NANJING, AGAIN CHINA – 2a Parte

Lunedì

Ci alziamo un po’ più tardi ma è tutta un’illusione, l’orario del risveglio è lo stesso, ma il sonno almeno è stato continuo, o ci abituiamo ad orari e consuetudini o siamo semplicemente più stanchi.
Colazione con Nicolas, neanche ci mettessimo d’accordo, e partenza verso il lago interno alla città, sembrava che oggi la giornata fosse migliore ed invece è grigia come il giorno prima e comincia anche a piovere seppur debolmente.


In attesa della partenza su un piazzale sottostante all’albergo un gruppo di una cinquantina di persone che indossano una t-shirt azzurra, stanno osservando un loro accolito che gli dà indicazioni, sembra un santone che impartisce consigli, ma Wang ci dice che il realtà si tratta della troupe di una comedy-drama molto famosa in Cina e che sta facendo una specie di rito propiziatorio all’inizio delle riprese, mi indica un attore molto famoso e, sicuramente, una protagonista femminile occidentale, che svetta nel gruppo per i suoi capelli biondi.

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La cerimonia di “benedizione” delle riprese della comedy-drama avvenuta all’Artizen Sifang Hotel da parte dell’intera troupe, attori compresi.

Partiamo mentre comincia a piovere con maggior convinzione, meno male che la giornata doveva essere soleggiata, Nicolas sapendo di andare al lago si è portato asciugamano e costume, confermando che è molto più ottimista di me, ma altrettanto sfigato.
Il traffico però è impietoso, l’orario più tardi conferma le perplessità sul rollino di marcia di Wang, le auto incolonnate fanno da tappo al traffico e ci mettiamo più tempo del previsto.
Attraversata una porta che ci introduce all’intero dei confini del laghetto, scendiamo dal bus e qui faccio la conoscenza con la mia nuova interprete, si chiama anzi, si fa chiamare: Stella perché il suo nome è tutt’altro, è molto carina, sorridente e gentile, ma sono tutte così da queste parti? Ha l’età di Elena (mia figlia) come l’altra, e come Isabella è stata in Italia, avremo modo di conoscerci e intanto saliamo tutti su dei trenini elettrici per il consueto giro del lago, ma nel frattempo la pioggia, fine e fastidiosa, quasi polverizzata, bagna tutti quelli sotto vento, e cioè me.

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Io tra le mie belle cinesine, Stella e Pi, la mia interprete e la studentessa che mi ha affiancato per tutto il periodo di soggiorno.

A un certo punto solito scambio di vedute con Wang, dobbiamo separarci ed indicare al conducente del trenino che ci trasporta dove fermarsi per poter realizzare il nostro sketch, a saperlo prima…
Io vorrei realizzare uno sketch che metta in contrasto i grattacieli sullo sfondo e qualcosa di tipicamente tradizionale, mi fermo nei pressi di una chiusa e mi accorgo che in basso c’è una statua di un Buddah, mi avvicino ma la pioggia aumenta, decido di fare come il giorno prima, scatto la foto con l’IPad e la realizzo al riparo, riparo che però non è facile trovare, anche perché si è alzato un vento fastidioso che inumidisce il foglio con delle goccioline polverizzate, dopo una breve prova sotto una tettoia, decido di tornare sul trenino che nel frattempo aveva abbassato il cellophane di protezione laterale, permettendomi di terminarlo.

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La giornata uggiosa e piovigginosa sulle rive del lago che lambisce parte delle mura della città, questo tuttavia non ci ha impedito di realizzare i nostri disegni.

Poi di corsa al McDonald, l’avevano anticipato, qui arriviamo un po’ in ritardo sugli altri, ma al primo piano è già tutto pronto, ci sono già bicchieroni pieni di Coca Cola e panini e patatine fritte già caldi. Ho fame, è come un allupato mi getto sulla cibarie piena di tossine e carni di allevamento intensivo, ma sono stanco, sono mezzo bagnato, ho dovuto realizzare almeno il 60% dello sketch in posizione scomoda, i sapori almeno sono quelli che conosciamo e la fame è tanta, e i discorsi perciò li lascio agli altri.
Poi andiamo sulle mura della città, quelle intermedie mi pare di capire dalla pianta, qui mi fermo in prossimità di una porta che mi lascia intravedere dei cannoni a difesa dei torrioni, mi metto lì e realizzo un disegno in BN.
Poi salendo sulle mura tutti si sono fermati in corrispondenza di una torre a pagode, non male in effetti, ma c’è sia Glyn che Nicolas, e decido di andare oltre, da qui intravedo il contrasto che volevo realizzare prima, una composizione fatta da: le mura, il selciato del camminamento, una fila di lampade cinesi e sullo sfondo uno skyline della città, giro le spalle a tutti e mi metto lì. Mi siederei anche a terra, ma poi uno degli studenti mi accorgo che ha portato una seduta ripiegabile e glielo chiedo, del resto il Vip sono io, porca miseria, mi dispiace ma devo avere la precedenza, orsù.
Anche qui il vento tira forte, le nuvole si sono disperse, almeno quelle che avevano portato la pioggia, ma soffia in modo fastidioso, quest’anno realizzare gli sketches è un impresa ben più ardua. Mi fermano un po’ prima di avere completato l’opera, ma manca poco, la terminerò la sera.
Durante il tragitto che ci separa dalla nostra nuova destinazione, mi metto a parlare con Stella, e siccome su internet leggo delle elezioni europee, con lei mi metto a parlare della politica, delle nostre diversità, del concetto di stato, e mentre divaghiamo parlando delle bellezza dei molti platani che ornano i viali della città, mi informa che erano molto amati dalla moglie di Chang Kai Shek, che per accondiscenderla ne piantò molti, a questo proposito le chiedo di rinfrescarmi un po’ sulla storia della Cina, perché alla fine, siamo sinceri, noi occidentali siamo molto eurocentrico e la storia che studiamo non riguarda per niente le civiltà asiatiche, cosa ne sappiamo noi della storia del Laos, o della Cambogia e quindi anche della Cina? Diciamocelo: poco o niente, e quel poco per sentito dire, con questo ci siamo messi a parlare di questo, della guerra, della debolezza del popolo cinese, e del risentimento dei cinesi nel riguardo degli occupanti giapponesi durante la seconda guerra mondiale, e di come negli anziani sia ancora viva le angherie subite, il valore della memoria insomma è stato interessante, e lei molto preparata.
La cosa mi ha colpito molto, non tanto per la poca fiducia in un popolo che invece ha dimensioni e potenza impressionanti, ma perché forse abbiamo un’immagine fuorviante dei cinesi, o magari c’è l’ho solo io, ed è il pensiero che siano un po’ obnubilati dal partito comunista, non siano critici verso i propri governanti e ne  soggiacciono supinamente i capricci, mentre mi pare che abbiano una coscienza civile e una consapevolezza di cosa sono, di cosa potrebbero fare e di dove vanno, forse questo dipende da lei perché giovane, ma il tutto l’ho trovato molto istruttivo, e mi ha anche raccontato di una resistenza dei cittadini contro l’abbattimento di alberi secolari per la costruzione della metropolitana, e di come tale resistenza contro le autorità abbia spinto queste a cambiare il progetto, evitando l’abbattimento.
Poi di nuovo sul bus, in direzione il ponte che attraverso la Yang Tze, un ponte ferroviario e stradale che attraversa il fiume nel punto più stretto, un opera monumentale della quale i cinesi vanno evidentemente molto fieri, il ponte ferroviario infatti è lungo ben 6000 metri, mentre quello stradale 4000, è fiancheggiato da una pista ciclabile e pedonale con una serie di lampioni che ne aumentano il fascino prospettico.

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L’imperioso ponte che attraversa lo Yang Tze, opera degli anni ’60 che vuole nobilitare il periodo maoista con un’opera monumentale. In basso gli schizzi a confronto realizzati da Nicolas e me.

Le campate principali (immagino l’altra sulla sponda opposta sia identica, noi ovviamente non la vediamo), hanno sui due lati, a un centinaio di metri da noi, delle statue di circa una quindicina di metri nel classico realismo comunista, due lavoratori e un militare che imbraccia un kalashnikov e che sventola quello che credo sia il libretto rosso di Mao. Il ponte è davvero maestoso, da campata a campata la struttura è d’acciaio, nella parte stradale si tratta di un ponte a quattro corsie più la pedo-ciclabile, e sotto passa la ferrovia, dal nostro punto di vista, ben oltre il livello stradale, vedere linearmente quattro chilometri di rettilineo e lo skyline di grattacieli sullo sfondo che da un senso a distanze e dimensione è impressionante, infatti molte comitive di cinesi vengono qui a farsi foto, come fosse, o forse addirittura è, un monumento nazionale, e credo bene che nel 1960 quando è stato costruito, fosse un vanto per l’amministrazione cinese.
Qui dopo un po’ e dopo avere scattato delle foto scendiamo in basso e andiamo verso una pagoda tra gli alberi, nelle vicinanze di un piccolo affluente dell’enorme fiume, qui dal basso decidiamo di realizzare alcuni sketch, poi via di corsa per la cena.

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Pancia mia fatti capanna! (accanto alla salsina rossastra, al centro del tavolo, le polpettine dall’odore mefitico).

Mangiamo in un ristorante carino ma di moderna concezione, come nelle aree di servizio autostradali, con la cucina a vista e i piatti preparati di fronte a noi, i tavoli sono già imbanditi e noi ci sediamo e istantaneamente ci mettiamo a mangiare, il cibo non è male, abbiamo mangiato molto peggio in ristoranti che sembravano ben più pretenziosi, anche se questo è pulito e grazioso e adiacente ad un grosso centro commerciale. Spaghetti di soia, maiale in agrodolce, il riso fritto -che appare come un grande cupolone da rompere e scoprire che ha la consistenza e lo spessore del croccante- gamberetti, funghi e verdura varia, niente male. Poi con Glyn e Nicolas (che è un ghiottone della prima ora) decidiamo di farci un dessert, che divido però con Stella, qui i dolci che hanno in realtà un’apparenza molto vistosa, sono invece molto meno dolci dei nostri, e come si dice dalle mie parti “stuccano” molto meno (trad. vengono meno a noia), anche se ne ho lasciato una bella parte alla mia interprete.
Ci salutiamo e noi torniamo direttamente all’albergo, qui ci danno una parte della enorme stanza da pranzo per stendere il drappo lungo tre metri che dobbiamo realizzare il giorno dopo, Wan Kwei realizza il drago cinese su cui noi dovremmo poi “agganciare” i nostri personaggi, l’operazione è piuttosto semplice e mentre io e Nicolas terminiamo gli sketches lasciati a metà il giorno (i problemi erano stati gli stessi per tutti), l’artista cinese termina il suo disegno, dopo di che, dopo che ho diviso in cinque parti uguali, ognuno disegna il suo personaggio col drago. Io opto per un mio Nero Maccanti che lo cavalca come fossimo a un rodeo, povero il mio marinaio, essendo il character che meglio mi rappresenta gli faccio fare di tutto, lui mi sopporta con immane pazienza e io gli sono grato, ma uno di questi giorni mi manda di sicuro a cagare.

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All’opera sulle matite dello striscione lungo tre metri che dovremo terminare il giorno successivo all’interno della serata inaugurale.

In dieci minuti sbrighiamo la pratica, mentre fotografi e cineoperatori ci riprendono (io non lo sto sempre a scrivere, ma questa è una costante di tutti i nostri spostamenti, praticamente siamo pedinati come spie), per ultimo Wang mi chiede di firmare delle cartoline che verranno regalate agli studenti, ed io mi metto a firmare.
Stasera sarebbe un’ora giusta, decido di andare a letto, tanto io non vado mai a letto prima dell’una, questo mio maledetto report al quale però non posso rinunciare mi porta via un sacco di tempo, ma come poterne fare a meno e sopratutto come potrei mai -Oh miei lettori! – privarvi di tanto sollazzo?
Sì, forse è meglio chiudere qui: buonanotte.

Martedì

Oggi ci sveglia o con un brillante sole, il primo, vero sole cinese che ci abbia degnati di qualche considerazione, la partenza è tornata quella dei primi giorni: le 8,15. Siamo diretti al mausoleo di Shen Kin Zen, quello che per i cinesi è il vero padre della patria, l’uomo politico che nella sua illuminazione ha traghettato la Cina dall’infinito periodo delle dinastie imperiali a quello della democrazia, creando i presupposti della Cina moderna essendo il fondatore del Partito Democratico Cinese. Il mausoleo è annegato all’interno di un parco molto grande, preda dei pellegrinaggi di molti cinesi, vuoi perché il personaggio sepolto è molto amato vuoi perché facente parte di una serie di siti turistici del circondario molto apprezzati e visitati. Al nostro arrivo, dopo un’oretta e mezzo di autobus, il piazzale è già gremito di persone, scolaresche e turisti di ogni tipo, ma noi abbiamo un lasciapassare che ci spedisce direttamente all’interno, anche oggi i ritmi sono serrati, lo si vede già dall’incipit mattutino, per cui al primo sito interessante, per paura di perdere troppo tempo e dover ripiegare in seguito su qualcosa che mi piace meno, decido di fermarmi all’anfiteatro, scelta piuttosto complessa come mio solito, e sopratutto mi impedisce di vedere realmente il mausoleo. Spendo qui un’ora e mezzo del mio tempo e realizzo il mio sketch, non senza essere fotografato da ogni parte e dover sottostare alle pretese registiche dell’operatore che realizzerà il documentario finale, e fare delle vere e proprie prove attoriali, stando in piedi ogni dove e circondato dai numerosi piccioni, con il rischio più che concreto che mi scagazzino addosso.

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Il parco in onore del mausoleo di Shen Kin Zen.

Poi raggiungo gli altri, ma mi accorgo che l’aria è un po’ tesa, capisco molto dopo il motivo, credo che Glyn si sia perso, ma lo scopriremo solo allora di pranzo. Io mi dirigo verso un ponte che da su un meraviglioso viale alberato di platani decennali che, mi dicono e constato dalle foto, dall’alto appare come una collana con pendaglio, fatta dalla differenza della vegetazione e, in autunno, quando le foglie diventano gialle, lo spettacolo dall’alto dei colori contrastanti è formidabile, poi ci indirizziamo verso un viale costeggiato da sculture gemelle di animali di oltre 600 anni fa, ma poco dopo gli organizzatori con noi ci dicono di tornare indietro, è l’ora del pranzo e rischiamo di perdere troppo tempo, il pomeriggio ha delle tappe imprescindibili.
Il ristorante è situato al centro del parco ed è completamente vegetariano, ma la cosa davvero curiosa è che le verdure qui vengono cucinate scimmiottando forme e sapori di tutti gli altri alimenti, per cui mangiamo dei simil gamberetti fatti da tuberi, carne fatta di soia e, udite, udite, anche il tofu qui ha un qualche sapore anzi, definibile quasi buono. Ma non siamo tutti, Glyn in effetti si è perso ed arriva con la famiglia poco dopo, noi andiamo a mangiarci un gelato mentre loro consumano il loro pranzo ma, a quello che capiamo, con l’imbuto, perché dopo neanche un quarto d’ora risaliamo tutti sull’autobus in direzione all’Università delle Arti di Nanchino, qui avremo alle 14,30 un forum con gli studenti, dove in effetti arriviamo con un quarto d’ora di ritardo.
Veniamo presentati uno per uno da Wangning e poi prendiamo la parola parlando del nostro lavoro e di come siamo diventati quello che siamo, cose brevi e concise, alla domanda chi nella sala conoscevano almeno i tre autori cinesi, solo in tre hanno alzato la mano, segno evidente che anche qui il fumetto, che aveva avuto un minimo di diffusioni negli anni ’70, adesso è praticamente scomparso, con il risultato che di fronte ci troviamo una platea di ragazzi che non solo non ci conoscono, ma conoscono poco anche quello che facciamo, infatti molti di loro sono lì per fare animazione, e infatti almeno nella parte iniziale, Nicolas che ha lavorato nell’animazione riceve una domanda dal pubblico. Ognuno parla della particolarità del suo lavoro, della sua visione, ed io azzardo a far comprendere le differenze tra le produzioni artigianali più di stampo occidentale (pochi operatori nella realizzazione di una tavola) e quindi una personalizzazione maggiore del lavoro, e quelli industriali di stampo orientale, dove uno staff di persone si occupano di lavorare allo stesso prodotto con individuali competenze e quindi omologando maggiormente il segno. Insomma, non ho potuto fare a meno di mettere come mio solito, i puntini sulle i, ma sia Wang che Nicolas erano d’accordo con me. Quelli che alla fine sembravano i meno reattivi, cosa dalla quale si evince che le differenze tra la Cina e noi oramai si possono ritenere annullate, erano i ragazzi che, nonostante tutto ci sentivano parlare di cose che loro, ahimè, non conoscono. Ma l’intervento è stato interessante, tutti erano felici e contenti, e noi con loro.

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Incontro con gli studenti all’interno dell’Università delle Arti di Nanjing.

Da lì ci siamo diretti verso una via molto commerciale e conosciuta di Nanchino, dove si sarebbe svolto il vero clou della giornata, l’inaugurazione ufficiale del nostro progetto, e la presentazione di tutti noi al pubblico da parte delle autorità. Per cui niente disegni ma soltanto incontri e presentazioni.
Allora: la sera prima Wangning ci aveva predetto il “circo” che avremmo dovuto mettere insieme per preparare la performance che avrebbe sancito il momento cruciale della presentazione ufficiale. Al viale commerciale si accede da una grande porta e va diretto verso a una piazza in fronte alle mura della città, un viale non troppo lungo di qualche centinaio di metri, costeggiato di costruzioni rifatte in stile cinese molto carine, con alberi illuminati da molti colori e sculture in bronzo caratteristiche, e pieno di negozi di ogni tipo, un punto molto caratteristico e popolare della città. Noi cinque autori maschietti, a rotazione, e cioè appena finito uno deve cominciare l’altro, dovremmo realizzare in punti diversi e prestabiliti del viale, dei disegni per catturare l’interesse dei passanti e, come un calcolo di una sommatoria, come un congegno a catena, portare i primi verso il secondo, il secondo verso il terzo e così via fino ad arrivare al palco sotto le mura nella piazza finale. Un meccanismo con una sua logica e avvolto dal mistero, perché ogni autore ha un assistente personale (lo studente che lo ha seguito in tutti questi giorni, io ho Pi, la mia studentessa tuttofare) che ad un mio segnale convenzionale deve portare un cavalletto con posizionato sopra un foglio di carta ed io, privo del tesserino di riconoscimento (per mantenere il segreto, e che indosserò appena terminato il mio lavoro), devo iniziare il mio disegno…. uff! non so se mi sono spiegato bene, spero di sì. Ad ogni modo a me viene un po’ da ridere, io che improvviso talvolta anche quando c’è da fare un discorso pubblico, semplicemente per ho paura di dimenticarmi ciò che devo dire, essere inserito in un presunto congegno ad orologeria è fuori dalla mia logica.
Ma stiamo al gioco.
Dovrebbe partire WAN Kwei, poi è la volta di Nicolas, poi Glyn, io e successivamente Su Han alla fine Hu Rong che per i suoi problemi di deambulazione, si troverà direttamente in piazza.
Al nostro arrivo, con un’organizzazione perfetta, vediamo dei cavalletti con il manifesto dell’evento che segnala il punto in cui dovremo disegnare, e poco distante, nascosto, il cavalletto con il ragazzo vicino. Arrivati con un po’ di anticipo andiamo nella piazza antistante le mura dove è stato allestito un grande palco con dietro due enormi gigantografie, il logo e il manifesto, accanto un altra parete con i nostri ritratti e sul lato sinistro su un enorme cavalletto, il foglio di tre metri di lunghezza per un metro di altezza con cornice in arazzo cinese con le nostre matite, devo dire un impatto visivo notevole, sul palco sta volando anche un drone per le riprese, disseminati ovunque fotografi e cineoperatori pronti per le riprese, c’è da dire che anche questa volta i cinesi si sono superati.

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Il lungo procedere attraverso dei check-point nei quali, ognuno di noi, si esibiva nella realizzazione di un disegno dal vero sulla strada, per poi confluire tutti nella piazza dove era allestito il palco. Nell’ultima foto, l’impronta della nostra mano, successivamente firmata che sarà fatta dono alla municipalità.

Controllo l’ora e siamo già in ritardo, WAN Kwei ha iniziato in ritardo, ma poco male,  tutti i traduttori sono in contatto con un walkie-talkie e sanno tutto in tempo reale, quando vediamo arrivare Wangning, mi metto al lavoro. E così faccio, il meccanismo sembra funzionare, io mi cimento in un Nero Maccanti in una delle sue più fulgide rappresentazioni, con sigaretta in bocca e Castello del Morro alle spalle, non privo di qualche svolazzante gabbiano intono a lui. La gente si ammucchia, mi dicono di non fare troppo presto e io mi perdo in dettagli che credevo non necessari, devo perfino inginocchiarmi per disegnare nella parte bassa, e questo eccita i fotografi che si accalcano in un balletto folle intorno a me, neanche fossero folletti impazziti, mi immagino le rockstar circondate da tanto clamore, quanto possano fare fatica a far finta di niente o addirittura rimanere con i piedi per terra senza sentirsi Dio.
Ho finito, mi metto il mio pass e le persone seguono Wangning diretto al successivo punto. Tutto fila come deve filare, finita la via crucis ci dirigiamo al banchetto piazzato vicino al palco dove è allestito un ulteriore wall con logo che dovremo firmare, è un tavolo con una serie di mattonelle con un fondo di creta colorata sulle quali dovremmo imprimere l’impronta delle nostra mano, nuova ubriacatura di foto, firma del wall, e poi parte la presentazione dal palco.

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La parte finale dell’inaugurazione con la presentazione sul palco degli artisti (mentre sulle mura della città vengono proiettati in un loop incessante, un filmato su ognuno di noi), la realizzazione definitiva dello striscione e i riconoscimenti consegnati ai partecipanti.

Le persone piuttosto numerose si accalcano intorno al palco, ogni palcoscenico ha un potere di attrazione incredibile, anche solo l’aspettativa che qualcosa di sicuramente straordinario dovrà prodursi là sopra, li mette in fibrillazione. Poi la breve presentazione d’ufficio da parte del viceministro delle Arti di Nanchino e poi, uno a uno saliamo sul palco, ci vengono consegnati dei riconoscimenti ufficiali, e poi ci mettiamo a disegnare o meglio, inchiostrare i nostri disegni preventivamente fatti, in modo da non tediare troppo le persone che, coperte dai nostri corpi al lavoro, potranno vedere finito il “murales” soltanto una volta completato. Anche qui, i fotografi a spintoni fanno a rubarsi i posti migliori (che lavoro di merda, anche quello), e noi disegniamo a fatica per l’ombra che i suddetti ci fanno stando alle nostre spalle, poi termina WAN Kwei disegnando un drago di rosso e finalmente il tutto finisce. La folla sottostante vuole vedere, viene così tolto da supporto la lunga tela e sorretta da noi artefici la mostriamo al pueblo.
Io non riesco a trattenermi e mi scatto un selfie, mi vergogno un po’, ma Nicolas mi da il la, ed io lo scatto, è divertente, e in fondo momenti così, a meno che tu non sia Vasco Rossi, non ne capitano molti.
Adesso che è finita e rivolgiamo lo sguardo al palco, ci accorgiamo che alle nostre spalle sono state proiettate sul muro i nostri nome e le immagini dei nostri lavori mixate con effetti animati, in un loop tanto gigantesco per le dimensioni quanto entusiasmante per l’impatto visivo, notevole e calamitante.
È finita, ed è finita anche in bellezza, chi l’avrebbe detto? Adesso ci sono le ultime interviste, un ragazzo vuole farsi la foto con me, un signore sorridente timidamente mi avvicina per farmi vedere le foto del Duomo di Milano e della Galleria, per dirmi che ha un fratello nella città Lombarda, curiosità e le particolarità di una giornata non ordinaria,  ma è fatta, non abbiamo faticato molto, ma la successione, l’eccezionalità di cose fatte in giornate cariche così di eventi e circostanze, hanno il potere di consumarti energie come fossero vampiri, andiamo a mangiare lì vicino, e per fortuna facciamo tutto in modo piuttosto veloce.

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La sala allestita per noi, in un ristorante adiacente alla piazza, e tre dei partecipanti: Wan Kweri, Keramidas e me medesimo.

Il clima è rilassato, Wangning si vede che è soddisfatto dell’esito della serata e ride e magia a quattro palmenti col politico della presentazione, ma noi autori siamo piuttosto cotti, la cena non è male e anch’io mi rilasso parlando con Stella, anche lei ha avuto il suo bel da farsi a starmi dietro.
Saliamo sul bus, e Stella mi saluta, ci vediamo domani, la giornata è finita ed è finita il suo essere così eccezionale, è buffo, quando le cose le viviamo (e specialmente il sottoscritto che ha una visione tutta sdrammatizzante di ciò che fa) non si rende bene conto di quello che ha fatto, e tutto semplicemente normale perché lo sta vivendo. Bello invece sarebbe poterla vedere dall’esterno, da un punto di vista di un osservatore disinteressato, forse solo così potremmo dargli il valore che pare non avere per noi, e forse anche per gli altri, forse davvero potremmo apprezzare di più la vita se riuscissimo ad essere consapevoli dell’eccezionalità di certe occasioni che a volte sa offrirci, e forse solo nell’ottusità del nostro vederci normali, potremmo valorizzare questi momenti così originali, e li definisco così perché per me l’aggettivo “bello”, mi sembra sempre troppo, facendone così un uso perfino troppo parsimonioso.
Ma adesso sto filosofeggiando, è davvero giunta l’ora di andare a letto.

Mercoledì

Ci alziamo un po’ più tardi, e questa è buona cosa, incominciamo a sentire la stanchezza, come sommatoria di giornate intense e fuori dall’ordinario, colazione con Nicolas, arrivo prima ma ci troviamo là, i nostri orari biologici evidentemente vanno in parallelo.
La partenza è come prestabilita e ci avviamo diretti verso la Libreria di Nanchino, una struttura moderna molto bella, uno spazio lettura davvero imponente. Qui veniamo fatti accomodare in una sala conferenze dove ci mostrano un filmato su un noto produttore di carta e della tecnica assolutamente raffinata della stampa di questa, fatta di tamponi da incisione che con disegni e colori raffinatissimi rendono uniche ogni pagina; il documentario molto bello e ben girato esalta le fasi di passaggio di questa lavorazione, ci mostrano fisicamente alcuni timbri da incisione e poi alla fine ci invitano a imprimere un disegno con la medesima tecnica, e ritrovarci così con un disegno su carta di riso molto fine, realizzato da noi. Devo dire che la mattinata è stata molto interessante ma, come al solito, non siamo riusciti a produrre alcun che, il tempo per l’incontro ci ha mangiato quello utile per disegnare. Successivamente andiamo a quello che sarà il nostro ristorante, situato in una casa di cento anni fa, ancora costruita con quei criteri, oggi è quello che si definirebbe uno snack bar, qui è una sala da tè- ristorante, me ne rendo conto più tardi ma gli altri si sono messi a disegnare, Nicolas a terminare gli schizzi fatti ieri, Glyn a farne di nuovi, lui ha il suo quaderno dove disegna a matita ogni cosa gli passa davanti. Io non ho molto tempo, dovremo anche mangiare, e decido di realizzare quattro ragazzi della nostra comitiva seduti sotto un ombrellone che spippolano sullo smartphone.
Poi ripartiamo alla volta di un’altra entrata delle mure interne, e qui veniamo lasciati da soli per andare a cercarci il nostro “posto al sole”, io ho visto due statue bronzee all’ingresso è vicino alla scala d’accesso alle mura, e decido di tornare sui miei passi per trovare un punto di vista interessante.
Le due statue di bronzo (con accanto due cani in pietra), rappresentano l’ultimo imperatore della dinastia Ming, è il suo “primo ministro” o “amministratore”, insomma il numero due del potere di quel periodo, e l’idea stessa che un numero due meritasse un bronzo accanto al capataz, mi stuzzica l’idea.

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Giornata di sole e giro sulle mura, con realizzazione di ulteriori disegni. Nell’ultima foto la carovana (non al completo) che ci accompagnava quotidianamente nelle nostre peregrinazioni.

Trovo così il mio punto, come sempre, pieno di particolari, foglie e mattoni, e comincio, ho quasi due ore ed il tempo dovrebbe essere sufficiente, le persone cominciano a fermarsi e molte proseguono, specialmente all’inizio quando tutto è ancora indefinito, l’interesse diminuisce. Un sito web vuole un’intervista, ma io gli chiedo di ripassare più tardi, io so fare una sola cosa alla volta, e non sempre bene, dipende se i due neuroni di cui dispongo sono in fase propositiva oppure no, per cui preferisco farli tornare quando devo colorare, qui lavoro in leggerezza e i due compari riescono a districarsi meglio.
Stella, alternandosi con Pi (la mia studentessa che mi affianca dal primo giorno), mi sorregge l’ombrello parasole che mi protegge dal notevole caldo, ça va sans dire che il posto migliore fosse in pieno sole, inoltre mi è stato fatto portare anche un seggiolino portatile ripiegabile, non è una poltrona Frau, ma il culo ringrazia, meno male che l’organizzazione non fa una piega. La cosa curiosa è che, tutta la carovana di gente che ci segue, nel momento che noi disegniamo, a parte i fotografi e i cineoperatori che non stanno fermi un secondo, si ferma in nostra attesa.
Non ci rendiamo conto ma davvero tutto ruota intorno a noi, le persone ci guardano perché ai loro occhi siamo davvero speciali, lo dico io che sapete ho sempre un atteggiamento molto understatement, ma probabilmente è così, viaggiamo scortati, passiamo ovunque saltando file e bypassando ogni controllo, siamo accuditi e la gente intorno ci chiede firme e selfie, è una condizione a cui ci siamo abituati in fretta ma non è una condizione normale: però è ganza!
Mentre disegno, mi accorgo di una presenza intorno a me, non è la prima, ma questa è insistente, lascio perdere e mi concentro sul disegno, ma poi sento la voce di un adulto e questa presenza che si sposta, allora alzo gli occhi, è una bambina con un musetto davvero carino incorniciato da due codine laterali, mi guarda con la curiosità e l’innocenza che traspare solo dai loro occhi, mi guarda per capire chi sono e dopo che ci siamo guardati gli si accende sul volto un gran sorriso e mi saluta con la manina, quello sguardo era come una presentazione, in quel momento eravamo diventati amici, signori miei, queste cose, così piccole ma anche così grandi, ti ripagano di tutto, credetemi.
Poco dopo mi fanno l’intervista, diligenti e carini, come del resto sono tutti, poi anche Wang Ning mi pone delle domande, non ricordo bene per chi, davanti ad una telecamere fissa, sarà un’intervista che verrà ovviamente sottotitolato, e Stella che in questi giorni si da un gran da fare, mi traduce le domande e ritraduce cosa dico. Finiamo anche questa, anche perché per la seconda volta la batteria del cellulare, con cui l’operatore registrava l’audio, si scarica. Rimandiamo a domani.
È l’ora di andare ad una scuola, che chiamerei di “assistenza” una specie di asilo nido anche per i più grandi, l’equivalente di un’associazione culturale che aiuta i ragazzi a fare attività in orari in cui la famiglia avrebbe problemi ad accudirli. Qui ci offrono da bere e mangiare, non capiamo bene cosa dobbiamo fare, ma visitiamo le aule e gli elaborati dei bambini, ed io mi metto a parlare con una insegnante riguardo ai disegni esposti.

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Uno stop in un istituto di supporto per famiglie che lo richiedono, durante la loro assenza per il lavoro o per incrementare stimoli e competenze per i figli, insomma una specie di doposcuola privato. Qui il “metodo” usato dagli insegnanti per le discipline artistiche: dei disegni di riferimento da realizzare, i risultati sono buoni ma praticamente quasi  identici tra loro. Seguirò uno scambio di idee con una insegnante della scuola: a confronto, il concetto “individualista” occidentale, e quello più “omogeneo” locale.

La cosa ha per me dell’incredibile, i disegni esposti sono tra loro quasi identici, salvo alcune proporzioni, e dettagli, ma la somiglianza è impressionante, anche perché sinceramente non mi è mai capitato di entrare in una materna o in una delle prime classi delle elementari (qui sono bambino di circa sei anni), dove gli elaborati sono quasi identici, per cui mi metto a parlare con l’insegnante che si è avvicinata a noi.
Il fatto è che i “modelli culturali” e evidentemente didattici
sono piuttosto standardizzati e trovano una loro logica nel fornire regole precise di realizzazione a cui sottostare, con il risultato però di riprodurre tanti piccoli cloni. Ora, se da un lato i disegni erano (almeno quelli esposti) mediamente buoni, è vero che le differenze tra di loro erano davvero così minime da muovere il sospetto che il materiale didattico omologasse un po’ troppo il loro modo di vedere le cose, almeno nella loro rappresentazione. Abbiamo parlato parecchio, e devo dire che l’insegnante era molto aperta al confronto ed interessata alle cose che avevo da dire, l’impressione che ne è scaturita alla fine, almeno da parte mia, è che probabilmente un controllo del segno con esercizi atti a gestire il mezzo nel modo migliore, è probabilmente da auspicare mentre credo che la tendenza della nostra didattica sia quella di lasciare subito libera la fantasia, cosa giusta ma che se non ha una mano che possa sorreggerla probabilmente produce poco più che scarabocchi. Comunque, è stato interessante, almeno quanto i disegni che abbiamo fatto insieme ai bambini su un grande foglio comune, e il dono dei loro disegni regalatici da ognuno di loro.È stata una cosa molto carina.
Poi siamo andati a cena, Stella era molto stanca, stare dietro a me che fa molte domande che, in questi due giorni tra interviste e chiacchierate ha avuto il suo bel da fare, l’ha stremata.
Prendiamo il bus e, a ranghi ridotti, qualcuno se ne ritorna direttamente all’hotel, ci dirigiamo verso un ristorante in zona, anche questo carino ma di quelli economici, di tipica cucina nanchinese, almeno così mi garantisce Stella.
Niente da dire sulla cucina, solito tofu un po’ ovunque, soia, verdure cotte, un pesce che non ho toccato, qui gli devono essere tolte tutte le lische ed hanno pesci che hanno più lische che squame, ogni volta che qualcuno azzarda a prendere un boccone escono fuori come aculei di porcospino, un dolce di riso, ma non so perché questa volta mi sembra che i pranzi e le cene passino con minori entusiasmi, non so dire se manca l’effetto novità, o se mano mano che passa il tempo ho sempre meno voglia d assaggiare sapori che spesso non mi entusiasmano, non saprei. Ma alla fine ho anche meno fame perché alla scuola avevo mangiato un sandwich, quasi immaginassi che la cena avrebbe avuto un simile sviluppo.
Appena usciti arriva il bus, Stella mi saluta, si merita il giusto risposo e dopo due minuti si dilegua, è stanca poverina è stata anche questa una giornata faticosa. Sull’autobus controllo un po’ di posta, il router che mi ha dato Wang Ning funziona alla perfezione ed ho connessione ovunque, questa volta anche senza esagerare, metto alcuni post su Facebook e sopratutto mi informo sugli sviluppi del dopo voto e cosa succede in Italia, anche questa volta ho dovuto rinunciare a votare, ed è una cosa che non mi piace affatto.
Wang e Nicolas parlando di mercato e di fumetto, mi accodo per un po’ e ascolto la loro discussione, ma i termini dei discorsi oramai li conosco, sono sempre quelli e, anche se a malincuore, se ne evince che anche se potenzialmente la Cina sarebbe un mercato enorme, le caratteristiche delle loro generazioni sono talmente simili alle nostre che le risposte alle domande sono identiche, tanto vale lasciar perdere.
Aspetto di arrivare al Sifang, consegno le tavole a Wang perché la faccia scannerizzare, mi accordo sull’orario di partenza di domani, e vado a letto.
Il mio report mi aspetta, manco fossi un corrispondente.

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