NANJING, AGAIN CHINA -3a Parte

Giovedì

Il tempo non è decisamente dalla nostra, anche oggi piove, non si può dire di avere visto Nanjing sotto il sole, è capitato davvero, poche volte, peccato, perché con i molti viali alberati il gioco di ombre sarebbe stato molto bello.
Partiamo con tranquillità, sappiamo che oggi non ci rincorre nessuno, per andare alla più importante fabbrica di sfoglie d’oro del mondo, che veniamo anche a sapere essere diventata patrimonio dell’UNESCO. Qui vengono realizzate le foglie d’oro con le quali viene ricoperta ogni superficie immaginabile che voglia essere, appunto, dorata. I passaggi per portare un lingotto dalla sua forma a quella della sfoglia il quale spessore in micron equivale alla sovrapposizione di 990 fogli per fare un millimetro, sono sette, tra i quali un passaggio di “martellatura” che oggi viene fatto meccanicamente ma che una volta necessitava di ben 20.000 colpi di martello dati da umani, giusto per avere un ordine di grandezza.

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La fabbrica di “sfoglie d’oro” con le raccoglitrici delle suddette sfoglie nelle varie fasi di lavorazione, nella seconda foto l’Hotel Rich, del propietario della fabbrica, la cui hall è allestita come show-room per le varie applicazioni di doratura delle sfoglie, nell’ultima i due pards che suonano un piano accuratamente rivestito d’oro, of course.

I suddetti fogli d’oro vengono, una volta terminati, raccolti insieme (come imbustati) a dei fogli di carta per maneggiarli e successivamente venderli con maggiore praticità, ma la cosa davvero interessante è di come la raccolta di questi fogli viene fatta. Ci sono delle donne che, con una canna di bambù molto piatta, con un soffio fanno arricciare la sfoglia  sulla canna, viene così “agganciata” e si può sollevare posizionandola sul foglio che la conterrà, ma per farla aderire bene è necessario un’ulteriore soffio che, con precisione millimetrica, li farà aderire perfettamente. Inutile dire che questa operazione viene fatta con una maestria ed una velocità sorprendenti.
L’esame finale per la posizione di “raccoglitrice”, ci è stato detto che consiste nello spostare un filo posizionato tra due candele, senza far spegnere i due lumi, questo per dimostrare la capacità di
direzionare il proprio soffio.

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Il sottoscritto che con enormi difficoltà tenta di raccogliere con l’apposito bastoncino di bambù, una sfoglia per riposizionarla su un altro velo di carta. Un’impresa.

Tutte queste interessanti spiegazioni, c’è le ha date una ragazza occidentale che al primo momento pensavo fosse francese, perché l’avevo sentire per un attimo scambiare due parole con Nicolas, per poi continuare in inglese che pare le venisse più facile. Dopo qualche minuto però, mentre osservavo le soffiatrici e aver scambiato due parole con Stella che mi segue sempre passo, dopo passo, si rivolge a me dicendomi “ah, ma lei parla italiano? ” al che rispondo ” Be’ no, io non solo parlo italiano, io sono italiano…”, scoprendo così che si chiama Viviana Bertanza ed è di Brescia, e così per tutto il tempo abbiamo fatto coppia fissa, un’altra guida dava ulteriori spiegazioni ed io, sfruttando la lingua e il fatto che avevo intuito che non vedeva l’ora di parlare un po’ la sua lingua, abbiamo fatto coppia fissa fino alla fine della visita. Viviana, tra le varie esperienze che la vita gli ha proposto, è una di quei ragazzi che ha colto l’opportunità di provare ad inventarsi qualcosa di nuovo in un paese straniero, neanche tanto facile perché lo studio del cinese, è piuttosto complesso. Essendo un aspirante pittrice, in un viaggio in Cina dove risiedeva un parente, è stata notata ad una mostra di suoi quadri dal titolare della fabbrica, un giovane imprenditore che, come ogni buon cinese che erediti un’attività, se ne fa carico e procede nel lavoro di famiglia, questi gli offre di lavorare per lui, nell’area “creativa”. Lei usava già nei suoi dipinti le foglie d’oro, e questo particolare ha suggerito al titolare di proporle un lavoro.
In Italia, pur avendo anche noi due piccole fabbriche che producono le foglie d’oro, no c’è una vera e propria cultura dell’uso del rivestimento in oro di mobili, decorazioni, carta da parati, suppellettili e qualsiasi oggetto vi venga in mente, ma è sicuramente una pratica molto usata in Cina e in molti altri paesi orientali, questo fa sì che molte delle applicazioni delle foglie siano esposte in una sorta di gallerie dove c’è davvero di tutto.

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Mentre realizzo il mezzo busto del Maccanti che poi “ricoprirò” letteralmente d’oro. 

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Mentre espongo la tela tra Stella e Viviana Bertanza.

Viviana lavora qui, pittura, sperimenta e alla bisogna fa anche da guida e promoter dell’azienda, fa un lavoro appagante che sicuramente in Italia non avrebbe potuto fare, è una ragazza che con coraggio e spirito di imitativa di è messa in gioco ed ha provato a venire in un paese dove, sicuramente può crescere, qui siamo in un paese di frontiera dov’è molte cose possono e devono ancora essere sperimentate, la Cina è un po’ o me l’Italia degli anni ’60, ricca, in pieno sviluppo e dove ancora un sacco di cose devono ancora succedere, per certi versi l’entusiasmo delle scoperte che ancora devo fare è stimolante.
Poi veniamo fatti a sedere e ci portano delle tele su cui noi dovremmo realizzare qualcosa, utilizzando la foglia d’oro, io realizzo un mio Nero Maccanti a mezzo busto, ad usare la foglia d’oro lo so in un secondo momento, così alla bisogna realizzo una luce da dietro che mi permetta di essere dorata. Nelle zone dove deve essere applicata la foglia va prima messo un premer, poi la colla, e poi il velo d’oro, successivamente ripassata di nuovo la colla per farla aderire bene.
Io uso loro in modo materico, non amo la precisione e la stesura regolare, mi piacciono rugosità e imperfezioni, l’applicazione però lascia vedere tutti i suoi limiti, ma alla fine qualcosa viene fuori.
Mangiamo qui e parliamo ancora a pranzo, sono molto curioso e lei non si tira indietro alle mie domande, faccio riposare un po’ Stella, ma stamani con Viviana non sento la nostalgia di casa, ma la nostalgia di un’età dove puoi fare passi come questo, dove puoi immergerti in un’altra realtà e spirito di rinnovamento lasciando un paese che, se confrontato con questo, capisci in che paludi si stia infilando.
Ci salutiamo scambiandoci i biglietti da visita, lei con il suo volto carino che non nasconde una timidezza genuina, ci saluta sorridendo. È bello fare incontri così.
Il bus si dirige verso un tempio buddista sito nelle vicinanze di Nanchino, a Stella scappa detto che è sulle montagne, avendo evidentemente un criterio di valutazioni sui “poggi” molto relativo, è poco più di una collina. Ma il tempio, per quanto nuovissimo e piuttosto interessante, ha una cupola avveniristica ed è sorretto da archi decorati in stile cinese, in un contratto che lascia perplessi, inoltre ha una struttura sovrastante che lambisce la costruzione fornendogli una specie di velo ondulato, anch’essa dallo stile moderno, poco distante, su una specie di terrazza belvedere, una tempio con nove pagode sovrastanti, classico ma di nuova costruzione.
All’interno in una grandissima sala giace un Buddah sdraiato, completamente illuminato con la volta del grande tempio illuminata di bile che fa un grande effetto scenico, e poi due alberi laterali, il tutto è suggestivo e di grande impatto ma particolarmente kitsch. Io come al solito per paura di non avere tempo, mi fermo a disegnare uno scorcio che si vede da una delle tante volte, mi siedo e comincio. Così facendo mi perdo però il pezzo migliore, e cioè la statua del Buddah in piedi immersa nei cinque piani sottostanti, tra l’altro raggiungibili con ascensori.
Quando decido di andare è troppo tardi, è già tutto chiuso.

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L’intera brigata immortalata nei pressi del monumentale tempio buddista, opera di grande attrazione turistica ma per i miei standard, vista la recente costruzione troppo carica di decori, orpelli e per questo eccessiva. Nell’ultima foto il classico “chi non salta è…” di tutta la brigata che ci ha accompagnato per tutto il periodo nanchinese.

Finisco di fare la mia intervista interrotta ieri, e vado a vedere il panorama dalla terrazza, non piove più ma è piuttosto freddino ed io, previdente come sempre, ho lasciato la giacca sul bus. Prima di risalire facciamo una foto tutti insieme, credo l’unico ad essere escluso sia il fotografo (almeno nelle prime foto, poi si è aggiunto alla fine), e poi l’autista del pullman.
Sarebbe già ora di magiare, ma al ristorante dove decidiamo di fermarci Wang, che evidentemente non ha fame come tutti (sono passate solo quattro ore dal pasto), decide di farci aspettare un po’ andiamo in un piccolo gazebo a forma di pagoda e ci facciamo portare delle birre, c’è Wang, Nicolas, WAN Kwei, il sottoscritto e qualche studente che coglie l’occasioni per chiederci dei disegnini, è l’ultimo giorno e, per loro, anche l’ultima occasione. Nicolas decide di fare uno schizzo della pagoda, io no.

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Una sosta prima della cena, sotto un gazebo nei pressi del ristorante, da sx: io, Stella, una studentessa, Wan Kwei, Wangning, Nicolas e l’amabile interprete di Nic, Raphael.

Cazzeggiamo per un po’ e poi ci dirigiamo verso il ristorante, dove fin dall’inizio c’è il preludio di quello che succederà, Wang ci invita a cantare, io resisto e ripiego in un no comment, ma l’indirizzo della serata è già stato impostato e Nicolas già dice che se trovano la musica vuole cantare una canzone francese, al che subito mi metto a pensare ad un repertorio nazionale, e sopratutto a come adattarlo alle mie caratteristiche canore: e scelgo, a quel punto sono pronto.
La cena trascorre tranquilla, e mangiamo normalmente, poi si comincia con le battute, ci vogliono far ballare, WAN Kwei si butterebbe. Pure, e allora una ragazza del gruppo (mi dice Stella di genia minoritaria) comincia a cantare e a ballare, ci guarda e ci invita, io non vorrei, ma vedo Nicolas vacillare, WAN che si alza e anche qui mica possiamo mica tirarci indietro.
Il ballo è tradizionale cinese, Wan fa cagare, ha il ritmo di un marsupiale intorpidito, Nicolas ha le movenze di un pachiderma in fase di riposo ed io ho l’unico merito di andare a tempo, ma per il resto faccio ridere come gli altri, roba da rovinarsi la reputazione.
Ma non è finita qui, è tempo delle canzoni.
Uno studente si alza per cantare una canzone, incredibilmente si alza anche … che generalmente si vede solo quando si alza in piedi, perché non apre bocca, con me a parte pochi cenni d’intesa, per trasmettersi qualsiasi cosa, dal buongiorno alla buonanotte, poi è la volta di Nicolas che su una base trovata su internet intona finalmente la canzone a cui teneva così tanto, poi tocca a me, io ho scelto “Il cielo in una stanza”, Gino Paoli non tradisce mai, ma la versione che c’è è quella di Mina, e mi tocca duettare con lei che non è la cosa più facile del mondo, ma porto a casa il risultato, tanto la platea conosce solo le canzoni del loro paese.
Poi c’è Wan Kwei, che se non gli strappi il microfono dalle mani è ancora lì che canta, per finire la famiglia Dillon che si cimenta in niente po’ po’ dimeno che “Bohemian Rapsody” dei Queen, scelta tanto bella quanto difficile, fanno un gran casino e ognuno va per conto proprio, ma loro sono simpatici, la canzone sullo sfondo trascinante, e la gran confusione del piccoletto lasciano a loro le luci della ribalta.

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Due momenti NON memorabili, la danza alla musica cino-tribale, interpretata con leggiadria come si evince dal video (che col cavolo pubblico) e la performance canora alla quale non mi sono potuto esimere dopo che tutti i partecipanti avevano accettato di farlo, proprio io, rappresentante del paese del “bel canto”, non potevo oppormi dando sfoggio di una versione di “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli con una Mina che mi faceva da controcanto, ça va sans dire.

Immagine di PI

Un momento inaspettatamente commovente, l’abbraccio con PI, la studentessa che mi aveva accompagnato per tutto il viaggio, piangente per la nostra ultima serata insieme, bello davvero.

Ci alziamo per andare via, i ragazzi e gli studenti si sono divertiti, ma qui, oltre a qualche disegnino dell’ultimo momento, succede una cosa davvero particolare, Pi (la studentessa che è stata sempre al mio fianco ed ha disegnato insieme a me per tutto il tempo) mi consegna un disegno che mi riguarda (sono io ripreso mentre realizzo uno sketch), ed una lettera in inglese indirizzatami.
La apro e la faccio leggere a Stella, è in inglese, ma più che altro non mi sono portato gli occhiali ed è scritta in una calligrafia minuta. Non ci dirò cosa c’è scritto, non dovete saperlo, ma la tenerezza di quello slancio, quel tenere così tanto a me, nonostante lei si sia sempre messa in disparte per timidezza e reverenza, e quelle parole così sentite mi hanno commosso poi, non bastasse, alzo gli occhi e lei è lì che si asciuga i suoi perché dispiaciuta della mia partenza, sono rimasto spiazzato. Una carica così potente di dolcezza, vi giuro è destabilizzante, non fossi stato in quel contesto mi sarei commosso, nonostante agli altoparlanti suonassero una canzona adatta, l’ho avvicinata e l’ho baciata come una figlia, mi sono fatto fotografare perché volevo immortalare quel momento così bello e importante.
Ti porterò nel cuore, Pi.
Poi via sull’autobus, salutiamo tutti gli studenti che ad una fermata ci lasciano salutandoci calorosamente, ma la serata è finita molto prima, adesso non ci resta che rientrare in albergo, firmare alcune magliette e salutare Glyn e famiglia che domani ci lascia, mentre noi abbiamo un’altra giornata di shopping nullafacente, domani siamo liberi.
In camera è ora di controllare l’orario di partenza, questa volta sarà la tratta Nanjing-Beijing-Francoforte-Firenze, tre voli, con uno scarto tra l’arrivo a Francoforte e la partenza per Firenze di solo un’ora.
Non ci voglio neanche pensare, lasciamo il fegato in pace per altre 48 ore, poi non porteremo fare a meno di metterlo in gioco… sperando che regga.

Venerdì

Giornata ibrida quella del venerdì, ci alziamo ed è grigia per poi virare ad un pallido sole e rimanere senza arte né parte, ibrida appunto.
Oggi siamo liberi, almeno sulla carta, Wang ci ha detto che dovemmo fare un giro nel Museo d’Arte all’interno dell’albergo, per cui insieme a Nicolas e Wan Kwei ci dirigiamo con un pulmino elettrico della struttura all’entrata del museo, qui veniamo accolti ci n molto calore e veniamo fatti accomodare nei sotterranei, nei piani sopra stanno facendo dire lavori, e qui, alla fine, ci viene chiesto di fare un disegno da lasciare a loro.

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Per il museo del Sifang Artizen Hotel, un mio Nero Maccanti lascia la sua immarcescibile orma: il Casini è stato qui.

Nessun problema, disegno più, disegno meno, non è certo questo che fa la differenza, è solo che del museo alla fine non vediamo niente, e ripartiamo in otto su un auto con autista dell’organizzazione, oggi non abbiamo più seguito né di fotografi, né di cineoperatori o studenti, siamo tornate persone normali, seppur con lo chauffeur.
Andiamo verso il centro, il problema è che Nicolas vorrebbe che i soldi che ci hanno dato venissero depositati sui conti, in effetti abbiamo un visto turistico e se ci fermano alla dogana esportando valuta, sinceramente non sapremo come giustificare il tutto, in più lui deve anche attraversare quella Svizzera che è molto puntigliosa ed attenta.
La mattinata se ne va nel cercare di sistemare la cosa è obblighiamo Raphael (il traduttore di Nicolas) e Wang, piuttosto contrariato, anche perché stanco dallaver portato di buon ora la famiglia Dillon all’aeroporto, a rimanere negli uffici della sede centrale della Bank of China.

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Natura morta con moto di Nanchino, sopra, nel grande negozio di giocattoli Hanley’s, uno spara rotoli di carta igienica, un implicito insulto scatologico verso i nemici.

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A spasso per la città, con breve sosta di ristoro, con Wangning slinguazzato da un bellissimo esemplare di cane dei titolari del baretto dove ci eravamo fermati. 

Noi, insieme Stella, scorrazziamo li intorno, andando da Hanley’s la succursale di un negozio inglese di giocattoli e in un centro commerciale, ma c’è poco da dire, la città gira intorno a noi, noi siamo nel centro della città, potremmo essere in qualsiasi metropoli occidentale, siamo in mezzo ai grattacieli, il traffico è intenso, la caratteristica sono i viali affiancati dia meravigliosi platani e là silenziosità dei motorini (tutti rigorosamente elettrici) che potrebbero travolgerti anche solo per non averli sentiti, sono fantasmi. Ma non c’è molto da dire, la mattina si consuma velocemente perché tra l’esserci svegliati piuttosto tardi e arrivare in centro, il tempo si è consumato velocemente,
Si va a mangiare, il cibo oramai lo abbiamo provato in tutte le salse ed ai sapori ci siamo anche abituati, il problema è che non riesco più a determinare le differenze tra un pasto e l’altro, sto perdendo in lucidità. Qui mi ricordo solo che è un ristorante coreano, dove Nicolas ha dichiarato di gradire per i famosi spaghetti freddi, in effetti non si mangia affatto male, anzi, direi piuttosto bene, abbiamo scelto diverse pietanze di carne da grigliate sulla piastra di fronte a noi, e i sapori sono eccellenti, l’unica cosa meno buona sono proprio gli spaghetti, se fossero riscaldati secondo me sarebbero meglio.
Dopo pranzo decidiamo di andare in una libreria importante, l’Avant Garde, punto nevralgico della cultura della città è che dispone in filiali anche in altri punti, qui siamo in quella centrale, sembra di essere in un parcheggio sotterraneo ed è molto suggestiva, ci passiamo del tempo.

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La libreria Avant Garde.

Poi alla ricerca di DVD per Nicolas, è attratto da tutto quello che in Francia non si trova, io invece vedo cineserie ovunque e, come sempre non mi si attacca niente alle mani, ho il virus opposto all’acquisto compulsiva, anche perché, oramai so per esperienza, che tutte le cose che acquisto in vacanza, finiscono sempre nel dimenticatoio, spesso in fondo ad un cassetto e al primo repulisti nella pattumiera.
Per cui mi attacco all’unica cosa che compro in queste occasioni, i magneti per ricordarmi dei viaggio, una spesa folle, meno male ho la carta di credito.
Poi, stanchi per aver camminato ininterrottamente per molto tempo, decidiamo di fare una sosta ad un baretto che Raphaël conosce, è carino è leggermente in alto sulla strada, beviamo una birra e ci ristoriamo, qui arriva anche Wang che si era fermato a riposarsi alla caffetteria della libreria.
Vaghiamo ancora per quartieri centrali e tradizionali, peccato non vederli con la luce, è tardi ed è l’ora di andare a cena anzi, per gli orari cinesi è perfino tardi, e decidiamo di andare a mangiare in un ristorante con la cuccuma al centro, una specie di fonduta cinese, dove tutti inzuppiamo nello stesso calderone.
Quasi ci buttano fuori dal centro commerciale nel quale si trova il ristorante, in effetti sono quasi le dieci e qui a quest’ora chiudono, tenendo conto che stanno aperti tutto il giorno, Raphaël ci saluta, questo ragazzo educato, gentile, e carino che ha scritto in faccia tutta la bontà di una animo mite, è che io ho adorato fin da primo momento che l’ho visto, perché a me quel tipo di persone hanno fatto sempre tenerezza e simpatia, ci lascia, domani deve andare a insegnare in una scuola e con malinconia, anche seppur frettolosamente, ci saluta. Poco prima però, Stella mi aveva dato un regalo, sorprendendomi, perché le donne devono essere così? Si tratta di un segnalibro con un canino con la scritta del mio anno di nascita, io sono dell’anno del cane, appunto, e in più una lettera per me.
Non l’ho ancora letta e non vi dirò che cosa c’è scritto, la curiosità dovrete tenervela, lei ancora non sa che io stasera avevo deciso di realizzare un disegno fatto apposta per lei da regalargli anzi, devo chiudere in fretta questo report, perché dopo l’intervista fatta da Feliciana, la documentarista che ci ha seguito per tutti i giorni e che ci aspettava nell’albergo, devo andare a realizzare il disegno.
Ed è tardi, credetemi, e domani è una giornata campale, ma ne riparleremo.

Sabato

Ci siamo, è il giorno della partenza, inutile dirlo, come sempre i giorni sono volati, troppe cose da fare e troppo poco tempo, è sempre così, è una litania che si ripete ogni volta, ma ogni volta va detta come un mantra con l’illusione che la prossima sapremo sfruttare meglio il nostro tempo, cosa che puntualmente non succede mai.
Un ultimo sguardo alla camera, illuminata dal sole, perché si sa, perché la nostalgia sia maggiore l’ultima giornata deve essere migliore delle altre.
Saliamo tutti sul Van del governo, siamo diretti al nuovo albergo di Wang, dove pernotterà stanotte per ritornare a Beijing il giorno dopo, il solo è splendente ed è caldo, se da un lato il tempo non è stato bello, almeno ha avuto il merito di non farci sudare molto, perché fosse sempre stato così caldo, sarebbe stata dura.
L’albergo è in centro, vicino al centro commerciale e al quartiere dei canali dove abbiamo fatto la sortita sul battello la sera della domenica, è di livello più basso dell’Artizen Sifang ma da direttamente sul canale, anche se l’ingresso da su dei classici negozietti cinesi senza pretese.
Stella è lì ad aspettarci, gli consegno il mio disegno che mi sembra apprezzi molto, almeno lo spero, il mio Nero Maccanti l’ho usato più volte, ma non l’ho accostato a molte donne, Stella è una di queste poche.

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Biglietti votivi e scaramantici in un luogo di culto nella parte commerciale della città.

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Selezionatori di spezie e artigiani dell’argento che lavorano sulla strada.

Lasciamo i bagagli e cominciamo a girare da soli per le vie circostanti, siamo solo noi tre: Nicolas, Stella e il sottoscritto, siamo in una zona commerciale e oggi Stella ci dice che è il “giorno dei bambini”, ricorrenza molto sentita in Cina, da qui si spiega la là moltitudine di pargoli per mano alle mamme. Vaghiamo come naufraghi in un mare di negozi, e Nicolas ci fa da timoniere, visto che a lui interessano i negozi di cianfrusaglie, di giochi, di t-shirt insomma, gli fa filo tutto, mentre io non compro niente, il mio acquisto pazzo l’ho già fatto con i miei magneti, ad ogni modo gli spunti per le foto sono molti, e Stella è preziosa nel darci informazioni di ogni tipo, devo dire che questa ragazza mi ha aperto una visione della Cina che non ero riuscito ad avere dal precedente viaggio, anche a causa dell’interprete carino e professionale, ma di lingua francese.
Abbiamo scoperto che a tutti piace girovagare così, non so se sia un’idea intelligente, ma anche a me piace girare nelle strade laterali, mi pare di vedere le parti nascoste delle città, ma anche quelle più vere, belli i musei, interessanti i monumenti, ma poi la vera Cina, dov’è? È un po’ come andare a vedere gli Uffizi senza conoscere le stradine laterali che sembrano ferme a 600 anni fa, e che sono la vera anima della città.
Davvero giriamo senza meta, il sole si nasconde dietro le nuvole dandoci anche un po’ di tregua dal caldo, vediamo negozi che vendono le cose più disparate, artigiani dell’argento martellare bracciali, buchi in negozi che non si capisce bene neanche cosa vendono e negozi di cibarie dalle più particolari specialità, c’è davvero di tutto e si potrebbe assaggiare di tutto.
Con Stella parliamo di ogni cosa, è una giovane ragazza curiosa, ha voglia di sapere, di conoscere e fare nuove esperienze, si vede che ha un animo agitato, e la vita la vuole aggredire e non subire; ma anch’io sono curioso quanto lei, e anche se spesso la faccio ridere, parliamo davvero di tutto, anche di cose piuttosto serie.
Decidiamo all’ora di pranzo i mangiare gli spaghetti come qualche giorno fa, e Stella cerca sul web un ristorante che risponda alle nostre esigenze e lo troviamo ad uno dei piani di un grande centro commerciale, la scelta è ottima, seppur all’interno di uno spazio dove decine di ristornati si fanno concorrenza tra loro proponendo cucine diverse, da non crederci.

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Gara di Street Dancers nel centro commerciale.

All’interno del centro, alla fine dell’ottimo pranzo, una gara di street dancers egemonizza l’attenzione del centro, molti ragazzi e famiglie si mettono a guardare la gara, e anche noi, dall’alto di due piani sopra vediamo alternarsi i primi ballerini, mentre accanto a me, un padre con prole si agita allo stesso ritmo dei ragazzi sul palco come un tarantolato.

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Monumenti, strade e canali e due intrusi a Nanjing.

Poi continuiamo il nostro giro, non ci fermiamo mai e l’entrata è uscita dai negozi, anche solo per fare un giro è ininterrotto. Ci fermiamo in un bel localino per bersi una birra, siamo abbastanza stanchi e l’ora di ricongiungersi con Wang per andare all’aeroporto, è quasi arrivata.
Finiamo la nostra passeggiata lungo il canale che si incunea nel quartiere rendendolo caratteristico, con barconi che passano ad intermittenza, possiamo raggiungere l’albergo anche da lì, è poco distante. Abbiamo perso Nicolas ma lo ritroviamo poco dopo, era andato lungo e non si era accorto dell’ingresso dell’albergo sul canale.
Siamo ai saluti, carichiamo i bagagli che gentilmente ci avevano custodito all’albergo, e do l’ultimo saluto a Stella. Lo sapevo che il velo di tristezza sarebbe sceso in quel momento, lo so che i giorni sono pochi ed è stupido pensare di saturare un’amicizia in così poco tempo, ma è pur vero che sono state giornate intense, abbiamo parlato molto, abbiamo riso insomma, siamo stati bene, e questo è già abbastanza. Ho conosciuto più della Cina in questi giorni che nell’altro viaggio dove avevo il vantaggio della sorpresa e della novità e, adire il vero, questa volta ero partito con non troppe aspettative, momento particolare, di riflessione, ma Stella ha reso questo viaggio migliore e lo ha reso particolare. Alla fine, al momento dei saluti finali non ce l’ha fatta e un paio di lacrime gli sono scivolate sul suo bel visino, e mi è dispiaciuto molto, non mi piace vedere piangere le donne, e quando sono così giovani mi fanno tenerezza, è la seconda volta in pochi giorni, sono dispiaciuto e lusingato al tempo stesso, lasciare una sensazione che spinge alle lacrime del tuo seppur breve passaggio anche solo con un piccolo segno, riesce a dare senso a molte cose, e mi fa felice.
Non fatevi idee sbagliate, vecchi lumaconi che mi leggete, la ragazza ha l’età di mia figlia, ma queso non cambia le cose, quando tra due persone si instaura una sincera amicizia, gli addii diventano tristi perché il piacere di stare insieme finisce, e poi chi mi conosce lo sa, a me piace non rinunciare alle battute, e Stella credo si sia divertita, l’ho fatta ridere e gli ho insegnato qualche parola nuova, e lei in cambio me ne ha insegnate… be’ solo quattro, ma qui sono io che sono un testone, non vi ho convinto? Pazienza tanto siete solo delle male lingue con pensieri maligni, siete solo delle brutte persone.
Wang ci ha accompagnato fino al check-in, poi una volta fatto siamo saliti ad un bar per l’ultimo saluto anche con lui, e sia io che Nicolas gli abbiamo realizzato un disegno sul suo libro d’oro, un’abitudine che deve aver preso dalla frequentazione del mercato francese, dove si colleziona tutti i disegni dedicati da amici disegnatori che, in un modo o nell’altro, ti piacciono o che conosci. In questo viaggio ho anche conosciuto molto meglio Wang, che è un tuttofare per quanto riguarda organizzazione e pianificazione di questo tipo di iniziative, oltre a lavorare e nell’editoria (a Beijing mi ha presentato il suo capo), non saprei molto bene definire quello che fa oltre a questo, ma è una persona molto attenta, capace e simpatica, si fa in quattro per te e cerca di risolverti ogni problema oltre a soddisfare ogni tua esigenza, e poi è un compagnone, fa una battuta dietro all’altra e adora ridere, per tutto il viaggio ci scambiavamo gesti, perché adora noi italiani che gesticoliamo quando parliamo (anche qui ho dato lezioni di italiano per non udenti), cercando di affiancare al gesto la frase giusta, quando lui generalmente le metteva ad capocchiam. È stato insieme a noi fino alla fine, noi non abbiamo tirato fuori un euro, e anche ieri quando si è trattato di venirci incontro per il trasferimento del compenso, nonostante fosse sfiancato dalla sveglia alle prime ore dell’alba, ci è venuto incontro ed ha risolto il problema. È davvero una brava persona, così come sono stati accorti e gentili tutte le persone che ci hanno seguito, sempre con il sorriso sulle labbra trattandoci come dei veri principi.
Dopo i saluti ci siamo immersi nel grande aeroporto di Nanchino, qui le infrastrutture fanno paura, sono moderne e funzionali e sembrano progettate l’altro ieri, signori miei, solo viaggiando un po’ possiamo renderci conto di quanto siamo staccati dal resto del mondo, lo dico ogni volta è rischio di diventare noioso, lo so, ma non posso farne a meno. Mi dispiace vedere sprofondare il mio paese sempre più indietro, in una deriva che sembra non avere fine, e mentre noi parliamo della “scorta di Saviano”, gli altri paesi crescono sopravanzandoci in maniera umiliante, trasformandoci in una caccola di paese che tutta la nostra storia, tutta la nostra cultura e tutta la nostra prosopopea nel bearsi all’infinito di “quello che siamo stati”, non ci aiuterà a migliorare, anche perché tutto il nostro ben di Dio, non lo sappiamo sfruttare.
Comunque, io e Nicolas ci avviamo verso il Gate 20, da dove parte il nostro Boeing 737-800 per Pechino, lo spazio è ampio e i posti sono pochi, come prima tratta si prevede tranquilla, dovrò prendere tre aerei in sequenza: Nanjing-Beijing, poi Beijing-Francoforte e, arrivato qui, con uno scarto di appena un’ora dovrei prendere il volo finale per Firenze, se Dio vorrà farmelo prendere.
Il viaggio finisce qui, con lo stress che richiama sempre il solito sacrificio al mio fegato, pena l’oblio, al quale non vuol rassegnarsi, accidenti a lui.

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Il disegno regalato a Stella, un Maccanti che amorevolmente l’accompagna lungo la passeggiata del Malecon.

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Le lacrime di Stella nel momento del nostro addio, un’amicizia durata pochi giorni ma evidentemente intensa. Con brutale cinismo mi ha fatto piacere, non il suo dolore ovviamente, ma la sincerità del gesto. Non la dimenticherò.

Ora è il momento di fare qualche riflessione e, se possibile, un piccolo consuntivo del viaggio. Premesso che non ero partito armato di un entusiasmo esaltante, l’ho già detto, vuoi perché un viaggio saltato fuori all’ultimo momento, vuoi perché il visto arrivato il giorno prima della partenza mi ha dato poco tempo per rifletterci, ma sopratutto perché sto attraversando un momento di distacco verso il disegno, e questo viaggio ruotava tutto su questo, sul fare sketches e disegni e mostrare quello che in realtà sono ma che sto mettendo un po’ in discussione. Un momento un po’ così, insomma…
E anche al mio arrivo non sono stato travolto dalle emozioni, un po’ me l’aspettavo e in parte il tempo uggioso e spesso piovoso non ha aiutato a questo, ma la vicinanza di queste due ragazze Isabella prima e Stella poi, mi hanno fatto avvicinare alla Cina, credo di averla capita meglio, anche perché alle mie domande loro hanno dato risposte ed io, di domande ne ho fatte molte. Mi hanno raccontato la storia del loro paese, Stella con cui ho condiviso più tempo e ho avuto una maggiore sintonia non si è risparmiata aiutandomi a capire, mi hanno trasmesso il loro amore verso questa terra, nonostante così giovani e moderne, abbiamo messo a confronto le nostre idee, ci siamo scambiati opinioni, punto d vista e curiosità, e se alla fine ho visto meno “cose” che a Pechino, ho capito molto di più della Cina questa volta dell’altro viaggio, tornando a casa molto più ricco.
Nanjing per me è più bella di Beijing, l’ho trovata più pulita, ordinata e meno caotica, è piena di bellissimi viali di rigogliosi platani e parchi che la circondano e che la rendono una città verde e almeno all’apparenza più vivibile, intendiamoci, pur essendo una città di provincia ha la bellezza di ben 6.000.000 di abitanti, ma da l’idea di una città dove si potrebbe vivere senza troppi problemi, là dove Beijing mi appariva più caotica e con minore personalità. Certo, tutto è stato sicuramente favorito dalle mie interlocutrici, ma anche così fosse, le mie impressioni rimangono tali.
Poi ci sono considerazioni d’altro tipo, di tipo sia politico che comparativo, e qui il discorso potrebbe anche allungarsi di molto. Dire da dove nascono certe riflessioni talvolta può apparire ridicolo ma me ne fregherò, e lo dirò comunque; nei frequenti viaggi tra l’albergo e la città, che ricordo dista quasi 25 km dal centro, ho notato fin dai
primi giorni che, anche a distanze siderali dalla periferia della città, le aiuole, i cespugli, gli alberi e tutto il verde che affianca le strade ordinate, erano perfetti. Niente è fuori posto, e tutto ha l’aria di essere curato da un esercito di giardinieri (e magari è anche
vero), e allora la mia domanda è: quanto dal sistema cinese, potrebbe essere esportato da noi? E se è possibile farlo, visto che ovviamente la storia è diversa. Il costo del lavoro è basso, è ovvio, ma tutti lavorano, a tutti è garantita la dignità di una occupazione, ma sopratutto che lavora ha il dovere di fare bene le cose per cui è pagato. E questo è dovuto ad un governo che ovviamente non è messo in discussione è vero, ma non deve fare neanche promesse impossibile per farsi rieleggere, salvo poi disconoscerle per impossibilità o negligenza, e anche questa è una contraddizione in termini. Sembra tutto molto lapalissiano, ma siamo sicuri che sia così?  Noi nella nostra cultura libertaria abbiamo pensato, giustamente, a conquistare i nostri diritti, e ci mancherebbe, ma a forza di ottenerne, ci siamo dimenticati completamente dei nostri doveri, per cui se il lavoro lo pretendiamo, non è detto che questo meriti il nostro impegno. Per cui ci sentiamo legittimati a mandare certificati medici alla bisogna, scansiamo gli impegni quando c’è da fare di più, usciamo prima se ne abbiamo la possibilità, cerchiamo di fottere il prossimo alla prima occasione, in casi molto estremi andiamo a prenderci un caffè fuori al bar mentre ci facciamo timbrare il cartellino da un compagno connivente mentre noi facciamo i nostri porci comodi. O sbaglio? È ovvio che sto estremizzando, ma non è che noi siamo diventati così, e adesso neanche più ci accorgiamo di chi eravamo e da dove venivamo?
Perché anche l’Italia è stata così negli anni ’60, lavorava, produceva, aveva entusiasmo e cresceva, proprio com’è ad esso la Cina.
Qui hanno infrastrutture che noi ce le sogniamo, strade, ponti, centri commerciali avveniristici, è tutto digitalizzato, hanno praticamente abolito la moneta contante pagando direttamente con lo smartphone, i motorini sono rigorosamente tutti elettrici, i mezzi pubblici costano pochissimo, le bici-sharing pure, sono moltissime e non sono devastate da atti di vandalismo gratuito, insomma il cittadino non è trascurato, i giovani non hanno paturnie, nessun genitore si sogna di picchiare un professore perché il figlio disattende le attese, non esiste il problema bullismo e l’insegnante con cui ho parlato dimostrava un’attenzione verso i bambini ed un attaccamento al lavoro incredibile, abbiamo perso le cose primarie per andare dietro a cosa? Non lo so, ditemelo? Questa non è un’elegia ad un modello, ma vuole essere una riflessione su un altro modo di intendere il mondo, badate bene, non ne faccio una questione politica, ma semplicemente pratica. Le ragazze con cui ho parlato, sono ragazze molto giovani ma che hanno viaggiato, hanno visto il mondo com’è, con i suoi difetti, ma anche con le sue libertà di cui in teoria loro non dispongono, ma tutto questo non le ha portate a detestare il loro paese, bensì a comprendere come, la loro stabilità, gli permette di avere un benessere garantito (non tutta la Cina è così, intendiamoci) probabilmente  nell’unico modo possibile per gestire un paese enorme in ogni dimensione e con numeri impressionanti pur garantendone una qualità della vita che, credetemi è visibile, se si pensa trent’anni fa dove si trovavano.

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Gli ultimi attimi prima della partenza per il volo che ci porterà a Pechino, poi a Francoforte e successivamente a Firenze.

Un ultima considerazione lasciatemele fare, e il pensiero va verso un panorama che potrebbe defilarsi in futuro, riguardo alla nostra possibile sopravvivenza su questo pianeta… sì, adesso finisco per diventare perfino apocalittico. Immaginatevi un mondo vicino ad un punto in cui si devono prendere decisioni fondamentali per l’umanità intera, sì, ok… può essere un soggetto già visto di un pessimo film di fantascienza, ma torniamo a noi, si deve prendere una decisione strategica, inderogabile sull’ordine mondiale. Chi di voi può pensare che minuscoli staterelli, litigiosi, frammentati, in disaccordo su tutto ed ognuno pieno dell’arroganza di sentirsi il migliore, a loro volta composti da ulteriori gruppuscoli che si detestano e convinti di avere ragione su tutto prendendosi ad insulti un giorno sì è un altro pure, come pensate che questi possono contribuire effettivamente a dare una risposta possibile a questa esigenza?
Da un lato uno stato capace di gestire bene un miliardo e mezzo di persone, che nel momento che per la salute pubblica deve decidere se ridurre i gas di scarico e decide di costruire solamente motorini elettrici risolvendo quel problema, e dall’altro un centinaio di stati è staterelli che pretendono di dire la loro, ma essendo divisi su tutto. Certo, ma vuoi mettere la libertà degli altri a mandarsi affanculo tutti i giorni? Vero, grande privilegio, impagabile e irrinunciabile, ma quando poi dovrete salvarvi il culo, che credete potrebbe essere in grado di farlo?
Ripeto, non è un’elegia, ma uno spunto per riflettere, permettetemi di fare il grillo parlante e, mi raccomando, lontani dai mattoni.

Diceva un vecchio adagio di una pubblicità, recitato da Renzo Arbore: “Riflettete, gente, riflettete!”

Ho avuto tempo per scrivere, è l’1,10 di sabato 1 Giugno e sono seduto al gate E 11 dell’aeroporto di Beijing, dopo aver mangiato nell’unico locale aperto a quell’ora, una sorta di panino arrotolato con formaggio e del simil-affettato, ma io e Nicolas non abbiamo avuto scelta, e poi la fame… il prossimo volo parte alle 2,30, non c’è che dire, inizio il mio mese preferito nel migliore dei modi, la cosa confortante è che non si può che migliorare.
Il volo Air China sembra completo, ma noi abbiamo i primi posti dell’economy class, per cui davanti abbiamo la parete divisoria e molto più spazio per allungare le gambe, ed io sono al finestrino. Sono quasi le 3,00 ed io capisco subito che forse questa volta non è un problema, mi gonfio il cuscino da collo e mi inclino, in una posizione complice. E mi addormento. Salto anche uno spuntino a base di sandwiches, così mi dice Nicolas in uno dei momenti nei quali siamo svegli entrambi, ma mi riappisolo e dormicchio per diverse ore. Quando capisco che reiterare sarebbe diabolico, decido di guardarmi un filmetto prima dell’atterraggio nell’aeroporto tedesco, e scelgo “Aquaman”, ve l’ho già detto e ve lo ripeto, sugli aerei vedo film senza pretese, il cervello non deve lavorare troppo, e poi questo ha il vantaggio di essere in italiano, offerta che l’altra volta sui voli Air China non avevo trovato.
Facciamo una colazione occidentale e finisco in tempo il film una decina di minuti prima dell’atterraggio che è addirittura una decina di minuti prima del previsto, se va avanti così, al mio stress questa volta gioco un brutto scherzo.

Credevate che fosse finita? No, non vi risparmio. Sono sul volo per Firenze, orari perfetti, controllo passaporti e doganale fluido e senza intoppi, qualcuno lassù ha avuto evidentemente comprensione per la mia stanchezza ed ha permesso tutto ciò. Un sincero grazie.
Sono le 7,59 e fuori la giornata è bellissima, risplende un sole che strizza l’occhiolino all’estate che deve ancora arrivare, e cerca di tranquillizzare chi, pessimista, pensava non dovesse arrivare più. Il volo è Lufthansa e, precisi come solo i crucchi sanno essere, con solo due minuti di ritardo l’aeromobile si muove dalla sua posizione e comincia a rollare. L’aereo è mezzo vuoto e anche se ho accanto solo una ragazza che sta già dormendo, avere meno respiri e meno teste fa sembrare tutto più tranquillo e rilassante.
A Firenze trovo mezza famiglia ad aspettarmi, meglio rimanere là e ripartire di slancio (come diceva la pubblicità del Pocket Coffee) il giorno dopo, si presenta una settimana impegnativa, tutta di esami e con serata finale che è divertente sì, ma mai rilassante. Ma cercheremo di farci trovare pronti.

La mia vita macina esperienze come volesse dirmi qualcosa, dovrei ascoltare di più questo linguaggio misterioso che si dipana dagli accadimenti, dovrei saper leggere tra le righe, trovare messaggi nascosti e provare a decifrarli, ma bisogna essere bravi, oppure pronti.
Forse non sono né l’uno, né l’altro.

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