BD dans l’Ain – Bellegarde 2017

Quattro giorni fatti di impegni ed ulteriori viaggi, giusto poche ore prima di riprendere la valigia (tra l’altro mai riposta), per ripartire per Ginevra.
Bellegarde sur Valserine è un piccolo borgo tra le alture non distanti da Ginevra, che all’incirca dieci anni fa mi regalò la consapevolezza che, forse, potevo davvero inoltrarmi con tranquillità

nel mondo della Bédè, e qui incontrai Michel Rodrigue, Achdé ed altri autori che adesso non ricordo bene, che nonostante tutto mi misero a mio agio, facendomi sentire uno di loro. Allora eravamo alloggiati all’hotel Belle Epoque, che aveva di quel periodo non soltanto il nome, ma perfino l’architettura ed il fascino, l’unica cosa bizzarra e stonata era la cucina, era cino-coreana, e lo rendeva perciò un luogo strano, originale e quasi fantastico.
Qualche anno dopo prese fuoco, quasi che la sua originalità lo caratterizzasse anche al momento della sua fine, quando cioè è calato il sipario sulla sua storia.
Se non ricordo male oggi è stato ristrutturato ed è di nuovo in funzione con una gestione diversa ma, va da sé, ha perso tutto quel fascino che esercitava a quel tempo, perché anche se la vernice e le ristrutturazioni rendono belli, nuovi e competitivi, hanno anche il potere di cancellare la patina che il tempo, la storia e le vicende degli uomini riescono a lasciare negli spazi che vivono.

All’aeroporto ho tempo, e questo mi costringe a fare mente locale sui giorni passati, trascorsi in modo veloce e pieni di impegni, al punto che mi ritrovo a fare un consuntivo su una vicenda personale che, anche se sperata da tempo, non ho avuto il tempo di metabolizzare, tanto l’ho dovuta vivere in modo concitato.
E, inaspettatamente, i sentimenti hanno il sopravvento.
Ma lasciamo perdere, altrimenti il tutto si vela di tristezza.
Tutto questo però mi induce ad una riflessione che non so quanto balzana possa essere, e cioè il fatto che nonostante tutto, i social networks e questa inarrestabile bisogno di esternare, scrivere e lasciare testimonianza su degli schermi, intasati di amene inutilità o di aggressive invettive, di filmati idioti e intelligenti, di edonisti e frustrati, di megalomani o emarginati, influencer o svitati, dando il peggio o il meglio di noi, hanno in sé anche qualcosa di buono o, forse, di magico, invitandoci così a dire qualcosa che ci riguardi, sempre mai richiesto per carità, ma che nelle nostre solitudini sono come messaggi in una bottiglia, lettere scritte per noi ma gettate nel mare del web, perché qualcuno le raccolga, le legga e le condivida, perché tutti abbiamo bisogno di dire qualcosa.
Oppure, come ho fatto stamani, scrivere per destinatari che non ci sono più, nell’illusione fiabesca che da qualche parte ci leggano, e poco importa se ciò che scriviamo arriva sotto gli occhi di tutti, la condivisione delle parole diventa la loro legittimazione, prendono significato, hanno ragione di esistere.
Chi l’avrebbe mai detto Mr. Zuckemberg?

Impression

Il manifesto del Festival.

Comunque, a differenza del festival precedente, qui sarò circondato da francesi ed io, unico italiano, se proprio sentirò l’esigenza di parlare la mia lingua, dovrò farlo con Michel Jans (l’editore di Mosquito), ma credo che non sarà un problema, anche perché la vita spesso controbilancia gli eccessi con la privazione, equilibrando talvolta il tutto, come se la stessa mano che concede, in altri casi tolga, ma qui a Bellegarde troverò Thierry Marthinet, Bettina Egger e Hannu Lukkarinen (con lui sarà d’obbligo l’inglese invece, rendendo così questo festival una sorta di Babele del linguaggio, almeno per me) personaggi con cui, insieme a Michel, abbiamo condiviso la bellissima esperienza cinese dell’anno passato, che sarà sicuramente un motivo di conversazione, qui incontrerò inoltre Tabary, Jean-Yves Mitton, Karinka, Nikita Mandrika, Stéphanie Dunand-Pallanz e l’immancabile amica Sophie Tourrel, Jean-Marc Stalner, Willhem, Lenfevre e molti altri.
Ci chiamano all’imbarco, anche oggi c’è il sole, e non so voi, ma è sempre un bel partire, mette di buon umore.
All’arrivo non faccio che soli pochi metri, perché sbarchiamo in corrispondenza del gate B09, lo stesso della partenza per Ginevra, circostanza tanto comoda quanto inutile, visto che devo comunque aspettare tre ore per il volo, mai che queste cose capitino quando sei di corsa, arrivi in ritardo e non hai i tempi utili per il cambio, ma è la vita che è così: si diverte.
Trascorro così il pomeriggio seduto vicino al desk della partenza, digitando sul tablet e giocando un po’ mentre l’umanità intorno a me si alterna tra una partenza e l’altra, tra un volo per Punta Raisi ed uno per il Charles De Gaulle.
A Ginevra c’è Marc, non lo ricordavo, lui sì. Aspettiamo anche Hannu Lukkarinen e Tuula la moglie,  che arrivano da Helsinki con un po’ di ritardo, ed insieme ad un altro francese arrivato dall’altra parte dell’aeroporto, anche qui, come a Mulhouse, l’Europa comunitaria si scontra con “l’isolamento ” svizzero, e a secondo dove sbarchi non puoi andare dall’altra parte.
Marc ci porta prima all’albergo, il vecchio La Sorgia di Lacrans, un borgo vicino a Bellegarde che oramai è il nostro punto d’incontro, poi tutti al Belle Epoque, ma guarda un po’ neanche a farlo apposta, da quest’anno rientrato in gran spolvero tra i partners della manifestazione.

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La cena al “Belle Epoque”, io, Bettina Egger, Tuula e Hannu Lukkarinen.

Qui incontriamo tutti gli amici, oramai l’inaugurazione del festival è saltato e ci avviami verso la cena, ed incontriamo Michel Suro, Thierry Martinet, André Guinard, e poi Jean Louis, Pascal, Bettina, Zaza e molti altri.
Il locale è cambiato completamente, la gestione è francese e sulle nostre teste non ci sono più camere arredate in stile, ma moderni appartamenti affittati a uomini d’affari. Il posto è carino e le pietanze, con il secondo a base di faraona, è buono, il rosso che accompagna il tutto è conviviale e la serata passa tranquilla poi, stanchi, decidiamo di andare a letto, ed insieme ad Hannu e consorte, torniamo all’albergo.

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Il Centro Jean Vilar, sede della manifestazione.

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Nell’ordine, una delle sale con le postazioni autori, e la libreria del festival con tutti i libri degli autori ospiti.

La mattina cominciamo sotto una pioggia battente, il cielo è di un grigio che non ci abbandonerà per tutta la giornata e, come si dice da queste parti, la pioggia aiuta allo svolgersi di questo tipo di manifestazioni, perché induce al riparo, a mettersi al chiuso, e quale migliore occasione per comprare fumetti e farsi fare delle dediche?
Tutto normale fino all’ora di pranzo, poi insieme ed al completo ci inoltriamo vero il ristorante, abbiamo ben due ore e mezzo per la sosta vettovagliamento, ma c’è la consumiamo tutta intorno ad un tavolo e, appena rientrati, la fila di fronte alla nostra posizione è così lunga che ci mettiamo a lavoro alla 14,30 e non ci fermiamo praticamente mai fino alle 19,00, in un bel tour des forces.

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Alcuni momenti della manifestazione.

Rientriamo giusto il tempo per rinfrescarsi e poi giù di nuovo per l’aperitivo, che si consuma al bar all’entrata dell’hotel e ristorante la Sorgia che, mi dicono prende il nome di un’altra sovrastante Bellegarde. Il locale è cambiato dall’anno scorso, ha mutato gli arredi e la sala da pranzo è effettivamente carina, le camere rimangono quelle che sono, accoglienti e confortevoli ma con  l’appeal degli anni ’60, con una porta a soffietto (sgangherata) che divide la camera dalla toilette, ma noi non c’è ne facciamo un problema, il letto è comodo e la stanza pure.
L’aperitivo è composto di champagne e sfoglie salate di ottimo pregio e specie di pandori salati farciti con olive e salumi, comincia il casino, le voci si alzano, i gomiti pure ed i decibel anche. È tutto un cambio di gruppi e di persone tra una chiacchiera con uno, una chiacchiera con l’altro, niente di importante ma il giusto perder tempo prima di andare a cena.

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Il salone della cena del sabato sera, da sinistra in primo piano si vedono  Thierry Martinet, Tuula Lukkarinen e Bettyina Egger.

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“The Fantastic Trio” il sottoscritto insieme ad Hannu dalle lande innevate del nord e Christina Lacroix (Lax), grande autore francese e fresco reduce da un brutto incidente automobilistico, ma che qui fortunatamente abbiamo ritrovato in splendida forma, tutti e tre compagni di strada dell’indimenticabile avventura cinese dell’anno scorso.

La cena è davvero buona, fatta di una crema alle carote e noccioline con sfoglia rollè al formaggio, ed un secondo buonissimo di capriolo e purea di castagne con pera alla cannella e polenta farcita, due prelibatezze, poi il fromage blanche (o non, a scelta) e il dolce fatto di un gelato al mango è uno sformatino al cioccolato. Io sono nel punto più internazionale della cena, un comitato ONU composto per l’occasione da Bettina Egger in rappresentanza dell’Austria, Hannu e Tuula Lukkarinen per la Finlandia, ed io per l’Italia, quest’anno con numero di partecipanti davvero insufficiente (ero solo), oltre che ovviamente francesi a go-go,  ma loro si sa, giocano in casa. Nella stanza dove quattro tavolini di circa una quindicina di persone animano perfino troppo la cena, l’eccitazione per l’occasione, la pessima acustica non permette di sentire alcunchè se non il nostro dirimpettaio se ci avviciniamo, in più tra l’inglese finnico/austroungarico ed il francese, vi lascio immaginare il livello di stress del sottoscritto dopo una giornata di dediche fatta di sette ore piene.
Per fortuna arriva la consegna dei regali, a Bellegarde nessun premio ma cadeaux per tutti, un originale modo per non scontentare nessuno e ricordare la partecipazione degli ospiti, statuine BD per tutti, stando attenti a non dare doppioni a chi è già venuto.
Io in effetti comincio a diventare un problema, questa è la mia sesta volta e devono ingegnarsi per trovare qualcosa di originale, si salvano regalandomi un Hyppopotamo della serie Blacksad che, se va di questo passo, tra poco finirò.
Un altro po’ di traccheggio per non dire di andare a letto subito, ma in realtà l’attesa è perché cominci la lenta processione verso l’uscita di quelli che, deciso che la serata è giunta al termine, se ne vanno, non immaginando quanto sono benedetti dagli altri che, colto il precedente si accodano e se ne escono pure loro.
Pochi minuti e saluto tutti, ma non sono assolutamente tra i primi, molti altri già si stanno defilando, anche perché io ho un compito incombente che devo espletare prima di andare a letto, ed è l’obbligo del mio report che non posso rimandare, non posso perdermi eventualmente dei dettagli che potrei dimenticare.

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Due scatti raffiguranti l’esposizione dei lavori degli alunni delle scuole locali, e premiati nella giornata di Domenica, bella consuetudine che si rinnova in occasione di questi festival, dove i giovani studenti e potenziali nuovi lettori sono incentivati alla lettura e alla realizzazione di storie a fumetti. Un modo intelligente e produttivo per coinvolgere le nuove generazioni e mantenere un fresco interesse sul medium e sulla sua cultura.

La domenica si presenta con dei filtranti raggi di sole, ma alcune auto che passano nella strada sottostante hanno la neve sul tettuccio, più in alto deve essere nevicato nella notte, non c’è da meravigliarsi, qui è normale.
Veloce colazione è un saluto a Dominique& C. oramai ci conoscono e rimandiamo tutto alla prossima volta, al Centre Jean Vilar, alcuni colleghi hanno già cominciato, e c’è ancora la coda in corrispondenza della mia postazione, praticamente riprendiamo da dove abbiamo lasciato, e la mattinata va così.
In segreteria confermo che l’agenzia non mi ha inviato la carta d’imbarco per il ritorno, cosa che in sé è anche normale visto che spesso è recuperabile solo 23 ore prima della partenza, il fatto è che anche loro non c’è l’hanno e nessuno si è premunito di spedirla, mi faccio stampare allora il messaggio con il codice di prenotazione, mi presenterò con quello al check-in.
Sosta inderogabile alle 12,00, per me è un po’ presto ma l’organizzazione ha deciso così per quest’anno, e gli autori vanno uniti in gruppo verso il ristorante “Le pot à fu”, il locale dove la domenica è usanza fare il pranzo da sempre.
Seduti al tavolo sono insieme a Michel, Mandrika, Hannu e Bettina, la conversazione si svolge in francese è un po’ in italiano, ed Hannu rimane un po’ escluso, gli rivolgo qualche attenzione ma poco più, anch’io ho una stanchezza accumulata dai giorni precedenti e sono concentrato a preservare le residue energie per lo scampolo di pomeriggio, il dopo pranzo è traumatico con il pasto sullo stomaco.
Il pranzo è composto di una bella entrèe gourmande (come dicono qui) e cioè un’insalata farcita con formaggio ed affettato, ed a seguire un pesce d’acqua dolce, contrariamente al piatto forte del ristorante e cioè il pentolone di carne bollita piazzato in mezzo al tavola tipo fonduta, dove ognuno estrae i pezzi che desidera e se li condisce come vuole ma, per me che non vado pazzo per il bollito, questa inaspettata variazione è un cambiamento piacevole.
Rientro al festival sotto una leggera pioggerella di gocce di neve indurita, ho già alcune persone in attesa ed un paio di dediche in più da fare, alterno il tutto e finisco in tempo dopo aver debitamente avvisato l’ultimo della fila a poter disporre di una dedica.
Saluto tutti e parto sulla Mustang di Marc che, come da accordi è venuto a prendermi, il viaggio fino all’aeroporto è veloce, il traffico è scarso ma all’ingresso dell’aerostazione la fila delle macchine è piuttosto lunga, la domenica sera da Ginevra partono un sacco di persone, come d’abitudine. Scendo al volo e ringrazio Marc e mi avvio verso i check-in corrispondenti, con il codice mi vengono stampati i due biglietti e posso così andare verso i controlli.
Qui la fila è lunghissima, un serpentone che occupa tutta la superficie antistante i sedici accessi ai metal detector ed ai tapis roulant per i bagagli, degli addetti ci smistano con ordine distribuendoci equamente tra tutti e sedici le porte e nonostante la mole delle persone la fila scorre veloce.
Un po’ più complicato l’accesso al Gate, più che altro alla sua identificazione, vedo volo per Roma alle 19,00 e mi dirigo diligentemente verso il Gate D73, salvo rendersi conto, una volta arrivato, che questo è un volo EasyJet, mentre io ho un volo Alitalia.
Curioso, ci sono due voli per Roma che partono allo stesso orario, non avendolo immaginato, ho ovviamente memorizzato quello sbagliato, devo tornare indietro, dopo aver fatto km a piedi e con tapies roulant zeppi di gente e ragazzi che intralciano la marcia, i Gate D sono alla fine del mondo, ma per fortuna il nuovo è il D27, e non è lontano dall’altro.
Sono arrivato, adesso devo solo munirmi della pazienza necessaria all’attesa, con l’aiuto del mio IPad da combattimento.
Saliti a bordo però non ci muoviamo, l’aereo rolla sui corridoi di collegamento ma il traffico è intenso ed al momento di partire la fila di decolli ed atterraggi sull’unica pista dell’aeroporto di Ginevra rallenta il tutto, è normale, ho poco tempo per il cambio a Roma, e figurati se la mia dose di stress il mio pusher non me la vuole vendere anche oggi.
Contrariamente all’andata, sbarcato con i corridoi telescopici comunicanti con l’aerostazione ed arrivato praticamente allo stesso gate della coincidenza, comodità ovviamente inutile visto che la partenza sarebbe stata dopo tre ore e mezzo, all’arrivo veniamo invece parcheggiati nell’area più distante dello scalo, tanto lontano vediamo le luci della costruzione centrale, ovviamente saliamo sull’autobus, tra spintoni, stretti come sardine ed un bambino che urla e sbraita da almeno venti minuti, mentre il tempo scorre inesorabilmente.
Mi mantengo calmo però, saranno i corsi di training autogeno che mi aiutano o la lontana consapevolezza di avere tempo, fatto sta che arrivo tranquillamente al gate C05, e la fila è ancora lì, indefessa, ad attendermi.
Ora, io lo so che queste non sono avventure tra i pashtun, report di itinerari avventurosi dello Yemen battuto dai terroristi islamici, o facendo volontariato presso gli ospedali da campo del Darfur, ma io questo ho da raccontare, e se le mie avventure non vi piacciono, non vi resta che prendervi un libro di Salgari e sfogarvi, lo so che non è di primo pelo, ma ha sempre il suo fascino, salvo rammentarvi poi, che lui le avventure se le inventava di sana pianta, mentre io combatto invece tra orari e stress e ci metto pezzi di vita vera, senza sciabole e tigri, ma pur sempre attinte alla realtà.
Ah, dimenticavo, salito sul nuovo aereo per Pisa, mi ritrovo all’ingresso dell’apparecchio la stessa hostess che mi aveva accudito nella sua sgargiante uniforme rossa Alitalia, la vita è circolare ragazzi, tutto torna al punto di partenza per ripartire in un nuovo cerchio, ero risalito sullo stesso aereo, tanta smania per tornare al via, e senza neanche ritirare i soldi che concedeva il Monopoli.
Ma mentre sono qui che digito nella penombra dell’aereo in volo notturno digitando sul tablet, mi guardò intorno, e vedo nei volti riflessi dalla luce che arriva dagli schermi dei PC delle persone accanto a me, le tabelle, i codici oppure pagine di manuali con asterischi ed elenchi di fornitori, tutta gente che la mattina riparte per una giornata di lavoro, mentre io scrivo di amenità, faccio disegni e realizzo storie fantastiche, ed allora penso che sono davvero fortunato a fare un lavoro che non è un lavoro, divertendomi anche.

Per finire, perché non si dica che non ci facciamo mancare niente e la pianificazione della nostra vita scorra lineare ed ordinata, l’ultima novità davvero da incorniciare, per un problema a scuola che pare irrisolvibile se non con la disponibilità del sottoscritto, domani mattina devo andare a Firenze all’Accademia Nemo, io che sognavo almeno un risveglio meno traumatico e riposato, dopo una tre giorni faticosa, per cui appena arrivato dovrò cominciare la nuova settimana all’arrembaggio.
Ma dev’essere una prerogativa di Bellegarde, o del mese di Novembre che da anni è congestionato e complicato, perché ricordo una lontana edizione di sei o sette anni fa, quando andavo nella graziosa cittadina de l’Ain in auto e, ritornato la sera, il mattino seguente dovemmo ripartire per Pisa-Parigi, è da lì per Port Saint Denis per un altro festival, bellissimo ed originale, a La Réunion (se volete rileggervi il report dell’epoca potete farlo QUI), in mezzo all’Oceano Indiano.
Qualche anno fa.

E mentre scorre il Tirreno sotto le nostre ali, nero e minaccioso, chiudo tutto, vorrei rilassarmi un po’, ma l’aereo decelera, siamo già in fase di atterraggio: Pisa-Roma, è davvero un tiro di schioppo.

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