EVREUX 

Distogliermi dall’estate e dal suo svilupparsi nei soli tre mesi a disposizione, è una pratica tanto sadica quanto colpevole, alla quale però quest’anno mi sono voluto sottoporre, non fosse altro perché l’invito a questo festival mi è arrivato così tanto tempo fa, che mi sono lasciato sorprendere dalla premura e le attenzioni dell’invito.


Ma l’estate per me è sacra, e le rare volte che mi sono lasciato coinvolgere in un festival, poi me ne sono sempre pentito: caldo, afa, fogli che si attaccano alle braccia sudaticce, cervello in vacanza, sudore che cola mentre realizzi dediche, no, mi sono sempre obbligato a declinare gli inviti, e per un po’ questa convinzione è durata.
Poi, come questa volta, dimentichi o ti assenti razionalmente e finisci per accettare, ci sono Simona Mogavino e Alessio Lapo, amici con il quale adoro cazzeggiare, e dev’essere questa opzione che, alla fine, mi ha fatto capitolare.
Ma parto sempre con lo stesso spirito svogliato, mitigato solo in parte da un tempo uggioso, caldo ma piovigginoso che, almeno, spero non mi farà rimpiangere il weekend balneare, incerto per il presunto cattivo tempo.

Evreux.Affiche
L’affiche della manifestazione realizzato da Alessio Lapo.

È matematico, al gate, quando decidi di metterti in coda, ben prima che la scritta “on board” appaia sul cartello luminoso, stai pur certo che a l’aereo succede qualcosa, tipo ritarda, salta un giunto o viene dirottato. Oggi è uno di quei giorni, la fila chilometrica al gate Easyjet per Parigi Orly è in attesa dell’aeromobile in arrivo da chissà dove, detto questo però prima lasciano passare i passeggeri speedy boarding, poi le family (c’è una quantità di passeggini che al collaudo della Peg Perego se lo sognano, con il derivato carico di mocciosi che, se tanto mi da tanto, sarà da divertirsi sull’aereo), e poi imbarcano noi. Ma siccome l’aereo è raggiungibile a piedi direttamente dal gate, finisce che saliamo tutti insieme e allora tutte ‘ste priority, alla fine per cosa vengono pagate?
Comunque, con una bella mezz’oretta di ritardo, partiamo.

Adesso siamo qui, sorvoliamo le nuvole abbagliati da un sole splendente, e dopo un inutile pausa ad occhi chiusi, aspettando il ristoro del sonno che non è arrivato, disturbati da qualche urletto dei bambini (ma alla fine neanche tanto), mi viene da fare un bilancio di questa parte dell’estate trascorsa, e il consuntivo alla fine non è questo gran che, anzi.
A dire il vero avevo lasciato ogni porta aperta perché non sapevo cosa aspettarmi, ma qualsiasi cosa fosse ha visto bene di rimanere dov’era, e i cardini delle porte si sono arrugginiti, infatti come sono partito sono anche rimasto, e cioè in quello stato di totale abulia creativo-propositiva e una nebbia totale alla fine del tunnel che la visibilità  di quella del Polesine a confronto sembra Rapallo.
Per cui qui sono e qui ancora rimango.
La butto sul ridere ma davvero non so come procedere, sto realizzando una storia di Nathan Never (e fortunatamente un’altra mi attende, ma fortunatamente solo perché così riesco ad avere progettualità preconfezionata, cose da fare in successione), ma da anni non so più vivere così.
Non ho voglia di fare quello che ho fatto finora, ma non so con che cosa sostituirlo. L’estate mi ha aiutato solo a distrarmi con le cene, il mare, gli amici e quell’atmosfera di temporanea vacanza che solo questo periodo dell’anno riesce a regalarmi, ma è solo una ingannevole melina in attesa di qualcosa che vorrei che cambiasse e invece resta com’era.
Per cui sono partito spallato.
Ma fiducioso che un po’ di bagno di pubblico mi faccia bene e mi aiuti se non altro con una dose, seppur temporanea, di relativa tranquillità.
Adesso basta lamentele, altrimenti piango.

All’arrivo io ed Olivier, lo chauffeur che mi è venuto a prendere, ci rincorriamo nel parcheggio sotterraneo, specialmente lui, per la paura di non trovarmi, non sapendo che l’aereo aveva un ritardo di una mezz’oretta, quando io in effetti l’ho atteso solo per pochi minuti.
Olivier in realtà non è uno chauffeur, ma un appassionato di BD che, rispondendo ad un annuncio su Facebook dell’organizzazione e venendo da Digione, si è offerto di venirmi a prendere per portarmi ad Evreux. È un insegnante di scienze applicate in quello che dovrebbe essere un liceo tecnico, ed è una persona simpatica, parliamo per tutto il tragitto anche se ci perdiamo negli svincoli della periferique parigina, concedendosi così un breve giro alla Defense, il quartiere moderno di Parigi simile ad una metropoli americana, un luogo dove la “grandeur” dei cugini ha potuto dare libero sfogo alle loro manie di grandezza e, devo dire, riuscendoci.
La distanza tra la capitale e la cittadina è di un’ora e mezzo, ma con i relativi ritardi ed i rallentamenti dovuti all’uscita per il weekend dei parigini, arrivo a l’ora di cena.
L’albergo è l’Hotel de Normandie, carino e caratteristico, l’esterno carico di rampicanti gli da una patina di vissuto davvero particolare, le camere però risentono un po’ del tempo anche se nell’insieme la coerenza tra il tutto ha un suo perché.

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Con l’amico Olivier Noyon, al momento dell’arrivo, di fronte all’hotel.

Uno dei benevoles della manifestazione mi accompagna al ristorante insieme ad un collega francese e, nel tragitto, ho modo di attraversare il centro della bella cittadina (Evreux ha quasi 50.000 abitanti ed è il centro più grande del territorio), e vedo così la piazza piena di gazebo di fronte all’Hotel de la Ville dove l’indomani dovremo stazionare nella realizzazione delle dediche, e qui un lampo sinistro mi fa immaginare la piazza assolata e noi che a 30 gradi Celsius, sudati e sfiniti che realizziamo dediche con la carta che si attacca alla pelle e le gocce di sudore che ci colano sopra… scaccio spaventato il cattivo pensiero e mi concentro sulla serata.
A cena Simona Mogavino ed Alessio Lapo mi hanno lasciato un posto accanto a loro, c’è anche l’amico Vincenzo Cucca e cominciamo subito a parlare tra di noi (quando siamo tra italiani, visto le rare occasioni di incontrarci, gli altri praticamente non esistono), trascurando un po’, lo confesso, Michel Pierret e la moglie Marick Bouvay, accanto a noi, anche se la cacofonia del locale rende comunque molto complicata la conversazione.
Alla fine della serata restiamo nella hall dell’albergo per finire la nostra conversazione, in un ambiente dove finalmente l’ascolto non è una pratica impossibile poi, stanchi, decidiamo di andare a letto.

Il sabato mattina risplende un bellissimo sole, che prelude all’arrivo delle preoccupazioni riguardanti la temperatura con le relative conseguenze, facciamo una lauta colazione nel caratteristico locale bar dell’albergo, e poi ci dirigiamo alla piazza principale.

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L’Hotel de la Ville (il comune) e la piazza allestita per la manifestazione, una bella esposizione al sole  splendente della Normandia che per l’occasione ha dato il meglio di sé.

Al centro città, ma lo scoprirò soltanto nel pomeriggio, i cantieri di lavori in corso sono ovunque, qui i lavori pubblici marciano evidentemente a gran ritmo e tutto ruota intorno alla costruzione di argini e una spiaggetta che lambisce un piccolo torrente che è incastonato nel centro della città, ma è così piccolo e ben inserito nel l’arredo urbano che me ne accorgo solo a fine serata. Il centro di Evreux è carino, ed ha diversi localini, l’architettura è una miscela di vecchie costruzioni (poche), e nuove (la maggior parte), in un mix gradevole e ordinato.
Nell’ampia piazza antistante a l’Hotel de la Ville, nel cuore del centro città, sono allestiti, ognuno sotto al relativo gazebo, gli stand degli espositori bouquiniste e commercianti di albi a fumetti usati, oltre agli innumerevoli tavoli con sopra i nomi degli autori presenti. Scopriamo così che nella parte in ombra della piazza, sono situati i nostri, e cioè di tutti e cinque italiani in campo: Cucca, Stefano Martino, Mogavino, Lapo e il sottoscritto, ognuno vicino all’altro con spirito patriottico.
Iniziano le danze.

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La testimonianza che non ero là a pettinare le bambole.

La cosa curiosa è la pratica del biglietto, pratica che in realtà non ho ben capito, e cioè il numero progressivo che viene dato a chi compra l’albo alla libreria convenzionata, biglietto che viene ogni volta presentato a me, prima della dedica. Solo che io non so cosa farmene perché nessuno mi ha detto niente, se non qualche vaga annotazione Olivier il giorno prima.
Generalmente, anche in altre manifestazioni, i numeri vengono estratti a sorte per quegli autori (generalmente molto importanti) che dichiarando precedentemente la quantità di dediche che intendono realizzare, e per non scontentare nessuno e far fare file inutili, ne realizzano solo per i possessori dei numeri estratti a sorte.
Ma in questo caso, se lo scopo è quello di non realizzare dediche a chi NON li presenta, per evitare che la gente si porti i libri da casa non comprandoli alla libreria, rischia di essere controproducente, e infatti nessuno lo applica, per cui, pur ricevendo molti numerini, realizzo in realtà dediche a chiunque, come tutti gli altri.
Tutto tranquillo fino a sera, con la pausa pranzo realizzata all’aperto e in un ampio spazio sotto un tendone allestito poco distante dalla piazza.

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Il pranzo sotto il tendone e servito dal catering dell’organizzazione, al centro dei cinque, tra i soliti noti, Stefano Martino (foto messa appositamente per confermare la sua presenza al festival).

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Alla fine della giornata del sabato con Vincenzo Cucca, scoprendo il fiume che scorre perfettamente nell’arredo urbano del centro cittadino.

Poi a cena a “l’Italian Bistrot”, dove se non altro speriamo non dico di mangiare la pasta (pratica che non uso quando vado all’estero), ma piatti almeno vicini alla nostra tradizione, e invece ci presentano una cena a buffet con tartine, pezzi di pizza, rollini,  tapas e solo bevute a volontà, una cena abbastanza deludente visto che era quella del sabato sera che, di norma, è quella più rappresentativa della manifestazione, e sopratutto perché le sedute erano meno degli astanti e, come tutti i buffet, non sapevi se mangiare, appoggiare i bicchieri, sederti o gettarti sul tavolo onde non perdere priorità di vettovagliamento.
Ma alla fine è stato meglio così, altrimenti non facciamo altro che disegnare, chiacchierare e mangiare come porci all’ingrasso.
Dopo esserci buttati in discussioni di ambito politico (cosa da non fare mai), ma senza deleterie conseguenze, visto il tasso di amicizia tra i dialoganti, siamo andati a letto.
Ma pur sempre troppo tardi.

La mattina ci ritroviamo tutti a far colazione, ma al momento di raggiungere il centro della località, ove sono allocati stand e gazebo, Simona mi conduce verso la cattedrale della cittadina, costeggiando il fiume che attraversa il centro abitato.

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Lungo il fiume fino a raggiungere la Cattedrale, una rilassante passeggiata in riva al fiume prima di cominciare la giornata di dediche.

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Insieme a Alessio e Simona di fronte alla Cattedrale.

Il sole che illumina le case sulle rive del corso d’acqua, la quiete rilassata della domenica mattina e il caldo non ancora soffocante, ci lasciano godere di uno spettacolo davvero grazioso, molto francese nelle sue componenti, e proprio per questo molto caratteristico, scatto alcune foto da inserire in questo report e per testimoniare il mio passaggio in Normandia, e poi ce ne torniamo alla manifestazione.
Qui la tiritera è la stessa di sempre, si fanno dediche una dietro all’altra fino all’ora della pausa, dove raggiungiamo la tensostruttura che ospita il catering, oggi si mangia a suon di hamburger e patate, con aperitivo di prosciutto e melone, spira qualche refolo di vento che mitiga l’arsura e ci godiamo il ristoro stillando fino alla fine dei minuti concessi per la pausa, il rush finale lo si farà infatti a temperature più alte di ieri.
È tutto un alternarsi di Martine&Michel, Cristophe e Patrick, Honorine e François fino alle 19,00 spaccate, vi giuro che ero l’ultimo disegnatore ancora a realizzare dediche mentre gli operai stavano incominciando a smontare le strutture. Il buon Vincenzo Cucca mi ha cortesemente atteso fino all’ultimo fan, e poi siamo tornati in albergo, per farci l’agognata doccia.
Poi alla cena nello stesso ristorante della prima sera,“La vieille Gabelle” con aperitivo a base di tartine e cocomero e un bicchiere di kyr, e a seguire una cena davvero succulenta a base di canard e patate (aridaje), ma molto magro, buono e saporito che davvero si è lasciato gustare. Poi nonostante le finestre aperte il caldo soffocante ci ha indotto ad uscire sulla terrazza all’aperto dove avevamo fatto l’aperitivo, per terminare così la giornata in compagnie delle chiacchiere di Simona, Alessio, Vincenzo e Stefano.

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La cena del sabato sera a “La vieuille Gabelle” con: Alessio in tipico atteggiamento da modello di Rodin, Raphael Tanguy (direttore del festival sull’altro lato del tavolo), e accanto la bella esposizione del tovagliolo di Stefano Martino che si nasconde accuratamente per non aiutare la Digos al suo riconoscimento, il Cucca che biascica un pezzo di pane, succedaneo del succhiotto che aveva inavvertitamente lasciato in camera, e una Mogavino particolarmente stupita dalla forma del mio Iphone. Una banda di squinternati.

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Alla ricerca di una frescura trovata soltanto sulla terrazza del ristorante tenuta premurosamente al buio, onde evitare sprechi di energia inutili e qui, alla fioca luce di un flash in crisi d’identità da sx: il narrante, Vincenzo, Simona, Christophe, Jacques Térpant, Marick Bouvy e Michel Pierret, in secondo piano un volontario, e Alessio.

Da Cecina mi giungevano notizie di una bella domenica di sole, contrariamente al brutto tempo annunciato, felice perché Elena, che è in partenza per Garlasco dove dovrà trascorrere tutto l’anno, si è goduta l’ultima domenica di sole dell’estate a casa propria al sole dei bagni Ippocampo.
Domani partenza alle 9,30, saremo in quattro più chauffeur che partiremo alla volta del Charles de Gaulle, confidando in un traffico clemente.

Alla mattina abbiamo tutti il tempo per salutarci, abbiamo orari e destinazioni differenti per cui partiamo un po’ alla spicciolata, io e Cucca dal CDG pressoché a orari simili, ma da terminal differenti, e la partenza è fissata alle 9,30.
Partiamo più o meno in orario, la giornata è bella come le precedenti, la mattina la temperatura è perfino buona, si sta bene, il nostro chauffeur è Yvon, un volontario della manifestazione che dovrà trasportare altri due serbi che faranno il viaggio con noi fino a Parigi: Senad Mavric e Filip Andronik. Il traffico è tranquillo, non sembra un lunedì di fine stagione, dove probabilmente il Italia si formano code e rallentamenti a causa dei rientri delle vacanze, quindi o i francesi non vanno in vacanza in massa (o almeno non in questo periodo), o smistano i rientri con maggior perizia, oppure le vie di accesso a Parigi sono talmente tante che riescono a sopperire a intasamenti vari (ma non mi risulta), ad ogni modo il traffico è davvero calmo, poche auto, velocità di crociera praticamente identica per tutte, pochi camion, come sempre la guida del benevole è tranquilla, rispettosa di divieti e limitazioni di velocità, e mantiene perfettamente la media che indica il navigatore, non un sorpasso, non un’accelerazione, uno strappo, una guida modello; se la civiltà di un paese si misura anche con queste cose, noi italiani non siamo della partita.
Arrivo un’ora prima dell’effettiva partenza, e anche il traffico aeroportuale è tranquillo, poco file al check bagagli, e trovo il posto anche di fronte al gate.
In questi così il mio stress sembra un condannato a morte in procinto di salire sulla sedia elettrica, ha bisogno di ossigeno e libertà per potersi sfogare, ma non pare ci sia pane per i suoi denti, infatti sono quasi preoccupato, tutto troppo tranquillo.

E va bene, siamo partiti praticamente in perfetto orario, staccati dalla passerella esattamente all’ora indicata, per cui nell’attesa della seconda parte del viaggio, e cioè quella più convenzionale con il treno, due riflessioni sulla manifestazione ci stanno.
Evreux è una bella località, una di quei posti a dimensione francese, e cioè lo stereotipo della cittadina transalpina, un concentrato di architetture storiche, nuove costruzioni in un’armonia di forme e integrazione urbana ben concepita, un centro che alterna funzionalità con la classica piazza con l’Hotel de la Ville, una torre di avvistamento militare conservata in modo perfetto, una cattedrale gotica che fa bella mostra della propria struttura in in armonia di nuovo arredo urbano (qui molte costruzioni sono moderne, la Seconda Guerra Mondiali da queste parti ha lasciato macerie non indifferenti) , verde e goticherie (si dice? Non credo, ma ci sta bene), il tutto con i colori classici dei beige chiari della pietra che sembra equamente distribuita su tutto il territorio della nazione, dandole uno omogeneità di colori e di stile.
L’albergo molto caratteristico e probabilmente risalente a secoli passati, con incastro di legno che ricordano le architetture dei moschettieri, se da un lato ha un imprinting suggestivo, ha nelle camere un punto di debolezza, leggermente trasandato, tubi a vista, commenti delle piastrelle vetusti e arredamento vintage gli danno un aspetto sotto le aspettative, senza però che questo abbia minimamente scalfito la nostra permanenza, le zone comuni ad esempio sono perfettamente in linea con la struttura (mi sembra di essere Bruno Barbieri nella trasmissione “4 Alberghi”).
L’organizzazione è perfettamente funzionante sotto la guida di Raphaël Tanguy, il presidente del festival, unica pecca, la serata del sabato, il buffet deficitario per offerta e spazi e la penuria di sedute per gli ospiti ha secondo me penalizzato la serata centrale della manifestazione, ottime invece quelle del venerdì e della domenica.
Non ho visto praticamente niente della manifestazione, non ho fatto uno, dico un giro tra gli stand, potevano esserci meravigliose cose che per me sconosciute sono rimaste, ho conosciuto un nuovo collega in Stefano Martino, un simpatico italiano che vive all’estero, ho venduto tre originali e mi sono riconciliato almeno un poco con il mio lavoro (sapevo che il bagno di folla e di appassionati sarebbe stato positivo), e sopratutto non ho sofferto troppo il caldo con i relativi disagi come temevo.
Tutto sommato non mi posso lamentare.

Devo pensare che sia l’influsso positivo dell’estate, perché oltre alla partenza in orario, e il relativo arrivo che spaccava il minuto: esco per primo dal bus, dall’uscita e mi dirigo direttamente verso il Pisa Mover, un trenino interamente automatizzato che fa la spola ininterrottamente tra la Stazione della città Toscana e il suo aeroporto, dopo un breve contrattempo per colpa della mancata lettura del Bancomat, imbarco sul vettore e arrivo alla stazione in tempo per il primo treno possibile per Cecina, con appena uno scarto di cinque minuti.
Quasi troppo perfetto.
Adesso sono qui, alle spalle ho un gruppo di ferrovieri che fanno un casino boia commentando i primi risultati del campionato di calcio, con la solita grazia e leggerezza tipica di chi, smontando dal lavoro, per la soddisfazione di averlo terminato, eccede in entusiasmi su ogni cosa, condendo il tutto con risate e battute sopra le righe.
È caldo, il treno corre, non mi resta che attendere osservando il paesaggio assolato, se Alberto arriva in tempo dal lavoro, forse riusciamo a fare un tuffetto al mare, del resto, da noi, l’estate funziona così.

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