Romics Caput Mundi

Oggi è davvero l’inizio di tutto.
Dal 6 Ottobre infatti inizierà un tourbillon di appuntamenti, interviste, festival, esposizioni, incontri e quant’altro che mi vedrà protagonista fino almeno alla metà di  Dicembre, se nel frattempo non se ne sovrappongono altri.


Del resto da due giorni è uscito il mio graphic-novel “Gli anni migliori” e al momento non avrò altre attenzioni che per lui, tra l’altro con immensa sorpresa (immensa perché la distribuzione è un oggetto misterioso che sfugge all’umana comprensione), a Cecina alla Mondadori erano presenti, il giorno stesso dell’uscita, almeno tre copie del libro (già volatilizzate), con gran soddisfazione, non c’è che dire, ma fa poco testo, qui si gioca in casa.
Perciò questo è un momento intenso, per usare un termine aulico, stressante se si vuol tenere in stand by lo stress che in queste occasioni gongola, comunque un periodo che una mia saggia amica condenserebbe semplicemente in un consiglio dicendomi: ” Goditelo!”.
Cosa che cercherò di fare.

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In viaggio.

Mi sveglio sotto un cielo plumbeo, pieno di nuvoloni non troppo minacciosi ma utili a mettermi in guardia sull’andamento della giornata, e che mi avvisano che la Roma che nel mio immaginario visualizzo sempre con il sole e baciata dal caldo e dal ponentino, oggi probabilmente mi deluderà. Le previsioni infatti sono di pioggia, e a questo proposito, pur mantenendomi leggero, indosso abiti misti, i primi dopo pantaloncini corti e ciabatte usati fino ad ora, segno evidente di un autunno che sta facendo capolino e ad altre latitudini ha già fatto i suoi danni.
Arrivo in stazione in perfetto orario, cioè con il tempo sufficiente per dirigermi all’edicola, stamani infatti dovrebbe uscire la mia intervista su Alias (che vi dicevo all’inizio? Alla fine di questi due mesi non mi sopporterete più), il supplemento del quotidiano “il Manifesto”, con la firma di Thomas Martinelli.
Ma “il Manifesto” non c’è, non è ancora arrivato, peccato, già mi immaginavo la sua lettura col tranquillo rollio del treno, invece dovrò acquistarla a Roma.
Anche il treno è in perfetto orario, e l’Intercity per Napoli (è quella infatti la sua destinazione finale), è spazioso, pulito e nuovo, sembra di stare su un aereo anzi, perfino meglio perché più spazioso, e già fare il viaggio in condizioni da paese moderno (alla buon ora), con gli spazi giusti ed un vagone adeguato, al momento mi mette di buon umore.

ROMICS è la mia prima volta, non ci sono mai stato nonostante la sua lunga anzianità di servizio, è la manifestazione che a suo tempo occupò lo spazio lasciato libero dalla Expocartoon fondata da Rinaldo Traini, manifestazione alla quale andavo molto volentieri (credo di aver presenziato a tutte le sue edizioni), perché Roma è sempre un bel vedere, e che nei tempi d’oro (ma si parla della metà degli anni ’90), c’è stato un periodo che, come Lucca, veniva realizzata ben due volte all’anno, ma che poi per un cambio totale di strategie della casa editrice non frequentai più.
A dire il vero, le informazioni sulla manifestazione arrivatemi in questi anni non sono lusinghiere, e pur non capendo bene i parametri di valutazione, me ne hanno parlato come un carrozzone commerciale dove regna la confusione e sopratutto i cosplayers, veri e propri protagonisti di ogni manifestazione “dedicata” ai fumetti che pare non possa esimersi dalla presenza di questi figuri travestiti (anche bene) da personaggi di fumetti, manga, anime… in un carnevale fuori stagione che, tra qualche tempo, sostituirà direttamente quello originale, alla faccia degli Arlecchino, Pulcinella e Colombine che a dire la verità hanno già fatto il loro tempo, o no?
Ma oggi valuteremo di persona, anche se le mie presenze alle prossime manifestazioni saranno contraddistinte da sit-in completi, cioè per dirla in italiano: non muoverò il culo dalla sedia per fare dediche sui libri. Spero ad ogni modo di avere il tempo di vedere qualcosa, fare un giretto per rendermi conto, e rendermi conto sopratutto delle condizioni del “fumetto” (se ciò sarà sufficiente) in un contesto importante, in una grande città, e dove l’affluenza di pubblico ed interessati dovrebbe, almeno potenzialmente, essere ai massimi livelli.
Ma oggi alle 14,00 ho anche un appuntamento piuttosto importante, un incontro “Sul ’68” insieme allo sceneggiatore Gianfranco Manfredi, che per la Bonelli ha realizzato un romanzo a fumetti sull’argomento, moderato del giornalista di Repubblica Luca Valtorta argomento interessante, ma che ho soltanto sfiorato nel mio graphic-novel, perché per la cronaca, io nel ’68 avevo solo 10 anni, e gli eventi di quell’anno storico io non solo li ho vissuti da bambino, ma con la distanza abissale che la provincia a quel tempo aveva dalle città.
Ma sono pronto ad ogni evenienza, ho caricato il fucile, fatto scorta di munizioni ed ho la bisaccia piena.

Comunque è incredibile, non volevo farlo perché altrimenti mi sembrava di contaminare un giudizio favorevole espresso su Trenitalia, e per evitare l’ennesimo commento a discredito gettato sulle italiane inefficienze, ma siamo già da una decina di minuti fermi ad Albinia (stazione non prevista), per evidenti problemi al treno (moderno sic!), che aveva già evidenziato precedentemente stando fermo per almeno una ventina di minuti nei pressi di Gavorrano. Il personale sta effettuando un “reset” sul convoglio, così stanno annunciando, dai “moderni” microfoni.
Ora, i problemi esistono e si verificano ovunque, per carità, non ho coincidenze o impegni impellenti che mi logorano l’attesa, ma ho anche amici che lavorano in ferrovia e che dicono da anni che se c’è una cosa che latita oramai per risparmi e mancanza di personale sono i cosiddetti controlli. E qui mi fermo, ma una considerazione lasciatemela fare, ed è che se l’unico obbiettivo delle aziende e quello di risparmiare su tutto, si finisce che gli unici che ne risentono sono il servizio e perciò gli utenti finali, quelli cioè che dovrebbero anche sostenerti con l’acquisto dei biglietti e con questo farti sopravvivere come azienda.
Abbiamo adesso saputo che dobbiamo abbandonare il treno.
Era moderno… era.

Abbiamo cambiato treno, evidentemente la modernità fa fatica ad adattarsi a questo paese, proprio non c’è la fa, siamo ancorati ad un passato che non ci si scolla di dosso, ci rimane appiccicato perché non riusciamo nel cambio di passo, troppa fatica cambiare mentalità, meglio rimanere all’interno del caldo e rassicurante alveo dell’assistenzialismo, di ottenere il massimo col minimo sacrificio, e non mettere del nostro in quello che si fa ma piuttosto aspettare che qualcuno ci ordini di farlo.
Ma vabbè.
Altra piccola considerazione, ed è sugli umani comportamenti.
Micro osservazioni che per carità non hanno la pretesa di emanare giudizi, ma che sono dei segnali utili anche a decodificare il presente, e dove stiamo andando, e se da qualche parte andiamo.

Location: Stazione di Albinia, provincia di Grosseto, piccolissima stazione probabilmente per locali o poco più, due soli binari con marciapiedi senza coperture.
Piove.
Tutte le persone dell’Intercity devono trasbordare su un locale o regionale che distribuirà con altre tempistiche i passeggeri nelle relative stazioni, almeno fino a Roma, quelli per destinazioni tra Roma e Napoli avranno la possibilità, con lo stesso biglietto, di salire su un Eurostar. Siamo tutti scesi nel sottopassaggio e ci siamo accalcati alla scala perché, prive di pensiline, le persone arrivate in cima si sono ovviamente fermate in attesa del treno, e non sono defluite sui binari per non bagnarsi, causa la pioggia, non forte, ma insistente.
È altresì ovvio che il treno che dovrà fermarsi farà salire tutte le persone, nessuna sarà lasciata lì, nelle desolate lande di Albinia, ma quelli lontani dalla scala, evidentemente credono che non riusciranno mai a colmare quella distanza, e che nonostante tutto vedranno chiudersi le porte proprio mentre loro staranno per salire, perché il destino è crudele, la fortuna cieca, il tempo avaro e la vita grama.
Per cui mugugnano, rumoreggiano all’indirizzo di quelli che, privilegiati, saliranno sicuramente, istigandolo a darsi una mossa, loro, i soliti fortunati che sono avanti, perché c’è sempre qualcuno più avanti di noi, nella vita… quel maledetto!
Ecco, in questo non cresciamo mai, e se una cosa fastidiosa e che scombussola tutti i nostri programmi, difficilmente riusciamo a mantenere un comportamento civile e razionale, proprio non ci riusciamo, quasi mai.
Ad ogni modo, per fortuna è sabato, non ci sono pendolari ed il treno è semivuoto, e tutti trovano tranquillamente il loro posto.
E si riparte… si spera.

All’arrivo a Termini abbiamo maturato ben 100 minuti di ritardo, per fortuna non avevo né impegni né orari da rispettare, e durante il tragitto il responsabile degli autisti si era accordato con me per il punto del rendez-vous in stazione.
Ovviamente mi fermano al troncone del binario nella parte opposta alla punto concordato, via Marsala, e mi sono dovuto fare almeno un intero chilometro a piedi in stazione, attraversarla tutta e trovare, per fortuna immediatamente, l’autista in attesa con un gigantesco BMW degno di un narcotrafficante.
Ma dovevamo comunque aspettare un altro ospite della manifestazione che, dopo una breve attesa, si è palesato in Gianfranco Manfredi, neanche a farlo apposta, proprio il compagno dell’incontro che dovevamo tenere da lì a due ore.
Conversiamo amabilmente fino all’arrivo e scopro, con uno stupore degno di un idiota poco informato, che le Fiere di Roma sono state spostate dal luogo dove lo avevo conosciute, ma lo sono da almeno una decina d’anni in zona Fiumicino, sperdute in un nulla, dove anche per prendere il misero trenino proveniente dall’aeroporto ci vuole almeno un quarto d’ora di marcia.
La vecchia fiera, per quanto brutta fosse anch’essa, aveva il pregio di essere vicino all’EUR, e sopratutto aveva una forma sgraziata sì, ma meno regolare e di un’anarchia strutturale che la rendeva almeno vivibile. Questa è spersonalizzante, sicuramente più funzionale e adeguata ai servizi, ma formata da regolari parallelepipedi di prefabbricati e riconoscibili soltanto dai numeri che le contraddistinguono, la rendono una struttura fredda ed impersonale.
Ma il casino è tanto.
Per fortuna ci viene incontro la sorridente Serena che ci saluta e ci porge i pass, siamo nientemeno che Special Guest. E muniti di tutto e sotto scorta sicura ci dirigiamo verso le strutture che stanno vomitando persone che a quell’ora si rifocilla di panini e sandwiches, e attraversiamo la fiumana di gente vestita come un pazzo a Carnevale e scartando tra un Batman ed un Uomo Ragno, un Goku e una Sailor Moon arriviamo all’accettazione e sede della direzione della manifestazione.
Qui dopo le presentazioni ed il parcheggio bagagli ci indirizzano verso il catering ospiti, dove riusciamo a mettere sotto i denti qualcosa di commestibile prime di immergerci nei nostri impegni pomeridiani.

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L’incontro sul ’68 insieme a Gianfranco Manfredi con la mediazione del giornalista Luca Valtorta.

Nello spazio adibito agli incontri, all’interno dello spazio giochi di ruolo e games, in un frastuono assordante decuplicato anche dalla pioggia che scende fortissima sulle lamiere del tetto, in mezzo a due muri opposti dove si fronteggiano antagonisticamente le opere ed autori della Scuola Internazionale di Comics e la Scuola Romana di Fumetti, è situato il palchetto microfonato.
Aspettiamo il nostro turno.
Al nostro inizio, tra gente che si fermava a sedere per riposarsi, ragazzini seduti e che si guardavano intorno smarriti e genitori che prendevano fiato tra bambini scalpitanti, abbiamo cominciato l’incontro, convinto (ed io non brillo per ottimismo in questi frangenti) che non sarebbero venute molte persone. Errore imperdonabile perché, e devo dare il merito a Gianfranco Manfredi e la sua istrionica verve, di avere fatto pubblico, con la sua esperienza militante nel ’68, le sue conoscenze dirette e la sua aneddotica ha ipnotizzato il pubblico che piano piano ha cominciato a sedersi. Io ho fatto la mia parte, non sia mai, ma le nostre posizioni nella loro complementarità, ponevano l’attenzione sui punti di contatto della realtà milanese con quella della provincia Toscana, in una dicotomia tanto simpatica quanto diversa.
Poi allo stand Tunuè a realizzare le dediche al mio libro.

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La vista dall’alto di uno degli innumerevoli padiglioni.

Alla fine della giornata mi limito a fare un disinvolto giretto perlustrativo nel padiglione dove era sita la Tunuè, al di là del fatto che non ci sono case editrici, a parte Panini e Astorina, ma non mi pare con stand ufficiali, il resto è tutto un florilegio di merchandising, t-shirt, pupazzetti, per cui il mio giro risulta piuttosto veloce, se non che ho incontrato Gianluca Caputo, uno sceneggiatore che aveva collaborato con noi dell’Accademia Nemo anni fa, e fatto quattro amabili chiacchiere con gli amici Marco Soldi e Maurizio Di Vincenzo.
Allo stand Tunuè, conosco anche un ragazzo interessante, Alessandro Perugini, che ha realizzato un libro composto di piccoli indovinelli che lui posta regolarmente su Instagram ricavandone un tesoretto di oltre mezzo milione di contatti e che, con disegni semplici in contesti intelligenti, riesce a contattare una generazione di ragazzi e giovani che con altri progetti sono difficili da raggiungere.
Con lui disquisiamo di contenuti, lui mi chiede consigli su come procedere nel campo editoriale, io lumi sul suo mondo è sopratutto sul modo empirico che ha usato per scalare fallowers e contatti aggiungendone a decine in pochi mesi e riuscendo a tenerli stretti con le sue proposte.
Un dialogo davvero illuminante, ma di cui non vi dirò un bel nulla, mica posso divulgare anche i miei segreti, se volete conoscerli muovete il culo dalla sedia e venite anche voi a sciropparvi eventi del genere.

Poi diretto al vernissage previsto dagli organizzatori, in un ampio salone della fiera, con tanto di Catering, bevute, primi e tartine, musica a go-go con ritmi ballabili di chiara foggia sudamericana, ulteriori chiacchiere con Manfredi, Cattani, Gabos, Valtorta, Algozzino, Vince Tempera ed il musicista Mirko Fabbreschi, oltre al direttore artistico della manifestazione, la simpatica Sabrina Perucca, con la quale abbiamo discettato su fantascienza e Blade Runner, e poi dopo svariati bicchieri di prosecco, dritti a letto all’Abitart Hotel.

Con Sabrina Perucca

Insieme a Sabrina Perucca.

La mattina mi sveglio a abbastanza presto, troppo.
Faccio colazione nella bella terrazza coperta dell’albergo, e poi decido di prendere la prima navetta per la mostra, quella delle 9,10, arrivando così addirittura prima dell’apertura.
Durante il viaggio tra hotel e fiera, sulla navetta faccio due chiacchiere con Giuseppe Di Bernardo, sulle solite cose (noi fumettari in questi contesti siamo tanto scontati quanto banali), lui è lì con il direttore di Diabolik, Mario Gomboli.
Ma alla fine è anche andata bene, perché ho avuto modo di girare un po’ tra gli stand, e farmi un’idea di dove ero, non che non lo sapessi, ma talvolta alcune cose si suppongono più che verificarle, per cui mi son detto che dovevo osservare con maggiore attenzione intorno a me.
La prima riflessione è stata indotta dalla possibilità di accesso ai padiglioni, che hanno una grande passerella, in realtà una grande strada che li congiunge a metà della loro altezza, consentendo così l’accesso ai padiglioni su due livelli, quello stradale e quella ad altezza uffici di rappresentanza, così che, entrando dal soppalco, è possibile vedere l’estensione completa dell’intera area espositiva interna, con la disposizione di tutta la planimetria degli stand. E devo dire che il colpo d’occhio è notevole, ed è proprio da questa vista d’insieme che ti rendi conto che il tuo universo: il Fumetto, ha generato un indotto di prodotti, merci, servizi o presunti tali, da dare lavoro ad un sacco di persone, molte di più di quelle che immagini e come tutto ciò, alla fine, si sia rivoltato contro il generatore di business che, all’interno di questi contesti, non riesce più ad essere il traino, la struttura fondante e di come il pubblico in fondo non sia lì per quello, ma per tutt’altro.

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Uno spazio espositivo con le opere dell’autore Disney di Marco Gervasio, e sopra quello della bravissima illustratrice francese Charlotte Gastaut.

Il pubblico, appunto.
Questa massa di persone che vengono vomitate all’interno di questi enormi contenitori e che si sparpagliano alla ricerca del personale sollazzo, quel divertimento che è il vero motore che li ha spinti in quello spazio anonimo, ma che cela delle meraviglie che giustificheranno il sacrificio di questa domenica annunciata grigia e rivelatasi di sole, un investimento del proprio tempo libero che deve giustificare lo sforzo, la spesa e dare un senso a questo fine settimana.
La cosa bella è lo stupore, lo stupore di quei volti di ragazzini e bambini che di fronte ad un feticcio ricostruito di una bottega d’ispirazione ad Harry Potter, già credono di incamminarsi verso Hogsworth, quei bambini che vengono a giocare ai videogames che probabilmente hanno già a casa, per confrontarsi con sconosciuti coetanei, con le mamme pazienti sedute accanto a loro che spippolano sui cellulari annoiate. O quei ragazzi mai cresciuti che brandendo delle spade di gomma si menano con pseudo tecniche di combattimento, ma che in realtà è tutto un “‘ndo cojo, cojo“. Quella moltitudine di gente mista, che intorno ad un palco sono lì ad aspettare lo youtuber di turno che li ammansirà con non so bene cosa, ma che fa tanto figo. E poi i meravigliosi cosplayers, variante costante di un carnevale che non finisce mai, con maschere tra il bello ed il disperato, dove si alternano ragazzini in cerca di una affermazione personale, giovani timidi alla ricerca di un riscatto, mamme piacenti che con la scusa di portare il pargolo colgono l’ultima occasione per vestirsi a “tema” e mettere in mostra un corpo prima dell’assalto finale dell’età e nella speranza di concupire gli sguardi di ignari spettatori, ed ancora adulti mai cresciuti che vengono a sfilare come se indossassero l’ultimo Gucci di stagione.
Ma tutto quanto fa colore, ed alla fine l’importante è che le persone si divertano, stiano bene e si sentano realizzati, o no?

Poi dediche, come sempre.
Non moltissime, come si immaginava, ma neanche poche, alla fine in contesti del genere ci si deve accontentare, e siccome il fumetto è l’ultima motivazione di tutte quelle presenze, tutto quello che fai, non solo è guadagnato, ma appartiene ad un pubblico che probabilmente non ti avrebbe mai comprato il libro.

A pranzo al ristorante della manifestazione, mi siedo in un tavolo dove non conosco nessuno ma che, alla fine, si riunisce in un discorso comune sul fumetto, la manifestazione e dove va il mondo, poi ci siamo fermati per non esagerare in voli pindarici, il rischio è sempre quello di cadere da vette troppo alte (qui scopro che i tre ragazzi seduti al tavolo  accanto a me, sono autori Tunuè, ma che essendo in angolo e seduti di spalle allo stand, neanche ci eravamo visti, tutti e tre autori della serie “Tipi tondi”, una linea per ragazzi, anche bravi, devo dire).

Allo stand conosco Eva, una colorista molto carina che ha lavorato su Monster Allergy, e fraternizzo con Luca Russo, autore Tunué con cui mi ero incrociato più volte, ma che non conoscevo affatto, ed anche questo tipo di incontri alla fine danno un senso a questi momenti, con scambi di opinioni, condivisioni di punti di vista, e l’inizio di amicizie con persone simpatiche, che hanno qualcosa da dire e con cui dividi passioni  e lavoro.
Poi una cosa che mi ha colpito molto.
Mentre facevo una dedica, mi accorgo di due ragazzini che stavano sfogliando le copie già realizzate (non avranno avuto oltre 14/15 anni), credendo che le stessero osservando per mera curiosità. Troppo giovani, quasi imberbi, non erano stati agganciati dai responsabili dello stand, bravissimi a spiegare ed a coinvolgere gli interessati in sosta di fronte ai libri esposti, e quindi davo per scontato la classica curiosità del “gesto” del disegno che cattura sempre l’attenzione, ma che alla fine si conclude vedendoli andare soddisfatti della performance ma senza avere acquistato niente. Ma io gli chiedo impunemente “Stai scegliendone uno?” giusto per capirne le intenzioni, e lui con una faccina che avrei baciato, tanto pulita, sincera ed intelligente mi risponde “Sì, voglio scegliere quello che mi piace di più”.
Fregato, come sempre le prime impressioni spesso sono mendaci, orsù.
Alla fine ha scelto quella con il buon Pilade con la canna in mano, e che effettivamente era una tra le più carine. Al che non ho potuto esimermi di chiedergli che cosa lo avesse spinto ad acquistare il mio libro, abbastanza fuori target per lui (sbagliando, per fortuna!), e lui candidamente mi ha risposto dicendomi che si era incuriosito vedendomi disegnare, gli era piaciuta la copertina e la bellezza del titolo.
Li ho ringraziati lasciandoli andare.
Voi non ci crederete, ma o mi sono rincitrullito di brutto (ed è molto probabile), o un piccolo episodio del genere oramai riesce a mettermi di buon umore, mi ridona fiducia verso il futuro e mi da la conferma che ancora c’è la speranza di raggiungere il cuore di ragazzi, e di poterlo fare non solo attraverso i pixel.
Grazie davvero, bimbi.

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Vista panoramica di un altro padiglione della manifestazione.

Poi sono arrivate le 17,00 di una giornata che si è rivelata molto più bella delle aspettative, anche se noi del sole non ne abbiamo sfruttato i benefici, rinchiusi come eravamo all’interno di questi bussolotti cementificati, e ci siamo ritrovati al rendez-vous di quelli che a quell’ora avevano la partenza per Termini.
Ma vuoi per  il bel tempo, che a Roma come in tutto il resto del mondo invita alla gita fuori porta, vuoi per la voglia di prolungare un’estate finita da tempo, ci siamo trovati in un traffico di rientro piuttosto intenso, piuttosto… troppo intenso.
Al mio interno sentivo la risatina prima sommessa, poi sempre più intensa del mio stress che aumentava ad ogni minuto trascorso, prendeva forza ad ogni stop, ogni semaforo, ed è dilagato letteralmente quando non so bene dove, era tutto bloccato per una manifestazione della Coldiretti, strade transennate, code e gente che attraversava da ogni parte e auto ferme in ogni direzione. Qui lo stress è deflagrato diventando l’unico protagonista di quella fine giornata: accidenti a lui!
Sembra che non ne possa fare a meno e mi venga a cercare con il lanternino anche quando tutto appare organizzato al minuto, e sostituendosi a tutto l’ossigeno che respiro.
Ma qui, il provvidenziale colpo di coda del pacioso autista del Van, un tranquillo romano che fino a quel momento mi era parso fin troppo remissivo, ha avuto la meglio sullo stress che in quel momento si è sentito gabbato, imboccando una strada interdetta a tutti gli altri mezzi ed adibita solo ai tram, in beffa ad ogni regolamento ha saltato l’ingorgo presentandosi su un lato inaspettato del Colosseo, e portandoci a destinazione con un tranquillo quarto d’ora di vantaggio sugli orari.

Adesso sono su un interregionale NON veloce sulla strada di casa, il buio mi avvolge di già ed il mio Ipad mi fa compagnia come nessun altro, ma adesso basta, mi risposo.
Ho una settimana impegnativa, molto, e dovrò ammorbarvi con altri report, altri commenti ed altre scassature di zebedei.
Sopportatemi.

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