PRIMA TAPPA: OLONNE-SUR-MER

Non so mai se sono contento o meno di ricominciare i miei pellegrinaggi per festival, da un lato la pigrizia strategica unita agli impegni che in questo periodo cominciano ad addensarsi per finire in una malloppa indistinta, come sempre, durante il periodo autunnale, dall’altra, il bisogno di evadere, la necessità di ritrovare lettori e consensi ai propri lavori, il desiderio di riappropriarsi del proprio ruolo, da molti mesi abbandonato per dedicarsi alla graphic-novel che mi ha assorbito molto, di tempo, di testa e di energie.


Insomma, sospeso come sempre in un limbo di sensazioni contrastanti che sembrano per forza volersi appropriare della mia quotidianità per non darmi respiro, ma con la certezza che in viaggio, tra aeroporti e aerei, almeno potrò concedermi la scrittura di questi pezzi che, per certi versi sono catartici.
Sono partito bene? Be’, si vede che avevo bisogno di scaldare i motori.

Affiche Abracadabulles

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In volo, destinazione Nantes.

A Pisa le partenze sono congestionate ed i voli sembrano tutti pieni, del resto siamo a fine stagione ed è sempre venerdì, giorno di partenze e di arrivi.
A Parigi dovrò fare la registrazione del volo per Nantes, aeroporto dove non sono mai stato, e dovrei arrivare in tarda serata, ma il tempo si preannuncia buono, spero non troppo caldo (quello va bene per il mare, non per il lavoro), e sufficientemente invitante per i lettori del luogo per preferirgli il fumetto piuttosto che il mare.
Il popolo degli aeroporti in questo periodo è, per la totalità vacanziero, lo si riconosce dall’abbigliamento, dai bagagli, dallo spirito, dai volti e da un certo smarrimento, e sicuramente dall’assenza di quei personaggi con le borse professional che ospitano tablet e PC dei loro padroni sempre con lo sguardo a l’orologio e dall’aria assente.
E l’ambiente è sicuramente più chiassoso, ma anche decisamente più allegro.
Dietro a me ci sono una coppia con due figli tra i quattro e gli otto anni, sono italiani, e come non constatarlo, sono anche simpatici, ma parlano continuamente, rimproverano i marmocchi ogni due per quattro, danno spiegazioni per tutto, e divieti su ogni cosa, da domandarsi cosa dovrebbe fare un bambino in un ambiente chiuso e senza niente da fare che non rompere gli zebedei. Ma è così, oramai è diventata una fissazione, il paragone dei nostri figli (ed il relativo comportamento dei genitori), con i figli di altre nazionalità, specialmente se del nord, è avvilente e contrapposto, addirittura antitetico.
Ma sicuramente la spiegazione sta nel comportamento dei genitori, perché dove siamo agitati, loro sono calmi, dove i nostri bambini sono isterici gli altri sono serafici, dove noi urliamo, loro parlano sottovoce, dove noi rimproveriamo, gli altri ignorano, non sembriamo neanche appartenere alla stessa specie.
Ma ci sarà modo per riparlarne.

Ad Abracadabulles, così si chiama il festival, è la prima volta alla quale partecipo, avevo rifiutato già molti inviti, declinati per molti motivi, uno dei quali è che a Settembre, quando è buono, il mare per me è sempre invitante, e non rinuncio mai a qualche bagnetto, sono viziato che volete farci, e l’estate per me dura sempre troppo poco ed io le tento tutte pur di prolungarla. Ma questa volta non sono riuscito a rifiutare al convinto ed insistente invito di Marc-André, ed eccomi qua, seduto su un volo Easyjet per Parigi-Orly, in una bellissima giornata di sole, calda proprio come solo Settembre, se vuole, sa fare.
So già che non troverò nessun collega che conosca bene, a parte Frank Le Hir, altro autore Mosquito, un giovane e tranquillo disegnatore francese conosciuto da molto tempo, ma nessuno con cui legare particolarmente. Vedremo

A Parigi Orly ho tempo, per fortuna, le mie prenotazioni sono a posto ma la tratta Parigi-Nantes, per un motivo che non conosco, ha bisogno della registrazione della prenotazione, per cui devo passare il controllo passaporti, uscire e fare un nuovo check-in. Ho tempo e pur dovendo fare nuovamente il controllo a l’imbarco, rientro e mi dirigo al Gate 40M, situato in un ampio salone vetrato, con una bella luce di fine giornata che illumina l’enorme spazio, poco gremito e tutto sommato tranquillo. Ho tempo anche per uno spuntino, e mi dirigo sui tramezzini preconfezionati, tra l’altro non è che abbia molta scelta e li conosco bene, ce ne sono in mille varianti nelle aree di servizio francesi, e poi in terra straniera mi piace buttarmi su cibi che forse in Italia non vedrei nemmeno, ma spinto da un insano entusiasmo pionieristico ne scelgo una confezione con affettato, maionese e pane integrale. Niente di che, ma mangiabili.
Al momento dell’imbarco niente file, siamo quatre chats, per dirlo alla francese, ci dirigiamo tranquilli al Gate senza patemi o passeggeri che cercano di superarti con nonchalance, scendiamo dalle scale adiacenti al corridoio mobile, e questo è già l’anteprima del declassamento del velivolo che, infatti, risulta aver la consistenza di un aeroplano di carta, è un turboelica ATR 42/72, tredici file per circa una cinquantina di posti.
Speriamo che le correnti d’aria non ci siano avverse.
Ma invece sulle ali l’aria corre veloce, in sottofondo il suono incessante e regolare delle eliche, dagli oblò la luce rossastra di un tramonto che stiamo inseguendo, e di un sole che non vuole arrendersi alla giornata ed ostinato si tiene stretto la sua luce che si scalda ogni momento di più. Tutti si lasciano cullare da quella atmosfera rilassante, chi legge, chi guarda trasognato il panorama scorrere sotto, chi si appisola cullato da quel rollio, la Francia ci osserva dal basso e noi, noncuranti, ci passiamo sopra.
All’arrivo a l’aeroporto di Nantes, pochi minuti prima della discesa dall’aeromobile, succede una cosa sulla quale non posso soprassedere, perché è, a parer mio, la migliore spiegazione per sottolineare le differenze tra Italia e Francia in proposito al fumetto, la sua considerazione, la sua diffusione, l’importanza sociale e, alla fine, le prospettive per la sua sopravvivenza.
Non mi ero accorto, ma nei due sedili davanti a me erano sedute mamma e figlia, una bambina ad occhio e croce non più vecchia di sei/otto anni. Nell’attesa che gli stewards ci diamo il via alla discesa, butto l’occhio sul foglio che la bambina teneva tra le mani, mentre nell’altra una matita. Bene, l’infante aveva evidentemente disegnato per tutto il tempo, ma il bello non era che si trattasse di un disegno qualsiasi, ma era una sequenza di ben sei o sette vignette con tanto di personaggi, balloons e testi.
Si trattava di un fumetto. La bimba aveva realizzato un fumetto.
Ora, di questi tempi, già trovare un under  30 che mostra interesse a qualcosa che si avvicina ad un fumetto non solo ha dell’incredibile, ma il fatto si avvicina più al miracoloso, da segnalarlo alla Santa Sede per promuovere l’inizio per una pratica di beatificazione.
Ma tutto questo non poteva che succedere in un paese dove il fumetto e la sua lettura, non solo è caldeggiato dalla famiglia ed ha un’enorme considerazione culturale ma è promosso dalla scuola e dai suoi insegnanti e questi, di fronte ad un albo a fumetti sanno cosa e come dare informazioni a riguardo. In Italia, e non tacciatemi da menagramo, la bambina per farla stare buona avrebbe spippolato su uno smartphone datole dai genitori per tutta la durata del volo, rincoglionendosi precocemente di app, animazioni e giochini, o no?

All’aeroporto di Nantes arrivo in orario e c’è Nicholas ad aspettarmi, uno dei benevoles dell’organizzazione, si è defilato all’uscita, quasi il suo obbiettivo fosse quello di nascondersi, ed infatti ci ho messo un bel po’ ad individuarlo col suo biglietto scritto a mano e con le due “i” di Casini scritte come “t” e poco leggibili, è simpatico e sorridente, con i suoi occhialini alla Cavour davanti a due occhi sfuggenti e dal mento affilato, assomiglia a Moebius. Ci aspetta un’oretta abbondante di macchina e nel frattempo ci mettiamo a fare due chiacchiere. Si finisce tra il serio ed il faceto entrambi sulla “politica”, debitamente tra le virgolette, non scendiamo in profondità, ma tra lui ed il suo Macron ed io con il duo Salvini-Di Maio, sembriamo la strana coppia, e facciamo a chi piange e rimpiange di più, e diciamo pure che tra i due, quello che sta meglio ha la rogna.
Arriviamo all’albergo situato vicino al porto dove si intravedono strutture moderne e dallo stile marino, inserite in un centro nautico che pare abbia la sua importanza ma che ci riserviamo di vedere meglio i giorni seguenti, e poi ci dirigiamo verso la “brasserie” deputata al rifocillamento delle truppe, anch’essa partner della manifestazione, un breve saluto ai commensali già a fine cena e mi siedo a tavola, la cena preriscaldata è pronta in un battibaleno e si lascia mangiare. Qui conosco personalmente Marc-André, e tutta la gerarchia del festival! Ed è proprio in questo momento che mi torna in mente l’idea che da tempo mi sono fatto di questi Festival, e cioè che va bene la passione comune per la BD, va bene lo slancio turistico promozionale che si danno ai piccoli centri, va bene l’impulso culturale che si regala alle nuove generazioni, ma io sono sempre più convinto che in molti casi sia una delle tante creazione di occasioni per stare insieme tra gli addetti all’organizzazione, tra i volontari della manifestazione e la loro voglia di gozzovigliare e godersi questi tre giorni facendo altro dal solito tran tran.
La mattina pare non si dedichi, è previsto un tour. Si fa i turisti. Bene.

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Il parco avventura “Les Salines”.

Infatti il gruppo vacanze Olonne BD, parte per “Les Salines”, ovvero verso verso un parco giochi-avventura che, in maniere poliedrica, sfrutta una delle caratteristiche del luogo, e cioè le paludi salate e relative saline, in un parco a tema dove insieme ad una visita della palude su un barcone, vengono spiegate le origini storico sociali del luogo. Ci si ferma in una sorta di anfiteatro, dove in maniere spettacolarizzata viene illustrata dal vivo la raccolta del sale, e dove dopo si intraprende un percorso a piedi fatto di tappe con ricostruzioni varie e relativi panels con cenni e curiosità storiche, il tutto con inserimenti di spazi con giochi per bambini, ma niente di digitale o informatizzato, bensì corde per arrampicate su dossi scoscesi, paludi dove poter giocare a piedi scalzi, un galeone ricostruito dove insieme ai cenni sul contrabbando e la pirateria del sale, i bambini possono giocare a fare i marinai, insomma uno spazio inusuale e sfruttato in modo intelligente.
La cosa incredibile è che appena arrivati e ad un primo approccio alla cosa non dareste due lire, se non ricredervi alla fine del percorso, dopo aver visto anche l’affluenza delle persone e il coinvolgimento dei bambini presenti all’interno della struttura: della serie come attualizzare e rendere turisticamente appetibile una caratteristica del luogo, e badate bene, una caratteristica come una palude, che di suo non ha niente di attraente, anzi.
Poi ci dirigiamo alla struttura del festival per il frugale pranzo, giusto per accorgersi che il Van sul quale avevo posato la mia borsa con matite e pennarelli, si era involato verso l’aeroporto di Nantes per andare a prendere un autore che doveva arrivare su un volo che aveva ben due ore di ritardo.
Bene, mi son detto, non mi restava che mangiare.
Poi con una sorpresa inaspettata mi accorgo che è arrivata il mio amico Vincent Pompetti, l’autore italo-belga che conosco da tempo e con il quale adoro fare quattro chiacchiere, perché ha la capacità di rilassarmi, perché è una persona dalla calma e dalla dolcezza contagiosa ed ha il pregio di saperti ascoltare e puoi parlarci di tutto, un amico e collega prezioso.
Ci dirigiamo verso le nostre posizioni e cominciamo a lavorare, io ho già di fronte a me una coda di persone che se Dio vuole, adesso posso accontentare e, come sempre, tiro alla lunga fino alle 19,00, ben quattro ore e mezzo filate di dediche.
Poi albergo e cena alla brasserie sul porto, come da programma.

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La sala delle feste dove si teneva la manifestazione Abracadabulles, ed una delle tante dediche fatte nell’occasione.

La mattina della domenica è bella e luminosa e, dopo la colazione, decido di usare il tempo restante all’arrivo della navetta per fare due passi verso la parte centrale della cittadina che non dista molto, ad occhio e croce circa un chilometro. Del resto in queste occasioni per conoscere le località che ci ospitano ci manca sempre il tempo, per cui giri a destra e a manca come una trottola senza conoscere curiosità e caratteristiche del i luoghi dove vai.
Olonne-sur Mer è divisa dal canale che si incunea naturalmente all’interno della costa, creando così una baia che ha permesso di costruirci il porto naturale e totalmente protetto dai marosi, questo è pieno di barche da diporto di ogni tipo, per cui la vista che si sviluppa di fronte al piazzale dell’albergo è una fitta selva di alberi che si issano verso il cielo, quasi a farsi concorrenza a chi arriva più alto.
Mi incammino verso l’oceano non perdendo l’occasione per constatare, sopratutto nei particolari, come l’architettura e le modalità di costruzione di due paesi così vicini come l’Italia e la Francia e con molte cose in comune, siano diversi, e questa osservazione, che non nascondo che mi diverta, ogni volta si aggiunge di nuovi dettagli.
Intorno a me una varia umanità di signori di mezza età che si dirigono chissà dove, molti runner impegnati nella sgambata festiva, molti in direzione del quai, il molo, e coppie che probabilmente vanno alla messa o verso il mercato in una piazza adiacente.

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Per le stradine di Olonne-sur-Mer costeggiando il canale del porto.

L’aria è fresca e la luce limpida delle nove illumina ogni cosa scandendone i dettagli, è un vero piacere godersi la camminata. Vorrei addentrarmi nella parte vecchia, ma non ne ho il tempo, perciò mi dirigo verso il molo, che si protende in mare fino ad un fanale di avvistamento. Il canale che divide la cittadina è piuttosto ampio, sarà intorno ad un centinaio di metri, al punto che esiste una chiatta che serve ad unire le due rive, essendo sprovvisto di ponti, se avessi tempo sarebbe carino andare di là, per una attraversata che se dura molto dura tre minuti, ma mi accontento di osservare le innumerevoli barche che movimentano il canale, dalle semplici pilotine, ai gozzi ai velieri che si dirigono verso il mare, per sfruttare una così bella giornata di sole in mare aperto.
Torno all’albergo e un autore francese, vistomi in attesa della navetta mi offre un passaggio con la sua auto a la salle des fêtes, dista qualche chilometro e ci mettiamo a fare quattro chiacchiere.
Non c’è nient’altro di rilievo, la mattinata scorre facendo una dedica dietro l’altra, e i nuovi lettori “conquistati” il giorno prima, si rimettono a fare la fila, felici di scoprire nuove dediche dalla loro recente scoperta, ed è facile individuarli perché hanno un sorriso beato stampato sulla loro bocca, come quello dei bambini di fronte ad un nuovo gioco.
Pranzo con Vincent, dopo avere consegnato la mia bottiglia di vino rosso donatami dall’organizzazione a Frank Le Hir, gliel’avevo promessa il giorno prima, del resto spesso ai festival come regalo d’accoglienza, tra manifesti, depliants organizzativi e gadgets vari, regalano bottiglie di vino locale, etichettate per l’occasione con il poster della manifestazione, bottiglie che devo puntualmente regalare per l’impossibilità di riportarmela sull’aereo.
Sul pranzo stenderei un velo pietoso, è una costante di molti festival la ristorazione fatta dal catering e dal menù obbligatorio, ovviamente, nessun problema e nessun problema anche sulla constatazione della qualità, in questi frangenti non ci può e non ci deve interessare, diciamo che ci “alimentiamo” e chiudiamola qui.
Stabilisco un orario per la partenza per non dire all’ultimo  momento che interrompe la mia sessione, e mi rimetto a dedicare.
Dopo i saluti ed i convenevoli con le persone conosciute, mi indirizzo al parcheggio dove una rombante Peugeot mi aspetta, di il mio driver si chiama Roger, ci ha accompagnato a “Les Salines” la mattina del sabato, è un tipo tranquillo e serafico ed io, invece, mi accorgo di avere fatto i conti senza l’oste: praticamente sto partendo con solo due ore di anticipo per l’aeroporto, ed ho ben un’ora e un quarto di viaggio. Grandioso.
Sento già ridere lo stress che si era tenuto nascosto fino ad ora, ci gode lui a vedermi agitato, temo che sia stato proprio lui a confondermi sull’orario di partenza e non avermi fatto dire un’ora prima, che mi avrebbe permesso di fare un viaggio tranquillo.
Tra l’altro Roger deve fare anche rifornimento, per cui s ne vanno altri cinque minuti che, nel contesto, sono oro.
Riesco a mascherare la mia agitazione parlando di varie amenità con Roger che, come ogni francese, non sgarra di un chilometro sui divieti di velocità, dove c’è 70 va a 69 e dove c’è 130 va a 129, hanno ragione loro, per carità, ma io avrei dato fuoco a tutti i cavalli motore disponibili mangiandomi letteralmente l’asfalto a cucchiaiate, ed i segni della mia mia impazienza, adesso si vedono tutti.
Poi ovviamente tutto fa brodo, perché l’ansia si bea di ogni piccolo imprevisto, si nutre avidamente di ogni frazione di secondo che ti fa perdere, gode per un rallentamento improvviso, per due auto che si mettono davanti a te in fila al casello, per un sorpasso impedito dall’andatura più lenta di chi ti precede.
Poi ovviamente c’è la periferique di Nantes, il rientro dei cittadini dal pomeriggio domenicale, e tu ti consumi come un lumicino mentre la tua ansia si strofina le mani soddisfatta.
Arriviamo finalmente all’aeroporto Nantes Atlantique, saluto frugalmente il buon Roger ringraziandolo per il percorso senza scossoni, e mi dirigo direttamente all’imbarco, sono le 17,40 ed ho la partenza alle 18,20, adesso tutto dipende da quanta fila c’è ai controlli di dogana, ed il cuore corre per l’impazienza.
C’è abbastanza gente ma suddivisa in diverse file, e capisco subito che c’è la farò, e mi tranquillizzo deludendo così la mia ansia che, rintuzzata, svanisce.
Al Gate l’imbarco dei passeggeri è già iniziato, mi metto finalmente in fila.
Anche questa volta è andata, ma si può vivere così?
Perché faccio di tutto per cercarmele?
Adesso sono sul volo Easyjet diretto a Tolosa, spippolando tranquillamente sul mio IPad e divertendomi ad osservare le mie paturnie a distanza.
A Tolosa l’aereo partirà con un po’ di ritardo, un ritardo che il velivolo ha accumulato nel volo precedente, qui la stanchezza si comincia a fare sentire e il desiderio di scrivere gli lascia il posto con gentilezza, finisco così per sonnecchiare per tutto il tempo, alla fine Volotea (la compagnia dell’ultimo volo), ha perfino una distanza piuttosto ampia tra le file di sedili e la posizione è piuttosto comoda, e non essendoci più grandi novità, ammesso che fin qui ci siano state, abbandono la scrittura quando Pisa si comincia ad intravedere sullo sfondo.
E la prima, è andata.

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