BÉDÈCINE ILLZACH 2017

Si riparte.
Novembre non è mai stato un mese tra i più tranquilli, festival a raffica ed impegni vari lo trasformano nel primo mese freddo per la temperatura e caldo per festival, scadenze varie e programmazioni prenatalizie.


Anche Illzach è uno di quei festival dove sono di casa, ed ho anche il bellissimo ricordo della mia prima partecipazione dove venni insignito del premio “coup de coeur” per Hasta la Victoria!, e poi molti viaggi in auto con Gradimir Smudja o in furgone con Paganelli (Grifo Edizioni), odissee su quattro ruote che adesso mi risparmio a favore di  voli aerei più comodi, anche se li rimpiango un po’.
Oggi è una giornata bellissima e sembra quasi primaverile, un sole accecante, una temperatura mite che invoglia ad uscire di casa ed io, prendendola alla lettera, forse anche troppo, me ne esco per centinaia di chilometri, esagero?
Il Galileo Galilei sembra ridotto al minimo, poche persone che circolano, nessuna coda ai controlli, posti liberi in corrispondenza dei gates, negozi o desks.
La partenza è in orario, meglio così perché non mi pare di avere molto tempo per la coincidenza a Monaco, e la bella giornata permette di vedere la piana pisana, gli snodi autostradali, il tunnel di San Giuliano Terme fino addirittura a Lucca, splendidamente accerchiata dalle sue mura, oltre a tutti quei dettagli topografici che ci indicano inequivocabilmente che la relatività della nostra esistenza è concepita solo a livello dimensionale, la nostra sfortuna/fortuna è di avere un punto di vista talmente radente che ingrandisce soltanto le nostre ambizioni, ci vedessimo dall’alto, ci renderemmo conto di non essere niente più che delle formiche che si agitano, capaci solo di invadere lo spazio verde in modo cancerogeno ed inquinando un paesaggio che, dall’alto, risplende in tutta la sua bellezza.

Illzach.2017

L’affiche della manifestazione.

Illzach è poco più di un sobborgo di Mulhouse/Basilea, una serie di graziose villette con giardino disposte in modo ordinato, con l’immancabile centro culturale atto ad ogni evenienza e per ogni manifestazione, il tutto disposto geograficamente tra Francia-Svizzera-Germania, diventando così un festival che interessa tre nazioni distinte ma interessate al fumetto, e tutte molto partecipative.
BÉDÈCINE inoltre è un festival pieno di italiani, e so già che incontrerò molti colleghi e con il quale faremo gruppo tipo: “italiani all’estero” e il mio francese sarà ridotto al minimo per le contingenze, mentre per le chiacchiere useremo l’idioma italico. L’entusiasmo di questi incontri non è tanto dovuto al solito modo di fare caciarone che ci contraddistingue, quanto al fatto che per molti di loro o ci vediamo oltralpe, oppure è difficile incontrarsi in Italia, perché qui sono conosciuti e lavorano anche con case editrici importanti, mentre in Italia la loro riconoscibilità è dovuta alla possibilità di vendita dei loro diritti d’autore per editori terzi, anche se oggi, quasi tutto viene ripubblicato anche sul nostro territorio nazionale. So già che ritroverò Matteo Alemanno con cui molto volentieri scambiamo i nostri punti di vista che spesso combaciano, Giuseppe Manunta che oramai si è fatto francese abitando, se non ricordo male, a Strasburgo, Theo Caneschi, Daniela Di Matteo, già incontrata a Lucca, Roberto Zaghi, Davide Fabbri, l’amico di tante scorribande Gradimir Smudja, Eugenio Sicomoro, Roberto Baldazzini, Gianluca Maconi, ed anche nuovi colleghi che non conosco ma che sarò ben lieto di farlo, insomma un’allegra brigata di italiani, la maggior parte invitata da Pierre Frigau, un oriundo sardo che collabora da anni con la manifestazione e che si occupa direttamente di invitare autori italiani, anche se io, in questo caso, l’invito l’ho ricevuto direttamente dall’organizzazione.

Le Alpi, come ogni catena montuosa, fa da barriera oppositrice ai flussi atmosferici, almeno a bassa quota, credo, perché nel momento che sconfiniamo in terra Austriaca per inoltrarci nelle lande tedesche, il cielo si ingrigisce, arrivano le nuvole e il manto della neve imbianca tutto l’arco alpino, è il Nord baby, noi siamo terre del Sud, che ci piaccia o meno. Ed è di fronte al cambiamento climatico e l’inequivocabile mutazione di colori che la signora seduta accanto a me, che fino ad ora era rimasta nei confini della sua privacy, al punto di non sapere neanche se fosse italiana o tedesca, che in uno slancio di improvvisa quanto inaspettata confidenza, mi sussurra:
-Sono sposata con un tedesco, lui lavora a Monaco e a me piace starci per qualche giorno… ma non riuscirei mai ad abitarci, mi manca troppo il sole e la nostra terra… come si fa? Guardi qui, ieri mi ha telefonato e mi ha detto che c’era 1°C, mentre noi siamo partiti e sembrava primavera….era perfino caldo…”.
Per tornare poi nella sua riservatezza.
C’è poco da fare, è in queste occasioni che il nazionalismo più scontato emerge, e la parte se non peggiore, almeno quella più banale del nostro senso di appartenenza fa uscire lo sciovinismo italico del tipo : “come siamo belli noi, non lo è nessuno”, “certo il tempo, il mare, il sole… e poi vogliamo parlare della cucina”. Il bello è che non solo ci crediamo, e ahimè, ma ci credo pure io e ne sono anche convinto, nonostante apprezzi e mi piaccia gran parte del mondo che ho visto, oltre ad essere anche consapevole di avere doti di adattamento notevole.
E nonostante mi riconosca come un grande fustigatore dei vizi di casa nostra, non posso fare a meno, nel confronto, di propendere per il mio paese, nonostante tutti i difetti che possiede e tutti i cialtroni che lo abitano, compreso il sottoscritto.

Arrivo all’Europort di Mulhouse che è in realtà il crocevia di tre stati che usufruiscono del medesimo scalo, infatti potendo entrare anche in Svizzera, e non essendo paese dell’Euro, siamo costretti a mostrare il passaporto, uscendo dal controllo documenti si possono anche usare uscite diverse perché, prendendo un lungo corridoio protetto, si può anche arrivare direttamente il Svizzera, cosa che ha fatto un serafico collega italiano l’anno scorso, innocente e naif come pochi, in certe situazioni, pare se ne sia andato in Svizzera seguendo questo corridoio protetto che porta direttamente nel paese dei cantoni , salvo poi sentirsi perso, perché ovviamente non c’era nessuno ad aspettarlo, e non per negligenza degli organizzatori, ma perché il contatto era semplicemente in Francia, a poche decine di metri da lui.
No, non vi dirò mai il suo nome.
All’uscita trovo Roland, il mio chauffeur, che dovendo aspettare due autori belgi, oltre ad una birra mi offre gentilmente un pritzel, specialità alimentare locale, una specie di biscotto salato di curiosa consistenza e sapore indefinito.
Ma gentilmente ringrazio.
Arriviamo al Novotel, l’albergo che ospita tutti gli autori, dopo aver preso possesso delle nostre stanze veniamo portati all’Espace 110, lo spazio culturale della cittadina dov’è verrà inaugurata la manifestazione, seguirà ricco buffet a base di tartine, wurstel e Cote du Rhone, e poi tutti a cena nello spazio ristorazione, che useremo il giorno durante la nostra permanenza nella struttura.

Il sabato ci sveglia sotto un cielo plumbeo che minaccia un’acqua che in realtà non vedremo durante il giorno, ma che ci conferma che, a queste latitudini, il sole spesso è una mera speranza.
Classica colazione internazionale, poi nell’attesa del bus, parlando con i colleghi italiani e le relative consorti, mi accorgo che una ragazza accanto a noi sorride in quel modo che ti fa capire che intuisce ciò che stiamo dicendo, e siccome casualmente me la ritrovo a fianco sulla navetta, mi presento e constato che la mia impressione era giusta, timidamente era rimasta in disparte, ma è Cinzia De Felice, una collega italiana, mi riprometto di fargli da pigmalione e presentarla agli altri, ma poi finisco per perderla per tutta la giornata è rivederla solo la sera dopo la cena, al rientro in hotel.
Poi partenza per l’Espace 110, qui sono disposti le postazioni di tutti i disegnatori, in base a criteri empirici o in funzione di pubblicazioni, editori presenti ed altro, io ad esempio sono allo stand Mosquito, stand che domina la manifestazione perché posizionato un po’ più in alto da terra, siamo in tre autori ed io sono situato vicino all’entrata dello spazio, per cui mi godo uno spiffero che proviene dalla porta d’ingresso che 9 su 10 non viene chiusa, l’unica fortuna è che rimango dietro un angolo e, forse, ma dico forse, mi risparmio un malanno che mi sarei potuto prendere sicuramente.
La mattina scorre facendo dediche una dietro all’altra, scorgo arrivare altri colleghi, e rivedo facce conosciute, molte delle quali di vecchi lettori che vogliono la dedica sull’ultimo lavoro, e stringere un contatto perso da qualche anno, qui in effetti vanno per la maggiore gli ultimi due albi de “La lama e la croce”, che sono stati pubblicati negli anni nei quali io non sono stato ospite.

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Lo spazio che ospitava gli autori all’interno della sala delle feste de l’Espace 110.

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Il sottoscritto all’opera.

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L’orchestrina funky che allietava le sessione di dediche, circolando nello spazio e portando buona musica in giro.

Alla pausa caffè, che noi autori degustiamo in una saletta a parte, di fronte all’esposizione dei manifesti di tutte le manifestazioni, ricordo quelle a cui ho partecipato, e devo constatare che questa è la quarta, eh sì, anche a Illzach posso dire di essere di casa.
Pranzo con Elisa (la collaboratrice di Michel Jans, il mio editore) e pomeriggio di tranquille dediche incessanti e continue fino all’orario di chiusura, per un totale di quasi quattro ore e mezzo di dediche… e poi mi dicono “beato te che ti vai a divertire…”.
Alla fine della giornata ci ritroviamo vicini alla libreria della manifestazione, e qui incontriamo Smudja che finalmente è arrivato, e che perderemo fino al giorno dopo, ma scambiamo opinioni sul nostro mestiere, modalità  di lavorazioni con Matteo e Gianluca Maconi e scopriamo che Theo Caneschi ( che adesso, dopo la morte di Philippe Delaby, il precedente disegnatore, è passato alla realizzazione di Murena, una serie di grande successo scritta da Dufaux) realizza le sue matite in formato piccolissimo e dettagliato per poi ingrandirlo e ripassarlo in seguito, parliamo di carte, penne e colori, insomma, tutto l’armamentario del mestiere.
Cena a l’Auberge un grande ristorante ricco di antichità, cimeli, armi e mobilio classico molto coinvolgente, immerso in un verde che non vediamo (arriviamo ben oltre le 20,00 di sera), disposizione strategica in una delle innumerevoli stanze che compongono l’enorme ristorante (che per la serata dovrà mettere a sedere ed accontentare oltre 150 persone come minimo) e che insieme a Baldazzini decidiamo di andare lì perlustrazione poi, come consueto, dispiego di italiani in classica parata, solo alcuni connazionali ritardatari si siedono al tavolo accanto.
La sala è costituita da due lunghi tavoli con circa una ventina di posti ciascuno, per cui pur parlando normalmente, il clamore è piuttosto alto e in questi casi si finisce per parlare a due a due, e generalmente col dirimpettaio, in certi casi si fa perfino fatica a comprenderci tra italiani, figuriamoci se fossimo stati con i francesi, tuttavia la serata scorre piacevole interrotta dalle portate, buone ma pesanti, tutte a base di carne e tra grassi e burri, il colesterolo stasera ha battuto ogni concorrente, e noi rientriamo in albergo più appesantiti che mai perciò, invece del cazzeggio di fine serata (per quanto sia già quasi l’una), è tutto un fuggi, fuggi generale in camera.
Mi sa che ci rivedremo l’indomani.

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Armi nei corridoi interni dello splendido ristorante “l’Auberge” di Bollenberg, luogo della cena del sabato sera.

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L’allegra brigata italica che per non sfigurare e farsi parlare dietro da sempre il meglio di sé a tavola: da destra il faccione del sottoscritto, poi dal basso verso l’alto Davide Fabbri, Roberto Zaghi (seminascosto) e Theo Caneschi che fa notare il riflesso fulgido della sua carta di credito, evidentemente riempita delle royalties incassate dal suo “Murena” già in testa alle classifiche, il ragazzo ce la fa pesare, di fronte a lui Daniela Di Matteo di nuca (devo dire che è presa bene) mentre evidentemente era più interessata a ciarlare con la sua vicina che ad essere immortalata per la storia, poi il Maconi con la faccia da deficiente perché non si dica che ha espressioni diverse da quelle, Matteo Alemanno, in piedi Pierre Frigau (in loco al momento, classico esempio di tempismo da scatto), con la tazzina in mano Monica, la compagna di Roberto Baldazzini che solo adesso mi accorgo di quanto sia preso bene  il suo occhio destro. Mi accorgo adesso che manca anche Angela, la moglie di Davide, porca miseria, spero non me ne vorrà.

La domenica è già giorno di partenza, per cui molti colleghi si trascinano trolley e valigie all’interno dello spazio della manifestazione, prima di entrare mi faccio un giro perlustrativo nella tensostruttura a fianco dove ci sono altri piccoli editori, esposizioni di lavori, autori e vari stand, ancora a lato un’ulteriore struttura ospita i buquiniste, i rivenditori di fumetti usati, anch’essi sicuri protagonisti di festival francesi.
Insieme a Cinzia De Felice parlottiamo un po’ prima di dirigersi verso lo stand e cominciare a fare dediche, la mattinata sembra tranquilla, anche se all’ingresso la fila dei visitatori si estendeva per decine di metri, visitatori che alla fine dei due giorni pare siano stati 14.000, a me sembrano un po’ troppi, ma i dati ufficiali sembrano questi.
Gli spazi autori cominciano a riempirsi e il festival entra nel vivo, in realtà è un tranquillo apparente, perché a parte le file congestionate in corrispondenza degli autori popolari, io non mi fermo dall’inizio all’ora di pranzo, e va bene così.
Pranzo con Michel con un pasto fatto di vol au vent ripieno ci carne e funghi, non affatto male, insieme a spretzel e carne, una sorta di pasta di patate somigliante a dei tozzi, corti spaghettoni insapori e sconditi che generalmente mescolo con la carne come fosse ragù, e che immancabilmente rimangono insapori.
Poi il caffè in sala autori, dove scambiamo quattro chiacchiere tra noi prima di riprendere la sessione di dediche, già qualche autore comincia a salutare, siamo davvero tanti e alcuni non sembra di averli notati fino al momento dei saluti, Illzach rimane uno dei primi cinque festival francesi come importanza e quantità di autori. Qui ritroviamo Gradimir Smudja, amico di molte vicissitudini in terra francofona, di passaggio ma con sosta ad un festival che anche per lui è una tradizione, ci siamo venuti insieme molte volte, è all’inizio di uno dei suoi tour che si lascia organizzare dalla casa editrice per promuovere il suo nuovo libro di linea “jeunesse” realizzato su testi di Wilfrid Lupano, uno sceneggiatore di grande lustro, per cui anche questo album si rivelerà sicuramente un successo. Scambiamo quattro chiacchiere e ci ripromettiamo di stare insieme almeno per la cena.
Il pomeriggio alcuni amici se ne vanno e piano piano la giornata scema ed i visitatori si diradano ed anch’io finisco quasi tra gli ultimi, sistemiamo le nostre cose, saluto Michel ed altri amici come i Fabbri, Monica e Roberto Baldazzini, Daniela Di Matteo e Theo Caneschi, con cane al seguito, tutti in partenza con le loro auto, devono affrontare il viaggio di rientro e partono di buon ora.
Gironzolando per la mostra giusto per prendere anche possesso del tutto, ci risolviamo sempre sulla sera e con la tranquillità ritrovata, fraternizzo meglio con Cosimo Ferri e la sua compagna Deborah, una simpatica mora dalla risata contagiosa e simpatica, e Francesco un altro autore romano, tutti collaboratori della casa editrice Tabou, specializzata in bédè erotiche. Ferri, con mio grande stupore, mi mostra le sue tavole realizzate ad olio, precise ed impeccabili e realizzate con una tecnica antica e dispendiosa, ma che hanno una grande resa ed un grande effetto.
Salutiamo Pierre Frigau che se ne ritorna verso Strasburgo, il suo ruolo di assistente agli autori italiani sta finendo e deve rientrare, tra chiacchiere ed un bicchiere di quello che per noi è uno spumantino come aperitivo, ci avviciniamo alla cena che si svolge a buffet, e nonostante tra autori e bénévoles siamo in numero molto consistente al punto da riempire completamente lo spazio ristorazione, che è davvero grande, la fila al buffet si svolge con ordine e velocemente, e tra una chiacchiera e l’altra, dove Gradimir a stecchetto di chiacchiere con noi da il meglio di sè, raccontando episodi che abbiamo condiviso, ma il tutto ammantato di una stanchezza tangibile, ci avviciniamo al commiato generale. Salutiamo Denis (il direttore della manifestazione) e qualche volontario dell’organizzazione (pare che siano oltre un centinaio) e ci dirigiamo o verso il bus navetta che ci porta all’albergo.

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Ancora l’orchestrina tra i banconi delle dediche, sullo sfondo il palco per le premiazioni.

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Un paio di dediche.

La mattina seguente, quella del Lunedì, parto alle 4,45, l’imbarco è per le 5,50 e la partenza prevista per le 6,12 e viene a prenderci (sono insieme a due francesi che vanno in direzione Parigi) un taxi previsto dall’organizzazione, un quarto d’ora e siamo all’Europort, l’aeroporto internazionale di Mulhouse. Partenza in orario e con un volo di quarantacinque minuti spaccati mi ritrovo a Munich, dove devo aspettare un volo che partirà oltre le 11,00, ed infatti sono qui a sedere ad un coffee shop a smanettare sul mio IPad da combattimento, fedele compagno dei miei report che, pare, siano abbastanza attesi dai partecipanti ai festival, sembra che mi stia facendo la fama del reporter di queste occasioni e la cosa mi fa anche piacere, se non fosse per il fatto che alla fine i discorsi sono quelli e le situazioni le stesse, e non sempre succede qualcosa che rende il festival originale e divertente.
Comunque sia, al momento di muoversi in direzione del desktop di partenza, il gate stampato sulla carta d’imbarco come all’andata del resto, non è quello giusto, non capisco cosa lo inseriscono a fare se poi alla fine cambiano sempre ma, ironia della sorte, non solo è sbagliato, ma risulta esattamente all’opposto del gate 36… il gate 02 infatti, si trova a circa un chilometro e mezzo di distanza (ad occhio), all’opposto cioè del terminal. Distanza che mi devo fare tutta a piedi, solo con l’aiuto dei tapis roulant che con le ruote del mio trolley urlano e strepitano come non mai, vista la consistente durezza delle mie ruote. Ma non è finita qui, gli spazi ampiamente vuoti piano, piano si riempiono di varia umanità, e al momento dell’imbarco, slitta prima di 15 minuti, e poi di altri 15 di ritardo, per cui si parte 30 minuti dopo l’orario previsto.
Mi sembra giusto così, in fondo mi sono alzato tardi e sono riposato, cosa vuoi che sia una trentina di minuti di ritardo… per fortuna i ritardi non sono prerogativa solo dell’Italia.
Questo per me è stato un piacevole ritorno da vecchi amici, dopo la prima presenza nel 2009, ricordando le mie partecipazioni attraverso la vista dei manifesti, devo constatare che questa è la quarta, dopo una breve assenza di qualche anno. Ho conosciuto nuovi colleghi e nuovi amici, ho ritrovato Adan, collega francese conosciuto a Saint Malo anni fa, Michel Rodrigue, Fabien Lacaf e la moglie Nelly Moriquand, Bergè e molti altri, conosciuto il sorriso dolce di Cinzia De Felice, la risata contagiosa di Deborah, la simpatia di Monica e l’amicizia di nuovi molti colleghi, alla fine è per questo che non i festival sono una faticaccia che si fa volentieri, promuoviamo i nostri albi e conosciamo nuovi amici, e nel bilanciamento tra le cose vale la pena di sacrificare qualche weekend per questo.
Questa settimana in realtà non è di tutto riposo, ci aspettano diversi impegni, per ripartire venerdì prossimo in direzione Bellegarde, un festival che oltre che essere stato uno delle mie prime esperienze, ha anche la particolarità di essere gestito da amici di vecchia data con cui abbiamo condiviso anche viaggi cinesi ed altro, festival che quest’anno  sarà alla sua 22ima edizione, non ci sono italiani però, con il mio francese dovrò fare del mio meglio, a compensare quest’occasione tutta in lingua madre.

Per cui: à la prochaine!

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