vive un amico al quale ho anche affidato un incombenza che lui, generoso ed affidabile ha prontamente eseguito, gli scrivo su Messanger per scrupolo, non posso passare da “casa sua” senza dire di averlo fatto. Ed è così che dopo un’oretta mi vedo arrivare Stéphane della Colletta, così si chiama l’amico, e finisce di vedere il concerto con noi.
Distrutti è stanchissimi ci avviamo verso Rive de Gier, dove il direttore della manifestazione ci aspetta per consegnarci le chiavi delle camere, siamo al Campanile, un hotel di una catena molto popolare in Francia, spartano ed economico, ma allo stesso tempo pulito ed accogliente, salutiamo tutti ed ognuno, finalmente, decide di terminare questa infinita giornata rientrando, come una nobile signora, nelle proprie stanze.

La mattina di sabato appare con una luce promettente, chi l’avrebbe detto che ci sarebbe stato il sole? Niente di smagliante, ma la luce illumina la valle del Gier, e dopo la colazione ci dirigiamo direttamente del piazzale dove, neanche a farlo apposta Sergio e Lele sono lì ad attendere la vettura che ci accompagnerà alla manifestazione, io mi unisco a loro è poco dopo partiamo in direzione sala delle feste di Rive de Gier, dove è allestito il festival.
Di fronte al salone, con già molta in gente in fila in attesa di entrare, il sabato mattina è  evidentemente giornata di mercato nel piazzale antistante, perché una serie di banchi e banchetti espongono la loro merce, per fortuna in una giornata che almeno dal tempo promette bene. Abbiamo poco tempo anzi, praticamente zero, perché già un paio di dediche sono già in attesa (sicuramente di quel che volontario), e ho appena il tempo di mettermi seduto che comincia il via vai di gente, e questo vale anche per i miei compari, tutti allineati di fronte allo stand Mosquito, e terminiamo praticamente alle 13,00.
Il tempo di alzarci e dirigerci verso il ristorante preposto distante qualche centinaio di metri dal salone, che risulta diverso dall’ultima volta in cui sono venuto, il locale che da fuori non promette niente di buono, e anche dentro definirlo spartano diventa quasi elogiativo, ma che poi, pur non ammettendo scelte (il menù infatti è imposto) risulta almeno alimentarmente accettabile, espleta la proprio funzione di nutrimento quotidiano della truppa con un servizio veloce e preciso.
Il tempo di fare le solite chiacchiere intorno al tavolino tra noi italiani (con la presenza di connazionali l’esercizio della lingue risulta praticamente inesistente), e poi quattro passi per digerire quelle due cosette ingurgitate senza porsi troppe domande.
Il mercato è lì vicino, per cui diventa la meta delle nostre peregrinazioni.
La merce è scadente e visibilmente di gusto ordinario, le persone che gironzolano però sembrano attratte anche se non sono numerose, poi la nostra attenzione viene calamitata da una zona dove si assembrano alcune persone, ci avviciniamo e vediamo un steccato fatto di recinzioni provvisorie in metallo poggiate su un letto di fieno e divise in un paio di scomparti, dentro ai quali un gruppetto di almeno una dozzina di pecore, una vacca legata ad un furgoncino dal quale faceva capolino un’altra capretta, un porcellino fuori da un contenitore di legno e un’anatra ingabbiata in una prigione con una dimensione due volte più piccola della sua stazza, il tutto derivante da un furgoncino spalancato con il quale l’agreste che stava controllando il suo parterre e che evidentemente aveva portato stipato al suo interno tutto il suo piccolo zoo.

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Il piccolo zoo domestico al mercatino.

Inutile dire che i bambini presenti nella zona erano tutti intorno alle recensioni intenti a accarezzare e osservare gli animali che, seppur in cattività, offrono sempre un grande spettacolo.
Poi di nuovo all’interno del salone delle feste, dove nonostante la relativa calma, abbiamo subito ricominciato a fare dediche ininterrottamente fino alle 19,00 abbondanti. Dopo di che al bar all’interno del salone è stato offerto l’aperitivo ad ospiti e volontari in attesa di andare al ristorante.
Arrivati in concomitanza della canonica villa adibita a ricevimenti (almeno alla rapida e buia occhiata data all’arrivo), siamo entrati nel salone dove erano apparecchiati almeno una dozzina di enormi tavoli tondi con circa otto posti a sedere e qui, in ordine sparso ma calcolato, ognuno si è scelto il posto e i vicini di cena, a parte ovviamente gli ultimi che si sono seduti dove hanno trovato posto (mai farsi trovare impreparati in queste occasioni).

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Jean-Yves Mitton lo “chansonnier” della serata.

Cena in classico stile francese al catering, buona ma impersonale, con l’entrée, la carne con funghi e purea, fromage e dessert e, per finire il buon Jean-Yves Mitton che, appena lo abbiamo visto alzare abbiamo subito capito come sarebbe andata a finire la serata, e cioè tra canti e canzoni accompagnati dalla sua chitarra. A noi italiani, esposti in bella mostra è toccata “L’arca di Noè” di Sergio Endrigo (what’s? Direte voi?), ed avete ragione, è una canzone degli anni ’60, ma la tragedia vera è che tutti e tre l’abbiamo cantata perché ne conoscevamo le parole, figurarsi, e questo la dire davvero moooolto lunga su di noi.
Poi a letto, ma passando davanti alla rotatoria antistante il nostro albergo la sosta obbligatoria davanti al picchetto degli scioperanti, con falò accesi e volontari a bloccare le auto, uno stato d’assedio in piena regola, una mobilitazione generale ad opera di tutti, una coerenza tra ideali ed azione da ricordare.
Ma appena siamo entrati all’interno del cortile del nostro albergo, i saluti e le buonanotte sono stati rapidissimi, la stanchezza feroce ci aveva assaliti già da qualche ora e il letto era agognato almeno come una bella donna.

La mattina la luce che filtra dalla finestra, nonostante sia oscurata, mi sveglia qualche manciata di minuti prima che suoni la sveglia, ed espletate le ordinarie pratiche della colazione e composizione valigia, scendo in attesa dello chauffeur che ci porti a Rive de Gier, che dista almeno una quindicina di minuti dall’albergo. Ad aspettare nel piazzale, neanche ci fossimo dati l’appuntamento, ci trovo la coppia Tisselli-Vianello, l’uno a fumarsi l’ennesima sigaretta, l’altro intento a spippolare sul cellulare.
All’arrivo al salone, come il giorno precedente, fendiamo la folla assiepata all’ingresso per poter entrare, mi accordo con gli organizzatori per l’orario di partenza per l’aeroporto, che sarà per le 12,30, abbondantemente prima della stessa è vero, ma se aspetto di pranzare per partire dopo arriverei con l’acqua alla gola, e non ne ho davvero voglia… ho già dato in altre occasioni, grazie.
Il tour delle dediche è incessante e sono costretto a rimandare indietro qualche lettore dell’ultimo momento, dispiacendomene ma non potendone fare a meno.
Dopo avere salutato tutti me ne parto con Vincent, un simpatico volontario alla guida del minibus di nove posti tutto per me, un’esagerazione di spreco di benzina e spazio.
La conversazione per tutto il viaggio fino all’aeroporto è piuttosto serrata ed intensa, banale sì, come tutte le conversazioni concepite per riempire spazio e tempo con persone che probabilmente non rivedrai più, le motivazioni dello sciopero, l’assenza della politica, la situazione generale (lo spunto sono i picchetti dei protestanti alle rotonde e sui cavalcavia, oltre ai recenti fatti di Parigi della sera prima dove la capitale è stata messa a ferro e fuoco). Le lamentele sono identiche alle nostre, pare di essere in Italia, al punto che viene da pensare che trovando una soluzione per uno dei paesi, quasi potresti risolvere anche quelli degli altri e non vorrei che la risposta fosse davvero univoca, si fa per parlare ed il disimpegno è totale, ma il driver è simpatico ed io sto al gioco, il tempo infatti passa veloce.
Mi scarica al Saint-Exupery con largo anticipo, ma se da un lato ho già fatto mente locale alla giornata da trascorrere negli aeroporti, dall’altro non ho patemi, e non è poco.
Attendo l’apertura dei Gates internazionali, dove il controllo dei passaporti è obbligatorio in una sala d’aspetto adiacente consultando internet con il Wi-Fi gratuito dell’aeroporto, e in effetti il grosso dell’attesa si svolge li, perché poco dopo iniziano ad imbarcare i pochi viaggiatori con destinazione Roma.
In fila, individuo subito due bimbetti casinisti ed urlanti, strano, uno di loro parla in francese, difficile di trovarne di così rumorosi, generalmente hanno un’educazione che li induce ad un tono vocale più morigerato, non è una regola, ma insomma…
Poi capisco l’arcano, che evidentemente  così arcano non è, il 50% del loro sangue è italiano, la mamma infatti, individuata poco dopo, ha un classico accento romano, ed è sufficiente così, quando la genetica avrà fatto ulteriori passi da gigante nella scomposizione e l’analisi del DNA, potrà spiegare che, seppur facendo tutti parte del genere umano, anche la sola permanenza sul suolo italiano è sufficiente per instaurare nella morfologia dei legami genetici un tasso di vocalità alterata distonico da altri gruppi etnici. L’italiano ha nel suo comportamento (e sottolineo anche per la sua sola metà cromosomica), la tendenza a fare casino, dialogare con toni a decibel improbabili, alterare equilibri sonori dalla normalità all’isteria collettiva, fino all’insopportabilità verso i colpevoli e alla tentazione dell’eliminazione fisica diretta.
Ovvio che nonostante il velivolo sia mezzo vuoto, i due meravigliosi pargoli siedano proprio dietro le mie terga ma, almeno fino a questo momento, pur separati tra loro dai due avveduti genitori, devo dire stanno abbastanza buoni, segno evidente che in questo preciso istante, la metà transalpina ha preso il sopravvento su quella italiana, sicuramente più insubordinata.
Sperem.
E la speranza è ben riposta, i bambini tutto sommato sono tranquilli, io mi scrivo placidamente il mio report, e lo steward è particolarmente munifico con gli stuzzichini e caffè, del resto siamo pochissimi passeggeri, credo che arriveremo a stento alla trentina. Sotto di noi nell’Intercapedine creata da due strati nuvolosi è possibile vedere all’orizzonte il sole che si avvicina al tramonto tingendo tutto di arancione, lo spettacolo toglie il fiato e la natura, quando vuole, sa uscirne in grande spolvero facendo sempre un figurone.
Si sta scendendo, siamo sul Lazio, ci incliniamo verso Fiumicino, stiamo per atterrare.

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Lo spettacolo del tramonto.

L’attesa a Roma non è stata spasmodica, tra cellulare, qualche giochino a cui sottomettere la nostra intelligenza a favore del lato fanciullo, consultazione di notizie usufruendo del Wi-Fi dell’aeroporto e qualche telefonata in famiglia, alla fine il tempo passa. Con i tempi giusti decidiamo di andare nello spazio Mercedes-Benz, un ristorante alla fine de Gates del primo piano, ma questa volta decidiamo di trattarci bene, invece di scegliere il solito paninozzo anonimo e frugale, decido per l’aerea ristorazione con servizio, non risulta avere costi aggiuntivi e comunque ho voglia di una leggera insalata con tonno e mozzarella, servita al tavolo e mangiata con calma. Mi siedo vicino ad una serie di comode prese per ricarica devices, e mi faccio servire come un pascià. L’unico altro avventore, è una ragazza che fa la preziosa sulle insalate, manifesta la sua incertezza come se la cameriera fosse la mamma comprensiva, ed è paziente solo perché non ha altro da fare, ma già io al suo posto, con tutte quelle paturnie sulle verdure crude ed altre amenità, l’avrei mandata a… già da un pezzo.
Ma ho tempo, e la calma da bonzo tibetano ha conquistato anche me, e me ne frego, tanto non mi rincorre nessuno.
Per certi versi è bello avere momenti di forzato tedio, perché tanto da solo non riusciresti mai a concederteli, ma se le circostanze ti offrono l’opportunità non ti resta che ringraziare e godertele, perché non hai sensi di colpa, cose da fare o orari da rispettare, devi solo ingegnarti a come trascorrerle, e se fai cose inutili o cazzeggi malamente, non potendo fare altro, sei quasi felice appagando l’altra parte di te stesso vagabonda e fannullona che non riconosceresti mai pubblicamente ma sai che fa parte di te, e proprio per questo tieni nascosta nel più profondo delle tue vergogne.
Passa poco tempo e poche navi affondate con Wars of Blitz, il giochino di battaglie navali con il quale mi sono tenuto occupato per un po’, ma poco, perché il boarding inizia subito.
Siamo in perfetto orario, sembra quasi impossibile, fila ordinata, nessun affanno, spagnoli trekkers in fila festosi e ruvidi con i loro zaini da montagna, qualche faccia nota con cui abbiamo fatto il viaggio venerdì, un uomo-bimbo dall’età indefinibile e altre facce da rientro, è domenica sera, il weekend è passato e speriamo di averlo sfruttato bene, perché domani si ricomincia.

Per me non è finita anzi, non è ancora cominciata, questa settimana doppio impegno, la mostra romana “Più libri Più liberi” e sabato e domenica ad Audincourt, vicino a Basilea, per l’ultimo festival BD del 2018 che, era nato calmo, ma finisce congestionato.
Poi si spera dritti fino a Natale e relative vacanze, sia di impegni che di mente.

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