BD COLOMIERS 2018

Non siamo ancora saturi di avventure, e vogliamo terminare l’anno con il botto, ci siamo presi con ottimistico entusiasmo molti impegni in questa ultima tranche dell’anno, perfino troppi, in un contesto all’interno del quale non abbiamo praticamente il tempo materiale per portare avanti il lavoro.
Che fini strateghi.
Siamo fatti così, non vogliamo lasciare niente, preferendo inusitati impegni piuttosto che una pianificazione ragionata, poi ci lamentiamo per lo stress.


Contraddizioni dei tempi, o idiozia dell’individuo, fate voi.
Per cui stamani abbiamo la partenza alle 6,30 dal Leonardo Da Vinci, con scalo a  Parigi e con destinazione finale a Tolosa, per il festival BD Colomiers.
Vista l’ora e partendo da Firenze, per precauzione ho deciso di prenotare il taxi la sera precedente, onde evitare spiacevoli contrattempi, ed ho fatto bene, perché il primo taxi utile disponibile, praticamente l’unico, ce l’avevo alle 4,35, per cui vi lascio immaginare che levataccia ho fatto.
Ma la vita pulsa a tutte le ore, per cui all’aeroporto ero in buona compagnia di nottambuli passeggeri pronti per ignote destinazioni, con gli occhi semi chiusi e l’aria non propriamente vispa, ma qualcuno già con piglio battagliero di prima mattina al punto di avere le energie e addirittura la volontà di discutere con la cassiera del bar, per un banale misunderstanding.
Siamo arrivati con discreto anticipo, e sbrighiamo le incombenze dell’imbarco con tranquillità, del resto non abbiamo avuto scelta, e almeno la tranquillità ce la siamo guadagnata.

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Colomiers, che ha le caratteristiche di un bel festival pensato per la media e piccola editoria, dove le grandi non sono presenti, ma ha un pubblico attento e qualificato, purtroppo l’ho legato a tristi ricordi, fu infatti in quel preciso fine settimana del 2015 che ebbe luogo la strage del Bataclan a Parigi, e pochi giorni dopo morì mia madre.
Vabbè, speriamo di allontanare quei tristi pensieri per sostituirne, almeno provvisoriamente, con migliori.
Fuori, il buio della notte ha lasciato spazio all’azzurro velato di rosa dell’alba che  incombe inesorabile, mentre l’aereo si muove. Si parte.

Atterriamo al Charles de Gaulle immerso nella nebbia, con la speranza che l’insidioso agente atmosferico non comprometta la partenza per Tolosa.
L’aeroporto di Parigi è molto bello, con il sole le sue strutture di acciaio e vetro rifletterebbero di luce e sarebbe uno splendore, ma anche nel grigio della nebbia ha sempre il suo fascino, e l’accoglienza è sempre scandita dal refrain che parte all’inizio di qualsiasi annuncio, ricordandoti inequivocabilmente dove sei. La grandeur francese si vede non solo nelle chiacchiere e nello stucchevole orgoglio dei francesi, ma nella realizzazione di queste opere, ampie, di grande respiro dove si sottolinea l’importanza del suolo che cammini, e nei grandi spazi dei corridoi che comunicano con i relativi e numerosi terminal, con negozi, spazi commerciali e gente di ogni tipo, respiri quell’aria internazionale che fa degli aeroporti dei posti fantastici, dove il via vai di razze, etnie e gente d’ogni tipo, ti lascia fantasticare sulle mille storie che si accavallano e si intersecano in quel posto magico.
Ma i miei timori in effetti vengono confermati, causa una serie di slittamenti di voli, anche la partenza del mio volo per Tolosa, viene spostato dalle 9,55 alle 10,45, di quasi un’oretta. Che bello.
Siamo comodi e siamo seduti nello spazio adiacente al Gate a scrivere, per cui la noia è per il momento allontanata, ma non investirei troppo sull’assenza, a breve, del giramento di zebedei.
Per ingannare l’attesa non resta che guardarsi attorno, e la prima riflessione che viene da fare è che l’invadenza degli smartphone oramai ha una valenza mondiale, e le attese ovunque esse si protraggono, esaltano il loro trionfo, non sapendo che fare, le persone spippolano sui loro aggeggi, ingannando il tempo facendo cose utili, talvolta, o lasciando il cervello in balìa di immagini, filmatini, spezzoni di notizie, informazioni di vario tipo e generiche puttanate. Da qui nasce inevitabilmente un’altra domanda: cosa facevamo prima che arrivassero questi microvideo che ci collegano col mondo ad ogni ora del giorno, rubandoci tempo e anima? Leggevamo giornali o libri, ci guardavamo intorno annoiati, forse riflettevamo sulla vita, sui problemi, su di noi. Ma con l’intento di comparare i due momenti, forse viene da immaginare che, proprio nei momenti di attesa, in situazioni dove l’unico pensiero è quello di lasciare che il tempo passi, perché c’è poco altro da fare, forse i cellulari -come oggi sono concepiti- hanno una loro funzione.
Il problema è che invadono anche tutto il resto, ed è per quello che sono da considerarsi dei piccoli diavoli tentatori che creano una dipendenza devastante ed hanno cambiato così tanto i nostri costumi.
Appunto, come vedete (anche se lo sto scrivendo con l’IPad), questo imperdibile report non sarebbe mai stato concepito se la tecnologia non ce l’avesse buttato tra le mani, e cosa avrebbe perso il mondo senza questa necessaria prosa?
È tempo perso comunque, e manca ancora un’ora dalla partenza. Sarà dura arrivarci, smartphone o meno.
Allora non resta che divertirsi ad osservare i viaggiatori che con noi dividono lo spazio dell’attesa, magari divertendosi ad immaginare da dove provengono, nella speranza che aprano bocca e rivelino di che nazionalità sono.
Di fronte a me c’è una coppia che potrebbe essere italiana, ma da pochi dettagli si capisce che non lo sono, noi italiani, almeno i turisti, abbiamo dei tratti inconfondibili, un’attenzione ai particolari modaioli che generalmente smascherano la nostra nazionalità, ‘sti due no, e infatti sono spagnoli.
Accanto c’è un’attempata coppia, ho poco tempo per individuare da dove provengono perché cominciano subito a parlare, ma nei pochi momenti concessi lui mi da l’idea dell’americanone del Texas tutto cavalli e praterie, deve essere alto, ha la pancia prominente,  appelli bianchi ed un cappello all’Indiana Jones, due baffacci non curati che gli nascondono le labbra, ma la faccia di chi deve avere avuto il suo fascino da giovane, anche la moglie ha una sua grazia e da giovane deve essere stata carina, hanno un bell’affiatamanento, parlano spesso tra loro e lui ride e la fa ridere: non so se provengano dal Texas, ma sono effettivamente americani. Accanto a loro un nero, occhiali e pizzetto è più in carne ma ha una vaga somiglianza con il regista Spike Lee, appoggia con nonchalance la gamba sul suo trolley antistante, ed ha l’aspetto riflessivo, non smanetta sullo smartphone, e subisce, come me, l’attesa e il ritardo. Ma o lo faccio parlare io, oppure non saprò mai da dove viene, mi rassegno.
Accanto alla distanza di un posto dal nero: una coppia, un uomo e una donna, non stanno insieme ma lo potrebbero, sono identici, scrivono con convinzione sul loro portatile, lei alzando lo sguardo ogni tanto e controllando il circondario, lui per tutto il tempo non ha alzato il suo per nessun motivo, deve scrivere il finale di un libro appassionante e che da giorni era arenato e non sapeva come venirne fuori, ed ora a costo di perdere l’aereo deve finire a tutti i costi, non può perdere l’ispirazione e la magia del momento.
Per adesso mi fermo, sto scrivendo un romanzo, e chi è arrivato fin qui per il report, probabilmente vuole sentire altro, la descrizione delle persone, può farsela anche da solo.
Eccoli, si muovono… lo sapevo, il tempo da trascorrere nell’inedia gli fa questo effetto, e gli zebedei cominciano piano pianino, a frullare.
Ed hanno frullato per un bel po’ visto che ci siamo imbarcati con un ritardo di ben due ore, causa un guasto che speriamo abbiano aggiustato e visto che il traffico non è stato interrotto per la nebbia.
Nell’attesa e con i successivi rinvii, ho avuto modo di osservare i miei compagni di viaggio, la maggior parte credo che si muovessero per lavoro, lo si evince dal leggero bagaglio e dell’abbigliamento funzionale ma abbastanza formale, del resto a Tolosa c’è una delle fabbriche dell’Airbus, la compagnia europea costruttrice di aerei, ed è una città il cui sviluppo industriale e collocamento strategico è molto importante.
Spero solo che a Blagnac, Jean-Jacques che dovrebbe essere il mio tutor Mosquito, non si sia stancato per l’attesa prolungata.
Il nostro Airbus 320, dovrebbe avere ad occhio circa 190 posti, e sono al completo, un volo interno città su città dello stesso paese con queste caratteristiche, è segno di un dinamismo confortante per i francesi.

La mia esperienza precedente a Colomiers la ricordo, a parte le infauste circostanze, come molto positiva, pur avendo delle caratteristiche un po’ diverse dai festival che generalmente si susseguono nei weekend francesi. Qui siamo di fronte ad una sorta di festival della piccola editoria, non esclusivamente della BD, e di conseguenza anche al pubblico non interessa solo il fumetto, ma è aperto a nuove esperienze che Le case editrici presenti cercano di esaudire con le loro proposte, e quindi ha una soglia di conquista superiore, ed è per questo affascinante.
Se non ricordo male, gli artisti sono a carico dell’amministrazione locale che investe moltissimo per l’organizzazione che non è collocata nel consueto Salone delle Feste, ma in un vero e proprio spazio espositivo come fosse una fiera del libro.
Vediamo se le aspettative sono le stesse, o se in questi anni è cambiato qualcosa.
Ecco, adesso vediamo di partire, eh?
Alla fine ce la siamo fatta, ma proprio alla fine, ed è bastato penetrare la coltre di nebbia che assediava Parigi per essere abbagliati da un sole luminoso che ci sta accompagnando per tutto il tragitto, un sole che però illumina anche tutto il resto della Francia, di cui possiamo ammirare le enormi distese blandamente ondulate del suo territorio, e l’uniformità della sua topografia è talmente omogenea che la fa apparire perfino più estesa. La punizione del grigiore nebbioso sembra valere solo per la capitale, rea di chissà quale colpe, forse di ospitare un presidente dal dubbio valore ed opaco come molti politici attuali, o per l’insopportabile spocchia dei suoi abitanti, che restano antipatici anche al resto dei loro compatrioti, come mi ha confessato tempo fa un bordolese di Olonne sur Mer.

All’arrivo non c’è Jean-Jacques anzi, non c’è proprio nessuno, telefono a JJ per comunicargli del mio ritardo e di informarsi perché non c’è nemmeno un cristo a prendermi, come se negli aeroporti non ci fossi già stato abbastanza. Dopo una mezz’oretta abbondante arriva una ragazza che è la nostra chauffeur, giro in tondo senza nessun tipo di riconoscimento, e raccatta altri due persone che stazionavano in loco, uno scoprirò più tardi è una autore italiano che non avevo mai visto, insospettito dal suo incedere mi avvicino e scopro che lei è lì proprio per noi. Alla grazia dell’intraprendenza, se aspettavo lei, sarei stato ancora lì.
Arriviamo a Colomiers ed espletiamo le pratiche di accoglienza, consegna della cartella con orari, buoni e disposizioni varie oltre che l’immancabile badge.

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La mia postazione allo stand Mosquito, ed una dedica sul libro “Masques”.

Dentro ci aspettano JJ, Patricia, Gilles, Thierry e Sasa, tutti gli effettivi della Mosquito. A differenza di altri festival, questo inizia il venerdì mattina ed è a disposizione della scuola, per cui il salone fino a quel momento era invaso dai ragazzini, per mutare pelle piano, piano e diventare meta anche di adulti.
Mi siedo a non iniziò neanche una dedica di default che cominciano ad arrivare persone per farsene altre, e va avanti così per tutta la serata. Mi viene incontro Francesco Cattani, già visto a Lucca, che è in forza alla casa editrice Atrabile che gli pubblica un suo racconto, e da lì a poco arriverà anche il buon Sergio Tisselli da Bologna.
La serata termina con la classica sproloquiata delle autorità che inaugurano a suon di discorsi la manifestazione, e poi tutti ad un buffet prontamente allestito e dove alcune donnette si buttano a corpo morto alla ricerca del pranzo serale della giornata, almeno a giudicare di quante tartine si riempiono il piatto, e qui a suon di Kyr della Bretagna e stuzzichino, invitiamo il nostro stomaco al preludio alla cena, che verrà consumata in un ristorante-karaokecino-giapponese lì vicino, dove tutti i partecipanti alla manifestazione si precipitano.
La cena è a buffet e di orientale c’è veramente di tutto e in abbondanza, per cui nella danza intorno alle pietanze distribuite in vari scomparti, gente con il piattino che sembrava Diogene alla ricerca dell’uomo, deambulano come zombi, puntando con gli occhi le cibarie per sapere quale pietanza sconosciuta ingerire in questa serata esotica.
Poi tutti in albergo a fare il check-in e a depositare la roba, prima di un salto in birreria per il bicchiere della staffa, dove in gran spolvero c’era tutta la Mosquito al completo e i due simpatici titolari del marchio “Bello Loco”.

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La cena al ristorante nippo-vietnamita, accanto a me in un ristretto profilo Jean-Jacques, due commensali di cui non ricordo il nome , l’autore-editore Bruno Loth, e Gregoire Bonne che fa capolino all’estrema destra. Le lucine verdi non sono puntatori laser dei mitragliatori delle SWAT che ci tengono sotto mira, ma lucine di un semplice gadget di dubbio gusto.

Io e Tisselli parliamo dei nostri progetti in un ambiente carino ed accogliente ma con un sottofondo di rumore che rende difficoltosa è complicata la comprensione di ciò che diciamo, facendo una fatica che a quest’ora e in queste condizioni, non richiedo. Per cui quando JJ ci dice cosa vogliamo fare, siamo entusiasti  nell’assecondarlo e unirci al gruppo che torna in albergo, se Dio vuole.
Un unico sforzo finale per scrivere queste righe mentre mi si chiudono gli occhi e mi ciondola la testa, sono quasi 19 ore filate che sono in piedi, e a questo punto credo di meritare un po’ di riposo.

La mattina del sabato è baciata da uno splendido sole, la sede del festival è a poche centinaia di metri, e dopo una lauta colazione, con l’amico Sergio Tisselli, decidiamo di farcela a piedi, la giornata invitante, l’aria tiepida e la passeggiata è davvero ristoratrice.
Prima di iniziare facciamo una capatina alla libreria della manifestazione, sembra ben fornita e vale la pena controllare se c’è qualcosa che può attaccarsi alle mani, ma purtroppo dopo alcune titubanze sugli ultimi episodi di Bouncer di Jodorowsky e Bouq, visto che sto realizzando un western, decido comunque di non prendere niente.
Poi ci dirigiamo allo stand e cominciamo a fare dediche, pare che le autostrade francesi oggi subiscano uno sciopero degli addetti, per cui gli organizzatori sono preoccupati perché temono, a ragione, una minore affluenza dagli esterni. A dire il vero noi della Mosquito non l’abbiamo percepita, vista l’affluenza di persone allo stand, che è terminata in tempo per permetterci di andare a mangiare.
Il ristorante convenzionato è un locale adiacente alla piscina anzi, direi all’interno della stessa, visto che una parte di questo ci permette di vedere la piscina e la struttura sportiva, siamo insieme Thierry, Gilles e Jean Jacques e il nuovo autore Mosquito Gregoire Bonne,  ma insieme al Tisselli si è aggregato alla comitiva anche Francesco Cattani che è a lavoro da Atrabile, la sua casa editrice di riferimento. Il pasto è composto di un passato di zucca niente male, e un pollo con patate e champignon, anche questo passabile.
Al rientro nella manifestazione, decidiamo di fermarci alla Mediateca che è di strada, per vedere le esposizioni che all’interno della bella struttura moderna, generalmente danno sempre il meglio di sé. Quest’anno è la volta di tre artiste dalle variegate tendenze: Sylvie Auvray, Florent Dubois e Amandine Meyer ma che sembrano abbiano dei chiari riferimenti alla BD, per cui sono state inserite all’interno della manifestazione. Le tematiche sono interessanti e curiose ed hanno un loro effetto, inserite in questo grande spazio che le contiene tutte, in parte come sculture (che sembrano in ceramica) in parte su tele sfornate da forme sottostanti parzialmente celate, altre dipinte direttamente sul muro.
Ma la cosa affascinante è la Mediateca stessa, uno spazio culturale vivo e vissuto, pieno di persone e giovani affaccendati in mille cose, chi davanti al PC pardon, l’ordinateur, chi nella sala BD, chi studiando in biblioteca, chi guardando la TV, chi leggendo riviste o giornali, uno spettacolo fantastico in uno spazio vivace e pulsante, e tutto questo in un sabato pomeriggio in cui questi ragazzi invece di fare un inutile struscio davanti ai negozi o spippolare smartphone seduti su anonime panchine, stanno occupando uno spazio pensato per loro, per aggregarli intorno ad arte cultura ed informazione in un esperimento perfettamente riuscito, e questo credetemi, è un momento davvero rigenerante.

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La mediateca, con lo spazio espositivo e la sua struttura interna, nella foto sopra il Laboratorio BD, e tutti i ragazzi intenti a realizzare i loro progetti a fumetti… fantascienza per noi.

Poi siamo andati a a vedere una mostra di Alex W. Inker, un artista del fumetto con tematiche davvero originali in un palazzo vicino, e poi siamo stati richiamati al nostro dovere perché le persone davanti allo stand stavano richiedendo la nostra presenza.

Ed è andata avanti così per tutto il pomeriggio.
La cena è stata in un salone delle feste adiacente alla struttura, realizzata a base di tartine, piccoli pezzi di formaggio, verdure e divertissement, ma tutto con l’aspetto di un antipasto antecedente alla vera cena che, in realtà, non ha mai avuto luogo, perché la portata successiva, ancora a buffet, sono stati i dolci, rivelandoci così che le cena in effetti era quella appena “fatta”.
Il termine della serata è stato animato dei Golden Globos, un quartetto di squinternati saltimbanchi che hanno presentato i premi della manifestazione, in modo ironico e divertente, sdrammatizzando così la cosa, rendendola carina e prendendosi in giro, in fondo questo è un festival di piccoli editori, non si vendono decine di migliaia di copie, e gli autori ed editori sono molto giovani, per cui una cerimonia pomposa e troppo tradizionale sarebbe stata ridicola, facendola condurre a quattro ragazzotti casinisti e vestiti in modo ridicolo è come premio un palloncino giallo attaccato al polso, l’ho trovato un’idea effettivamente appropriata.

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La serata delle premiazioni condotta dagli insuperabili “Golden Globos”.

Ma le serate non finiscono mai dopo la cene ed abbiamo così terminato  al Cotton Club, un pub dove un gruppo rock suonava dal vivo e dove un gruppetto di carampane over 45, saltellavano e scodinzolavano davanti alla musica poco adatta alle loro rughe, ma guardandosi intorno con la famelicità del leone nella savana dopo una settimana di digiuno, e legittimando così tutto questo loro inusitato movimento.
Una birretta brune (scura), due chiacchiere (ma neanche tante visto il livello dei decibel), uno sguardo tra l’annoiato ed il pigro al televisore che dava l’incontro di rugby Francia-Argentina (dove per la cronaca i galletti hanno strapazzato i gauchos) e poi a nanna.
La giornata finisce così senza infamia e senza gloria, ma al di là di tutto è stata comunque piuttosto piena.

La domenica mattina di Colomiers è illuminata da un sole misto a vento che ha portato le temperature a livello stagionale, la giornata è limpida ma freschina, e la cosa non disturba nemmeno, visto l’eccessivo caldo dei giorni precedenti.
Ci informiamo per il rendez-vous del pomeriggio per andare all’aeroporto, e una volta sincerati dell’orario ci dirigiamo allo stand, dove alcuni tomi sono già in attesa di essere dedicati, e praticamente non ci muoviamo più, capisco la scarsità delle informazioni in queste occasioni, ma effettivamente c’è poco da dire, si passa da un album all’altro, da un lettore all’altro, ed è bello verificare quanti blocchi di quattro volumi di “Hasta la Victoria!” vengono venduti, avere la percezione che la saga del marinaio Nero Maccanti ancora desti così tanto interesse mette di buon umore. Abbiamo anche terminato “Fragments” è stiamo andando incontro ad un successo notevole, considerando anche il blocco stradale di ieri, da Mosquito sono soddisfatti, ed io con loro.
Andiamo a mangiare in un altro ristorante convenzionato, quello del giorno precedente ha i posti tutti occupati e abbiamo poco tempo, la brigata è la solita di ieri, con l’aggiunta di Karine Bernardeau, un’autrice di Atrabile che si è unita a noi, una ragazza simpatica e dal sorriso aperto, oltre ad un atteggiamento ironico e diretto che piace subito a tutti, il ristorante non fa una grande impressione, ed infatti anche la scelta del menù è più ristretta, e ci dividiamo tra cous-cous e canard, è roba commestibile e non è male, ma si sa che in queste occasioni il palato si prende delle ferie per tornare qualche giorno dopo, rinfrancato e pimpante.
All’uscita del ristorante, non ricordo più per quale motivo, la chiacchiera verte sulla virilità dell’uomo moderno, siamo tutti d’accordo sul fatto che andrebbe “riscoperto” ma non il suo lato macho quanto nella sua forza morale e nel rispetto verso la donna, di sé stesso e della sua figura, invece di lasciare il passo a quella figura androgina che si vede nelle pubblicità della moda, dove a stento si riesce a definire maschio. Mi fermo qui perché mi rendo conto di essere rimasto sul vago e aleatorio, ma oltre a non averne voglia non vorrei dire ulteriori cazzate di cui dovermi pentire, perché sappiamo bene che in certe circostanze e nel disimpegno, si rischia di essere troppo leggeri perché non si vuole che affrontare l’argomento solo in tono superficiale.

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Anche Digitus Dei ha visto la sua bella dedica.

Poi il richiamo di Patricia ci riporta allo stand, ci sono dediche da fare, almeno per me, e poco tempo per farle, arrivo così all’orario di partenza, e mi dirigo insieme al buon Cattani verso l’ufficio dell’organizzazione per attendere la navetta che ci porti all’aeroporto di Blagnac.
Nel tempo che ci è dato da dividere, io e Francesco abbiamo modo di parlare di diverse cosette, e Francesco è un ragazzo con le idee chiare e che ragiona come si dovrebbe ragionare sul nostro lavoro in un periodo contingente come questo. Ora, riconosco di non brillare per ottimismo sul futuro della mia professione e conosco il mio eccessivo pragmatismo in fase di progettualità e collocazione editoriale de miei lavori, l’ho già detto più di una volta, sono e mi sento un professionista, e così credo si debba approcciare al mio lavoro. Ma sentire coincidere la mia visione e le mie perplessità con quelle di un “ragazzo” di 38 anni, sinceramente mi fa piacere e, per quanto possibili e personali queste considerazioni, o invecchiano lui per i punti di vista, o ringiovaniscono me per gli stessi.
Fatto sta che l’esperienza a Colomiers per molti versi è istruttiva a livello di riscontro professionale, perché qui si misurano le ambizioni o i sogni di molti giovani autori che aspirano alla BD minore, e intendo “minore” non come importanza, ma come grandezza a livello editoriale e di investimenti (e di guadagni, mi viene inevitabilmente da dire), qui è possibile constatare uno spirito tutto francese che anima autori che non hanno le ambizioni di diventare un Marini, un Uderzo, un Van Hamme o uno Zep, ma bensì di condurre una vita secondo i loro canoni e secondo le loro caratteristiche autoriali, facendo con coraggio ed intraprendenza cose poco popolari e di nicchia alla ricerca di un pubblico diverso e alla ricerca di novità alternative.
La domanda è: pura illusione giovanile oppure possibilità date da un mercato aperto e innovativo?
La risposta non la so e non la voglio dare, alla fine chi sono io per trarre delle conclusioni? In fondo ognuno è libero di trovare o provare a cercare il proprio percorso con annessi e connessi, fatto di rinunce e scarsi guadagni ma che probabilmente garantisce indipendenza e soddisfazioni personali, un percorso che comunque in Francia è possibile, anche se ci sarebbe da verificare una per una le specificità di ognuno di loro.
Ma a Blagnac pare che l’orario del volo sia rispettato, e comincia l’imbarco che scorre piuttosto veloce. Adesso, tra il puzzo dei piedi di qualche generoso menefreghista che si è tolto le scarpe per sua comodità, a dispetto degli afrori offerti al gentile pubblico, e il pianto di un bimbo, siamo a scrivere queste righe, cercando di indovinare i tasti giusti visto che pare entriamo in una turbolenza.
E infatti balliamo, evviva!
Alla fine non si balla neanche tanto, però ci si assopisce, e dopo il generoso bicchierino di succo d’arancia con il sacchettino di “Scrocchi”, i simpatici salatini offerti dal ristoro di Air France e che non sfamerebbero neanche una cimice, riponiamo nella sacca della poltroncina di fronte l’IPad, e decidiamo di lasciarci conquistare dal sonno.
Ci svegliamo dopo una mezz’oretta, intorpiditi e con un dolore al collo per colpa di una posizione nella quale sembravamo un decapitato appoggiato all’oblò, con sotto il panorama di una Parigi tutt’altro che addormentata, piena di lucine che si rincorrono, e lunghe ferite illuminate da lampioni, dove resta da indovinare a cosa corrispondono quegli ampi spazi neri, e dove l’ecologica interrogazione alla quale non possiamo fare a meno di sottoporci è: ma quanta energia consumiamo per illuminare tutta ‘sta roba?
Il tempo di non darsi una risposta e il carrello sbatte sulla superficie della pista del Charles de Gaulle, siamo infatti atterrati.
Con Cattani ci salutiamo, abbiamo gli aerei praticamente allo stesso orario, ma i Gate sono in direzioni opposte.
Ho un oretta prima della partenza, e poco fiducioso sulla munificità alimentare della compagnia francese, decido di fermarmi in uno dei localetti collocati sotto la superficie del Gate F del De Gaulle, uno ha una vocazione al vegetariano, ma più che vegetariano direi all’assenza totale degli alimenti, vista l’offerta proposta, sicuramente dietetico, non c’era quasi niente. Mi dirigo all’altro, e anche qui non è che la scelta abbondasse, e mi dirigo su due tramezzini dal contenuto incerto, prima che le grinfie di una comitiva di italiani affamati se ne impossessasse, lasciando sguarnito anche quell’espositore.
Arrivo in tempo per l’imbarco, che avviene in perfetto orario, qui si sentono gli italiani che danno il meglio di sè, in fila ci sono due famiglie le cui bambine che stanno dando facendo casino in coda alla fila, lasciando uno sbriciolino di merendine alle poltrone dove erano fino a poco prima. Una di quelle coppie me le ritrovo nei sedili di fronte al mio, è la prima cosa che fanno è cercare di stordire la bambina affibbiandogli un video sullo smatphone per tenersela buona e, per fortuna ci riescono, era una delle scatenate della fila precedente, c’è da dire che almeno la mamma interagisce con lei, sul video è vero, ma almeno non si assenta, mentre vedo il padre che invece si assopisce al momento in cui l’aereo stacca dal suolo.
Non credo di avere molto altro da dire, siamo partiti in orario perfetto e questo è già un successo, adesso vorrei di nuovo rilassarmi e spegnere questo video il cui sfondo bianco mi sta ipnotizzando oltre che avere i polpastrelli anestetizzati dallo sbattere sul video per la frequenza della scrittura.
Stacco, in fondo me lo merito, poi tanto tra quindici giorni si torna in pista, per d’un altro giro di giostra a Rive de Giers.

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