TRILOGIE FRANÇAISE: BLOIS

Solo cinque giorni dopo Grenoble, si riparte alla volta di Blois, in un viaggio che non nasconde una certa apprensione, non tanto per la distanza (anche), quanto per l’impervio percorso con cambi di vettore e quindi coincidenze da rispettare, in un alchimia che deve avere un dosaggio abbastanza preciso per non rischiare di rovinare la miscela, compromettere tutto e complicarmi la vita. Blois con circa centosettanta autori invitati ( ma arriva tranquillamente a duecento con quelli invitati direttamente dagli editori) e con 22.000 visitatori nei tre giorni di manifestazione si colloca tra uno dei più

importanti festival di BD, negli anni non ero mai venuto anche perché cade nello stesso fine settimana di Illzach, manifestazione dove invece sono stato invitato molte volte e dove ho avuto anche l’onore di avere una mostra personale. Ero stato invitato l’anno scorso ma per luttuosi motivi familiari avevo dovuto declinare l’invito all’ultimo momento, molto gentilmente però, Bruno Genini, il direttore, ha voluto invitarmi di nuovo anche quest’anno ed io, nonostante gli impegni di lavoro non ho potuto e voluto dire di no. Il festival dura tre giorni ed io sarò presente soltanto il sabato e non so se la mattina riuscirò a fare qualcosa, ma la mia buona volontà ce l’ho messa, nonostante il viaggio tortuoso.

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L’affiche del festival.

Sul litorale toscano, tira uno scirocco appiccicaticcio che regola la temperatura su livelli sicuramente non in linea con quelli stagionali, già a Grenoble avevo sbagliato l’abbigliamento, e questa volta sono partito più leggero, anche perché le previsioni indicano temperature sopra 10 gradi Celsius.
Questi tre festival non cadono “a fagiolo” come si dice, ma per vari motivi (uno l’ho già spiegato), non potevo esimermi da parteciparvi e, come temevo, nel mio lavoro le interruzioni non equivalgono ad un semplice stop and start come fossimo automi, ma inceppano un meccanismo di continuità al quale i nostri standard lavorativi si sono abituati, finendo ogni volta per ripartire non alla stessa velocità. Con questo voglio dire che in questi ultimi giorni sono riuscito a realizzare solo due pagine e 3/4, è vero che le ultime con battaglie, dettagli e situazioni articolate sono anche le più difficili, e a questo c’è da aggiungervi anche il fatto che, quando si vede la luce alla fine del tunnel, si allenta la tensione e si finisce per rallentare inevitabilmente anche la marcia.

Easyjet parte con mezz’ora di ritardo, è sempre così quando hai coincidenze, quando hai corse singole e dirette tutto è in perfetto orario, quando devi fare due conti con il tempo, cominciano le rotture, ritardi, intoppi, giusto perché l’adrenalina sembra abbia fatto un patto con il diavolo perché ogni tanto la faccia scorrere nelle vene, del resto è comprensibile, facciamo una vita tranquilla e lei di occasioni di muoversi non ne ha molte. Riesco a prendere un taxi, non è ufficiale, mi dice che è Huber, ma credo sia un indipendente, non vado per il sottile e lo prendo, tra l’altro c’è una notevole fila per prendere quelli ufficiali, e non me lo posso permettere, ho poco tempo e proprio il tassista facendomi vedere il display del suo smartphone mi dichiara che il tempo per la gare d’Austerlitz è di cinquanta minuti,  ma senza imprevisti immagino, ed ho praticamente un’ora di tempo.
Non c’è la farò mai.
Dall’aereo si vedevano i serpentoni  di luci delle auto in colonna sulla peripherique, è venerdì, ultimo giorno lavorativo della settimana, e i tutte le città che si rispettino e in quelle degne di questo nome, figurarsi nella capitale della grandeur, è un giorno clou, l’orario è di chiusura uffici per cui direi che peggio non mi poteva andare.
Ma non ho scelta.
Amin, è così che si chiama il simpatico tassista di origine marocchina, mi tranquillizza, dice che arriveremo con dieci minuti d’anticipo, io non riesco a vedere tutto questo ottimismo, anche perché non riesco a vedere che inquietanti fari rossi davanti a me a velocità irritante. Ci immergiamo nel flusso del traffico  che piano, piano tende a rallentare sempre di più, ma il mio driver non si scoraggia, sorpassa in corsia d’emergenza e fa ogni manovra possibile vietata dal codice della strada, sempre con lo smartphone in mano e con un occhio al display, non so se controlla il traffico semplicemente mentre guida si fa i cazzi suoi, ma procede ad una velocità praticamente doppia di ogni qualsiasi guidatore che ci affianchi e, ogni tanto, mi tranquillizza dicendo che arriveremo in orario. Poi il traffico si blocca definitivamente, i cartelli lungo la strada avvisano di incidenti e Amin mi dice che ogni giorno è così, incidenti, intoppi e problemi vari… tutto il mondo è paese, diceva mia madre.
Esce così dalla tangenziale e si immette nel traffico cittadino, è una mossa obbligata o semplicemente disperata?
La cosa non mi tranquillizza, ed io che odio le ansie e che implacabilmente invece mi inseguono quasi divertendosi, faccio di tutto per non fare le cose di corsa e la corsa si impone mio malgrado, ma sono abbastanza bravo, la visione de “Il ponte delle spie” mi è stata utile, la spia sovietica ad ogni domanda se era preoccupato rispondeva con un -Servirebbe?- che è stato illuminante, ogni tanto, mentre preoccupato mi guardavo attorno, cercavo con stoicismo inarrivabile di ripetermi la stessa battuta. Ad un certo punto Amin curva repentinamente verso l’entrata di un garage, entra dentro a un budello di parcheggi semivuoti, aree di servizio, tra operai, qualche clochard, e spazi transennati e con righe gialle e nere.
Mi vedo perso.
La fantasia corre come può correre quella di uno che di mestiere la istiga a dare il meglio di sé e alla prima occasione cerca di carpirne i frutti, mi sembra che si diriga verso un gruppo di operai magrebhini  e mi vedo gettato tra le loro mani, chiaramente si tratta di una cellula segreta di Al Quaeda e successivamente consegnato ad un gruppo estremista dell’ISIS, del resto siamo intorno alla ricorrenza degli attentati del Bataclan, tutto torna, sarò sgozzato come primo esempio di martire italiano immolato sull’altare al quale il governo, grato per il coraggio di essere salito su un taxi indipendente in terra nemica, concederà i funerali di stato.
E invece no, è solo una scorciatoia.
Lo so, sono un cretino, ma quando mi parte l’acceleratore sulla fantasia stento a controllarla e va dove vuole, sbandando.
File, stop, ingorghi ai semafori, caos, tram, veicoli fermi, ogni possibile cosa é un intralcio al mio procedere, poi mentre con un occhio guardavo il display dell’auto che segnava l’ora e l’altro controllavo il traffico, in un momento in cui credevo che il suo curvare fosse destinato ad un cambio di corsia, vedo alla mia destra la scritta Gare d’Austerlitz, e mi sono sentito come Napoleone quando vinse la battaglia omonima, battaglia che si erge come modello di tattica militare e tempismo strategico, neanche fosse merito mio.
Aveva ragione lui, era riuscito a portarmici con circa un quarto d’ora di anticipo dalla previsione di partenza, devo dire che si è meritato tutti i suoi sob! 119,00 euro (che mi saranno però rimborsati of course).
Adesso sono qui sull’intercity per Orleans, tranquillo come un pascià che spippolo sul mio fedele IPad raccontando le mie disavventure, sprofondato su un comodo sedile imbottito, su un treno piuttosto pieno e che assomiglia più ad un aereo che ad una vettura ferroviaria, molleggiato e silenzioso come pattinasse sulla moquette, faccio paragoni? Ma no, vai, siamo buoni e godiamoci questo momento, il paesaggio è buio e non si può vedere niente, solo luci che velocemente corrono attraverso i finestrini, ad Orleans devo cambiare per Blois, e verso le 21,15 dovrei arrivare.

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La mia camera all’Holiday Inn.

Alla stazione sono l’unico ad arrivare a quell’ora, aspettiamo che qualcun’altro si avvicini allo spazio accanto al manifesto del festival ma una volta passato l’ultimo passeggero, nella rete l’unico pesce sono io ma, mi dicono, non sono l’ultimo arrivato della manifestazione, molti altri arriveranno il giorno dopo.
All’Holiday Inn il piano terra e anche lo spazio di fronte alla reception è già apparecchiato di tutto punto, tavolini rotondi a otto e dieci posti sono ovunque ma la cena ancora non è iniziata, scorgo intorno a me volti conosciuti incrociati ad altri festival: Xavier Philip, Luigi Critone, Franck Giroud, Plessis, Bezian, Mael d altri di cui mi sfugge il nome, intanto vado in camera a lasciare armi e bagagli.
Al mio ritorno già alcuni posti sono stati presi, Critone che è l’unico che conosco da tempo è già seduto ad un tavolo completo, decido di mettermi in un tavolo vuoto con diversi posti liberi e cominciò a guardarmi attorno. Intanto mi sembra di ricordare dalla mia visita sul sito Opale BD (un sito informativo dove ci sono tutti i festival e tutti gli ospiti sul territorio francese), che ci fosse un altro italiano, ma al momento mi sfugge il nome che rammento subito quando lo vedo arrivare di fronte a me in direzione buffet del bar, è Frédéric Volante, un giovane collega conosciuto qualche hanno fa a Illzach e che oltre all’esperienza franco-belga (lui, italiano nato in Belgio) collabora anche molto attivamente da anni con la Bonelli.
Gli vado incontro, e facciamo coppia fissa tutta la sera anzi, unico tavolo con unici due italiani che hanno parlato tutta la sera, isolati dagli altri come fossero appestati, ma in realtà avanzavano dei posti e noi in tutta comodità ci siamo presi quelli più comodi.
Poi abbiamo incontrato un sacco di gente, io ho ritrovato Laurent Galandon (altro nome che avevo visto e subito dimenticato) lo sceneggiatore francese con cui ho realizzato il dittico “La Venus du Dahomey”, per Dargaud e ci siamo ripromessi di cenare insieme, successivamente abbiamo incontrato Critone e abbiamo fatto quattro chiacchiere, ma poi, vista l’ora abbiamo deciso di andare tutti a dormire. La giornata di sabato sarebbe stata campale.

La mattina all’accredito per prendere tutti i buoni e gli inviti per i restanti giorni e per farsi anche rimborsare il conto del taxi, piuttosto salato.
Il Festival oggettivamente è molto bello, nella parte centrale della città, con un grande spazio espositivo interno ad un ufficio pubblico è un altra ampia tensostruttura esterna, che ospita espositori ed editori (Futuropolis era presente con uno stand tutto suo) e molte offerte creative oltre che un parterre di autori vicino ai duecento, tra quelli invitati dalla manifestazione e quelli invitati dai propri editori o editori loro stessi. Mi dicono infatti che con i suoi spazi e la moltitudine di autori presenti sia il terzo in ordine di importanza tra i festival francesi, dopo Angouleme e St.Malo.
Giusto il tempo di entrare nello spazio per prenderne possesso, anche se solo visivamente, e scorgo una faccia conosciuta che non credevo di incontrare, Michele Rech, in arte Zerocalcare, mi avvicino e mi presento, è lì con Cambourakis che gli ha pubblicato Kobane calling, facciamo due chiacchiere ed è effettivamente come lo avevo immaginato, carino e disponibile come dedotto da un paio di interviste che mi era capitato di leggere, ci ripromettiamo di fare altre chiacchiere e mi dirigo verso lo spazio che dovrebbe accogliermi.
Io sono assegnato ad uno spazio che gestisce anche i miei libri, una simpatica signora mi fa da tutrice con materna disponibilità ed io decido di prendermi uno spazio, visto che i posti non sono assegnati, una volta seduto appendono il mio nome sopra e si comincia, e devo dire anche con molta soddisfazione, visto che Blois non è una zona che batto spesso, vedere la gente che forma subito una bella fila, mi gratifica, il mio “La lame et la croix” sta andando bene e tutti mi chiedono quando esce il seguito.
La mattina è piena, e nell’unico momento libero vado a trovare Frederic, ci mettiamo d’accordo per il pranzo, Rech alla fine non può venire con noi, non essendo invitato dalla manifestazione ha orari e destinazioni diverse e la sera deve partire, la nostra rimane una semplice toccata e fuga.
Inutile indugiare sulla giornata che, come sempre si svolge nello stesso modo, incollandosi la sedia al culo e facendo una dedica dietro all’altra fino a sera.
Stacco alle 19,00 devo rimandare indietro un ultimo richiedente, sono stanco, è tardi e ho ancora da fare l’ultima dedica per il responsabile dell’area. Poi di corsa in albergo, per un breve ma risolutore riposo, alle otto ci ritroviamo nella hall per l’aperitivo prima della cena.

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Lo stand della libreria dove si potevano trovare i miei volumi, in bell’evidenza la copertina del mio “La lame et la croix”.

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Alcune viste del festival.

Al bar c’è Critone che sbocconcella due arachidi ed io mi associo a lui, tutt’intorno autori e addetti che parlottano tra loro, sbevazzano alcolici e mangiano crackers salati, arriva Frederic e ci facciamo due chiacchiere, poi si gira un gigante alto almeno un metro e novanta e mi saluta “Ciao, Stephàno!”, è Xavier Philip, un autore piuttosto importante e conosciuto che ha una sua esposizione di tavole al festival, ma la cosa bella è che non siamo amici da decenni, ma ci siamo incontrati una volta ad un festival e abbiamo scambiato qualche chiacchiera, semplice ma sincera, ma evidentemente è stata sufficiente perché nei ricordi di entrambi quel l’unica occasione sia stata indelebile (nessuno dei due si ricorda a quale festival ci siamo incontrati, ma poco importa), mi presenta la sua compagna Nathalie  Sergeef (autrice anche del suo ultimo libro), e ci mettiamo a fare due chiacchiere, poi gli presento Frederic e scopriamo che la compagna ha sceneggiato per un disegnatore italiano insomma, componiamo un’allegra brigata di persone che conversano amabilmente, poi a noi si unisce nientepopodimeno che Regis Loisel (che a dire il vero parla con Xavier), ma poco importa, sei veramente a tuo agio quando in certe situazioni ti senti a casa, anche se da casa sei  lontano oltre mille e trecento chilometri. Ci uniamo a loro al tavolo. Nathalie è davvero molto carina ma poi, per la confusione e la difficoltà a sentirci a distanza di un posto, le conversazioni restringono il loro raggio d’azione, ma la serata passa piacevolmente.
Poi a letto piuttosto presto (ma siamo sempre intorno alla mezzanotte), perché noi, a differenza di altri che hanno le energie anche per il cazzeggio notturno, abbiamo lavorato sodo mentre molti di questi che adesso sono arzilli e pimpanti lo ho visti parecchio girarsi i pollici o chiacchierare tra loro.
Domani siamo già di partenza, e solo fare il percorso a ritroso mi mette ansia.

La mattina parto tranquillo, sono quasi le dieci, l’orario che ho indicato per iniziare le firme, ma sono sicuro che a quest’ora non ci sarà nessuno, e poi fino a che non attaccano i cartellini con il nome, la gente non sa dove fare le file. Perciò tranquillo  mi dirigo a dare una sbirciata agli stand e a quello che propongono, i visitatori già stanno affluendo numerosi ma ancora si gira piuttosto bene, alcune mostre le ho viste perciò mi concentro sugli stand. Poi passo al padiglione esterno, quello dove anch’io sono ospitato, faccio un giretto ma, appena mi dirigo allo spazio dediche, mi accorgo che nel punto in cui ero posizionato ieri, avevano lasciato il cartellino con il mio nome è già una fila di diverse persone stazionava di fronte.
Al tempo stesso mi sono sentito in colpa per la mia dabbenaggine e molto soddisfatto che in un festival dove ero alla mia prima presenza così tanta gente apprezzasse il mio lavoro. La mia vicina di dediche era la stessa del giorno prima, il sabato non ci eravamo scambiati neanche una parola, per il poco tempo a disposizione ed evidentemente per timidezza reciproca, ma è lei che rompe il ghiaccio, non mi ricordo più con cosa, ma dopo poche battute scopro che abbiamo lavorato per lo stesso sceneggiatore, Laurent Galandon e lei è l’artefice forse del suo successo più limpido, “Les innocents coupables”, è carina e mi ricorda Marion Cotillard, il suo nome è in realtà un “nom de plumes” nato dall’unione del suo nome Marie-Laure : Arielor.
E la mattina è finita così.
Stacco alle 13,00 come un orologio, già molti sono andati a pranzo e anch’io mi dirigo verso l’Holiday Inn.
Qui rivedo Marie-Laure che mi invita a sedere accanto a lei, scambiamo quattro chiacchiere e comincio a mangiare, poi arriva anche Frederic e continuiamo insieme.
Scopriamo che siamo in molti che prendiamo lo stesso treno, l’intercity per Orleans e poi per Parigi delle 14,41, sia Volante che Critone.

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Un paio di dediche.

Ma la suspence non è ancora finita perché benché la stazione sia a pochi minuti, lo chaffeur che dovrebbe venire a prenderci lo fa pochi minuti prima della partenza, proprio nel momento in cui per pochi secondi non gli sarebbero arrivati addosso tutti gli accidenti che gli stavamo inviando (ma vi garantisco che sarebbero bastati i miei), e gli sarebbe stato fatale.
Giusto il tempo di scendere, obliterare i biglietti e andare al binario 2 che il treno (non sferragliando, per quanto silenziosi sono) arriva e ci imbarca tutti.
Il viaggio, con annesso cambio in pochi minuti ad Orleans è ordinario, parliamo delle nostre cose tranquillamente, scambiano opinioni sulla vita di Critone e la comparazione con quella italiana (inevitabili parallelismi), con lui che vive da 12 anni a Parigi.

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Souvenirs de Blois.

Mi divido con i miei Pards alla Gare d’Austerlitz, perdo un po’ di tempo per trovare i taxi e poi ne prendo uno ordinario, con uno di questi forse all’andata non sarei arrivato in orario, ma di certo l’organizzazione avrebbe risparmiato, la tariffa fissa Parigi/Orly è di 30,00€, all’andata, arrivando in tempo ma viaggiando ad una velocità di crociera degna di Hamilton ne ho spese 119,00€, prontamente rimborsate (non chiederò rimborso per questa corsa, visto l’eccedenza dell’altra, mi sembrerebbe di approfittare).
Il tassista che sembra sveglio mi chiede anche quale sia il mio terminal, controllo ed è l’Ouest, bene, in mezz’ora ci siamo mi dice tranquillizzandomi, e mi porta a quello Sud.
Solo che io me ne accorgo solo quando vedo che tra le partenza il mio aereo per Pisa non c’è, e realizzo che il terminal è quello sbagliato. Richiamo tutti gli accidenti mai arrivati a Blois e gli do una nuovo indirizzo, spero vivamente che il tassista sia arrivato a casa sano e salvo, non lo avesse fatto, il rischio di uscire di strada dovrebbe essere stato notevole.
Ma il tempo c’è, prendo la navetta su rotaia e pochi minuti dopo sono all’altro terminal, oramai anche Orly ha pochi segreti, siamo uomini di mondo, ormai, neanche avessimo fatto il militare a Cuneo.
Mi chiedono di inserire la mia borsa nella valigia, faccio lo gnorri e vado avanti fregandomene, se è andata così a Pisa, ci provo anche a Parigi, questa cosa dell’unico bagaglio una volta si è una volta no, non l’ho ancora capita, male che vada metterò la borsetta nella valigia più avanti, ma mi va bene e salgo come sono arrivato.
Pare che anche questa avventura volga al termine,  per quanto sia stata fugace, alla fine su sei sessioni di firme ne ho fatte tre, ma questo viaggio seppur un po’ farraginoso ne è valso la pena, Blois è oggettivamente un bel festival, ben organizzato e con un’ottima affluenza di pubblico e con molti colleghi che concentrati a cena a e a pranzo negli stessi ambienti hanno modo di conoscersi e fraternizzare, dopo averlo ringraziato per l’invito, mi sono complimentato con Bruno Genini, il direttore.
Spero ci sarà un’altra occasione.
L’unico rammarico è non aver visto la mostra di Nicholas de Crecy, che non era nelle vicinanze e, non avendone il tempo per quanto me e fossi anche dimenticato, me la sono persa, e questo mi dispiace.

 Il prossimo week-end: Bellegarde.

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