Non è quello di Peyton Place e neanche quello di Django, ma rimane comunque un ritorno.
L’ultima volta era il 2014, ben dodici anni fa, a pensarci bene, un’eternità: ci sono stati albi, viaggi in Cina, Kosovo e Corea, il Covid, qualche scombussolamento lavorativo e societario. E anche un certo
cambiamento di way of life, a guardare bene, un certo allontanamento da certe visioni del mondo e del lavoro, una distanza a parer mio oltre che salutare, sicuramente più saggia.
A quel festival (sono andato a controllare le foto di quell’occasione), purtroppo c’erano due persone che non ci sono più, entrambe precocemente scomparse, Fabian Lacaf e Il giovane collega Louis Le Hir, Paolo Eleuteri Serpieri (che grazie a Dio c’è sempre) così come Lele Vianello, che ritroverò con piacere anche in questa occasione. Gli albi usciti in quel periodo, vado a memoria, potrebbero essere stati “Voodoo serenade” e probabilmente “Fragments” (la versione francese di “Di altre storie e di altri eroi”). La ricordo con giornate di sole e socievole convivenza, ma è da tempo che non frequento festival francesi, ed esserci di nuovo e incontrare vecchi amici mi fa molto piacere.
Che dire: due manifestazioni in un mese, per certi versi appartiene ad una di quegli eccessi di impegni che talvolta la vita ti propone, in maniera insubordinata ai tuoi desideri e alle tue programmazioni. Provengo da un maggio piuttosto intenso, che ha alternato lezioni ed spostamenti in modo da farmi sembrare un globe-trotter senza dimora con rare permanenze a casa.
Devo dire che la cosa non mi dispiace del tutto, anche se quando ti ci trovi nel mezzo, a volte senti il desiderio di una tregua che ti permetta di tirare il fiato, giusto il tempo per capire chi sei e dove ti trovi.
Le lezioni a scuola sono terminate ieri, gli ultimi anni ti hanno lasciato con il magone (anche se li rivedrai alla festa finale), consci che tre anni sono volati e un’altra pagina della loro vita si apre inevitabilmente (con tutti gli imprevisti che questa ti propone), gli altri invece contano i giorni per le verifiche finali, facendo le corse sui lavori arretrati e sperando, come tutti, che l’estate sia divertente, defaticante ed intensa.
Ma l’ultima settimana però (anzi, la penultima se contiamo la prossima con gli esami), non è stata priva di sorprese, programmate per mille motivi per tre giorni di lezione, più una serata sportiva per vedere il ritorno delle semifinali di play-off di mia figlia, con un freneticò via vai triangolare tra casa-Firenze-Porcari, è sballato a causa di uno sciopero dei mezzi di trasporto che coinvolgeva treno e autobus, che mi hanno obbligato ad una fermata all’ultima tappa, restando dormire a Firenze.
Passiamo ad altro. Nei pensieri di questi ultimi giorni, potrei dire che si sono affastellate considerazioni più sulla programmazione e le valutazioni di certe priorità sulle cose future da fare.
Considerando che sono in pensione quasi da un anno, mi sembra che tutto questo sia quanto meno inusuale. Intendiamoci, non solo non ho mai pensato, ma proprio non ho mai immaginato come questo periodo della mia vita fosse diverso dal precedente, e questo lo affermo senza esitazioni, anche perché, fortunatamente, ho fatto un lavoro/i che mi piaceva/no e non ho mai sentito la fatica, o il fastidio nel farlo/i.
Certo, ho molti amici che oramai dividono il loro tempo tra nipotini, viaggi in comitiva, Università della terza età e impegni associativi, io non sono tra questi e non lo dico con snobistica superiorità, ma perché ho oggettivamente ancora molte cose da fare, e altre in un’ inquietante stand-by.
Da questo la necessità di razionalizzare, impostare le giornate insomma, dare delle priorità, il problema è stabilire in base a cosa, e la domanda più cattiva sarebbe quella: in base al tempo che supponi ti rimanga. Vabbè, se vai a pensare a questo tutto diventa relativo, e forse lasceresti anche perdere, ma questo non lo fai, e cerchi di dare un ordine di precedenza in base a quello che pensi possa alla fine partire prima, o avere maggiori chances, o semplicemente perché ti diverte di più.
Di certo so una cosa, la spiaggia, il sole e il mare, quest’anno spero saranno intensi come auspico che siano, e tutto questo lo inserirò inevitabilmente nella programmazione.
Venerdì 29
Per prudenza, ieri ho prenotato un taxi per l’aeroporto, perché quando piove o ci sono scioperi in giro, a Firenze un taxi non lo trovi neanche a morire, per cui ho seguito il suggerimento di Federica e l’ho fissato per stamani alle 11,50.
Colazione al Finisterrae in piazza Santa Croce, sotto lo sguardo arcigno del sommo poeta tra turisti e lavoratori di ogni genere che ogni mattina si concedono uno stop in questo locale che sui muri ha scolpito i nomi degli innumerevoli artisti che il Rinascimento ha regalato a questa città e al mondo. Poi un salto a scuola, e la partenza per Peretola con largo anticipo, attesa per attesa, ormai preferisco la sala d’aspetto dell’aeroporto, piuttosto che il rischio di una corsa a rotta di collo per un ritardo imprevisto, non mi fosse mai capitato…
Mi siedo in sala d’aspetto e prendo l’IPad, salvo sedermi accanto; poco dopo un padre con una petulante bambina, per carità, anche carina, ma con una voce tra che trapana il timpano e la frequenza vocale di una mitragliatrice mi siedono accanto, lui è petulante quanto lei, ed è di quelle persone che devono inevitabilmente far vedere che hanno un dialogo con i figli, li accudiscono facendogli domande a voce alta, assecondandoli per ogni cosa; insomma, rompendo i coglioni!
Non bastasse, pian pianino si aggrega la madre, il fratellino, il nonno, la carrozzina e un’altra famiglia figlio munita, anch’essa altrettanto invadente, non foss’altro perché sono parecchi. Intendiamoci, non voglio fare l’insofferente, al di là del fatto che come passa qualcuno mi danno una botta al piede, o sposto la valigia, o cerco di far passare qualcuno tra lo stretto passaggio delle sedute insomma: sfruttando un’impellente minzione, mi tolgo dalle scatole e mi vado a riposizionare altrove.
Ecco, la giornata è cominciata così.
All’aeroporto di Zurigo ci sono già stato, ma non lo ricordo e poi, perché ricordarlo?
Devo rimanere qui per oltre un’ora quasi due, prima di prendere il volo per Ginevra, è una rottura è vero, ma per una coincidenza (e relativo margine di sicurezza), alla fine mi sembra un giusto prezzo da pagare.
Sono attratto da un panino esposto ad un bancone che s’inframezza con la libreria, curioso mix tra pancia e cultura (strani ‘sti svizzeri), a dire il vero di sandwiches ce ne sono diversi, di diversi tipi e con relative farciture, e l’aspetto è perfino invitante. Controllo: il franco svizzero ha un valore praticamente come l’euro, ma non sono i prezzi a farmi desistere, quelli più o meno hanno lo stesso importo di quelli di altri aeroporti, e cioè sono cari. Per lo più mi lascio convincere dal mio continuo perseguire la tecnica del digiuno intermittente, che è molto più facile da seguire restando a casa piuttosto di quando viaggio (Firenze docet), ma questa è un’occasione per resistere, per cui alla fine faccio atto di contrizione e desisto.
Mi metto da una parte a scrivere e, per perdere un po’ di tempo e lasciarlo passare più velocemente, mi metto a scrivere queste sciocchezzuole insignificanti, e mi fa specie che vuoi (comunque adorati e pazienti) lettori, stiate sempre qui a leggermi, anche se temo che nel tempo vi siate ridotti un bel po’, potenza del mio modo di essere influencer.
Bah, basta così, mi pare che la fila al gate A62 cominci a formarsi. Vado.
All’aeroporto di Ginevra trovo uno chaffeur e dobbiamo aspettare un altro italiano, è Alessandro Menzella, altro autore di Mosquito che non conosco, infatti abbiamo fatto il volo insieme senza sapere l’uno dell’altro.

Il castello Voltaire a Ferney.
A Ferney-Voltaire trovo Lele Vianello e il gruppo Mosquito, saluti e abbracci, è da tempo che non condividiamo festival ed è una festa.
Gli stand per il giorno dopo sono già montati nel giardino della villa, e in uno di questo ci sono degli stuzzichini e della birra, un buffet scarno per i pochi ospiti che sono lì.
Qui uno dei primi a presentarsi e Benjamin, un parigino che ha sposato una romana e che parla molto bene l’italiano, è simpatico e ciarliero, e ci racconta un po’ della sua vita offrendoci del vino che lui smercia all’interno di un apecar adibito a chiosco e che lui usa come centro di socialità, un hobby che non ho capito bene come integra col suo lavoro attuale da informatico.

Il chiosco mobile di mescita vini di Benjamin.
Ci presentiamo anche ai nuovi organizzatori e ci indirizziamo verso un locale adIacente al giardino dove sta allestendo un altro buffet, questo pare più ricco, e dovrebbe consistere nella cena.
La serata è bella, calda ed invitante, e la trentina di persone tra autori (non conosco quasi nessuno) e organizzatori, presto si dividono le tartine, i tramezzini, o sottaceti, l’hummus e i formaggi che sono a disposizione. Non è una gran cena, ma c’è la facciamo bastare.
Con Alessandro e Lele facciamo trio fisso, quando l’accolita di italiani si ritrova, le cose da condividere sono sempre molte, specialmente quando non ci conosciamo (vedi con Alessandro) o è molto tempo che non condividiamo chiacchiere e considerazioni (leggi: Lele).

Italiani in trasferta: il Casini, Lele Vianello e Alessandro Menzella.
Le nostre chiacchiere finiscono nel bar dell’albergo vicino al nostro, non solo è un quattro stelle, ma dispone di un bar attivo, mentre il nostro non c’è l’ha ed ha la vivacità di un RSA dell’altro secolo.
Poi, stanchi andiamo a letto.
Sabato 30
Bella giornata. Ci si sveglia con un sole invitante e ci ritroviamo tutti quasi ci fossimo messi d’accordo, in sala colazione.
Il buffet non è tra i più entusiastici, ma c’è un po’ di scelta, non mi discosto troppo dai miei standard quando sono in albergo, ovvero eccedo sempre un po’ nella scelta delle opzioni.
Prima di uscire, ricevo un’ inaspettata telefonata dall’Italia, dico inaspettata perché, almeno a me, quando sono all’estero, quello che dovrebbe essere normale (come una telefonata dal tuo paese), sembra strano, come se la lontananza rendesse più difficili un certo tipo di comunicazioni. Comunque, al telefono c’è Carlo Bazan, il patron della casa editrice Segni d’Autore, che mi propone un lavoro “istituzionale”, ovvero la realizzazione di una tavola che andrà a finire su una delle Armi più importanti del paese, la Guardia di Finanza e, nonostante le tempistiche molto ristrette (come sempre), decido di accettare.
Dopo un’ora e mezza tutti insieme ci incamminiamo verso il castello Voltaire, che però troviamo chiuso. Alle 10,00 in punto, noi autori italiani siamo in punto, gli organizzatori no: 1 a 0 per noi.
Poco dopo tutto si anima, ma a dire il vero, un po’ al rallentatore, a differenza di molti altri festival dove i cacciatori di dedicacè scalpitano fuori dai cancelli, qui non c’è nessuno.

Gli stand della manifestazione Contrebande BD nei giardini del castello.
Arrivano molto alla spicciolata e, per quanto noi autori Mosquito, e in particolare proprio noi tre che siamo affiancati anche al tavolo “da lavoro”, lavoriamo tutta la mattina, lo facciamo con quei sette o otto lettori che, a rotazione, ognuno di noi soddisfa, consapevoli che per gli altri autori del parterre però, non c’è trippa per gatti. A me sinceramente il festival non mi pare sia partito benissimo, specialmente se il buongiorno si vede dal mattino, e infatti speriamo nel pomeriggio (almeno per gli altri autori).
Da subito ho notato delle enormi differenze dal festival che ricordavo, una sobrietà che rasenta il frugale, meno gente e meno visitatori.
Anche il pranzo è indice di una certa ristrettezza, all’ombra di alcune piante del giardino (molto bello e curato) ci viene offerto il pranzo del sabato, ovvero delle bacinelle di “poke”, uno con del pollo, riso e verdure, l’altro con tre palle rossastre (sembrano polpette ma è il felafel): voi non ci crederete, ma tra le due ho scelto il felafel, ho optato per le polpette piuttosto per quel pollo esangue e dall’aspetto anemico. Risultato: un piatto d’ospedale, scialbo e incolore. Poi il dessert, niente di che ma almeno è dolce.

Il gustoso pranzo a base di “poke”.
Alessandro e Lele hanno entrambi convenuto sulle differenze dell’anno precedente (dove entrambi erano stati invitati), per mio conto, l’edizione del 2015 dove avevo partecipato, neanche era da comparare. Non so se i tagli dell’amministrazione pubblica sui sovvenzionamenti a queste manifestazioni (come mi aveva annunciato Michel Jans mesi prima), sono stati gli artefici di questi enormi cambiamenti, di certo qualcosa è cambiato.
Nel pomeriggio un po’ di persone sono arrivate, sono arrivati altri autori, tra cui l’amico Tony Sandoval, ma la musica per la maggior parte degli autori non è cambiata, almeno così mi è parso, quelle volte che mi sono girato per vedere com’era la situazione intorno a noi. Noi tre, come la mattina, abbiamo spremuto ben, bene tutti gli avventori del festival è molti di loro se ne sono andati con due o tre dediche a testa, per cui abbiamo lavorato tutti almeno fino alle 18,30. Poi il buio.


Il concerto del pomeriggio, bella novità della manifestazione.
Non in senso fisico, la serata è stata bella e luminosa, e anche il sole si è mostrato clemente e comprensibile quando ha fatto capolino tra le foglie degli alberi che ci facevano ombra, ma lo spazio, pian pianino si è svuotato di visitatori e sono rimasti tutti i partecipanti. Molti dei quali si sono stringi intorno al televisore a vedere la finale di Champion’s League tra PSG e Arsenal.
Io e Lele ci dirigiamo verso quella che sembrerebbe la cucina da campo adibita per il vettovagliamento della truppa, e così è. Dietro a marmitte coperte dai tegami, c’è una ragazzetta sgraziata e dalla mise piuttosto abborracciata che ci indica le specialità della casa. Che sono ancora poulet (probabilmente parti del pollo avanzato del poke) che verrà servito con del cous-cous e delle verdure calde, o un hot-dog con relative salsette.

Gruppo immortalato dopo la vittoria ai rigori del PSG, protagonista insieme all’Arsenal di una partita brutta e noiosa (a detta da chi l’ha vista), nell’ordine da sx a dx , in piedi: Alessandro Menzella e Gabriele Barsotti, seduti: Christine Chaussy, Lele Vianello, Benjamin e il sotrtoscritto.
La succulenta offerta mi fa propendere per l’hot-dog, visto che il pollame non mi aveva invitato neanche a pranzo, e Lele a ruota segue la mia scelta. Ci mettiamo a sedere ad un tavolo vicino, mentre tutti gli altri sono difronte alla TV a vedere la partita di calcio, salvo altri intervenuti che chiacchierano sparsi un po’ ovunque.
Finiamo un hot-dog senza infamia e senza lode, con una fame che torna però a rifare capolino. Nel frattempo è arrivato anche Alessandro che decide di prendere l’hot-dog come noi, ma la cuciniera glielo nega, adducendo non si sa quali motivazioni. Poi tra l’attesa dei supplementari e quello dei rigori, si avvicinano anche altri autori e si forma una piccola fila, è allora che anche Alessandro viene servito, ma gli tocca il polletto perché in quel caso l’hot-dog pare non sia più servibile.
Con la fame che si ripresenta, io decido di andare a chiedere un’integrazione di cena (chiamiamola così con indulgenza), avrei preso solo del cous-cous con delle verdure, ma non ho neanche il tempo di chiederlo che vengo rampognato amabilmente ricordandomi che avevo già preso l’hot-dog, ovvero, avevo consumato già la razione del mio rancio.

Esempio di come si vizia un lettore assecondando i suoi desideri.
Ora, noi siamo persone tutte di “mondo”, nel senso che non facciamo n’è storie, n’è protestiamo, ma sinceramente, un trattamento così brutalmente povero e scarno, in tutti gli anni di frequentazione di festival non ci era mai successo. L’abbiamo buttata sul ridere anche se è stata una triste considerazione, pensando anche a quali sacrifici devono avere fatto gli organizzatori, se hanno dovuto fare tutto con una tale scarsità di mezzi.
Ma il tempo trascorso insieme e le chiacchiere che ci siamo fatti (oltre al lavoro comunque realizzato), ci ha comunque ripagati della permanenza qui.
Adesso aspettiamo la domenica che, vista la premessa, dovrebbe comunque stupirci di meno.
Rientriamo all’albergo, ma le sorprese però non sono ancora finite, rientrato in camere mi accorgo che l’ho trovata esattamente come l’ho lasciata. La camere non è stata rifatta, il letto è sfatto e gli asciugamani non sono stati cambiati. Bene a sapersi, domani la rifarò da solo, ma qui l’organizzazione del festival non c’entra niente, rimango però stupito degli standard dell’hotelerie come direbbe quello spocchioso di Bruno Barbieri, (poi scopro che in realtà è un apartements-hotel, cioè alcune stanze, come quella di Alessandro ad esempio, hanno la cucina, e cioè non hanno servizi nelle camere e sono gestiti come residence).
La ciliegina sulla torta della giornata però, è la sconfitta al quinto set della prima finale play-off del campionato di serie C di mia figlia, in una partita dove, da quello che ho visto dalla diretta youTube dal mio Ipad, hanno fatto cagare e dove tutto sarà rimandato alla prossima settimana, in un campionato infinito, faticoso e snervante.
Ma la serata non è ancora finita, il report mi chiama con l’impellenza delle cose che dovrebbero essere un divertimento ma che, in contesti come questi, si trasformano in monumentali rotture di palle.
Per cui adesso alle ore 00,49 di domenica 30 Giugno, dopo avere scritto quasi per un’ora, vi saluto, ripongo l’IPad e vi do, finalmente, la buonanotte.
Domenica 31
Mi sveglio in anticipo sulla sveglia e scendo poco dopo al piano terra, e qui, insieme ai miei pards, pur non dandoci nessun appuntamento, ci ritroviamo nella sala colazione, oramai ci possiamo definire un’ enclave tutta italiana in questo piccolo festival francese. Un’ora dopo ci dirigiamo verso il castello Voltaire, oggi, a differenza di ieri, lo troviamo già aperto, e tutti sono al loro posto, dico gli standisti, perché a differenza di altre manifestazioni, di gente in giro se ne vede pochina.

I tre pards allineati al tavolo da lavoro.
Non dobbiamo aspettare molto, infatti poco dopo cominciano ad arrivare gli avventori del festival e, come delle mosche attratte dal miele, vengono ad ingolfarsi tutti verso il nostro spazio con una caratteristica che oramai è diventata una consuetudine in qualsiasi manifestazione mi trovi.
Forse, se proprio devo fare una considerazione, alla fine la tanto vituperata avventura, che pare non goda più dei consensi di un tempo, è dura a morire, o forse i “cacciatori” di dediche appartengono più a questo tipo di lettori, fatto sta che, nonostante ci siano albi anche per i più piccini e qualche nouvelle-graphique, le file le facciamo noi.
Procede così, in modo incessante fino all’ora di pranzo dove, tanto per dire, dobbiamo rimandare alcuni lettori al pomeriggio, visto le impellenza organizzative della manifestazione.
Per il vettovagliamento oggi non sappiamo bene cosa aspettarsi, preghiamo che non sia lo stesso poke del giorno prima, anemico e insapore, e infatti, sempre vicino allo stesso spazio, c’è uno stand con le insegne indiane: oggi mangiamo etnico.
Mi accodo alla piccola fila e prendo lo stesso piatto che prende la persona davanti a me (constatando poco dopo che tutti hanno preso lo stesso mix di condimenti), un piatto che pare racchiuda alcune specialità indiane (non chiedetemi i nomi perché, anche conoscendoli, non saprei associarli ad alcunché), fatto sta che almeno oggi i sapori ci sono, c’è del piccante e le cibarie sono almeno appetitose anche se, nel pomeriggio, scopriremo che non sono il massimo della digeribilità.
All’orizzonte però, si stanno accumulando delle nuvole di un grigio inquietante, e alla fine del pranzo le prime piccole gocce si fanno sentire. Il tempo di avvicinarci agli stand che queste cominciano a cadere con maggiore forza e intensità, fino a riversare sugli stand uno scroscio che dura poco a che ha il potere di far scomparire i libri dai tavoli e le poche persone dal festival.
Il temporale come è arrivato è scomparso, così come le nuvole minacciose, che adesso però si sono redistribuite nel cielo, ingrigendolo.
La manifestazione si può definire terminata qui.
Anche se successivamente qualche espositore ha ritirato fuori libri esponendoli di nuovo (cosa che non ha fatto Mosquito), gli avventori non ci sono più e immagino che anche quelli che avevo fatto il proposito di venire, siano stati scoraggiati dalla breve burrasca.
Sedendosi in uno stand vuoto, noi autori Mosquito abbiamo fatto le ultime dediche ai lettori rimandati dal mattino e che avevano visto passare il temporale e ci avevano pazientemente atteso. Poi, almeno,per quanto mi riguarda, a loro si sono aggiunti qualche benevoles dell’organizzazione e alla fine mi sono alzato alle 17,15.
Con Alessandro Manzella ci andiamo a vedere la mostra di Sergio Toppi nel castello che Mosquito ha organizzato in occasione del festival.

La bella mostra dedicata a Sergio Toppi allestita nel castello di Voltaire.
Per chi non ha mai avuto occasione di vedere una mostra di Toppi, il consiglio è quello di correre ai ripari e vederne una prima possibile. Per chi ama questo medium e soprattutto apprezza il disegno, e in special modo quello in bianco e nero, quello di Toppi è un segno imprescindibile che merita di essere conosciuto, e la visione di una sua esposizione di opere originali, rappresenta una vera esperienza.
Insieme a noi c’è Hugues, un appassionato (che parla molto bene l’italiano) e che, oltre alla richiesta di dediche, si è prestato l’indomani ad accompagnare me e Lele all’aeroporto. Con Alessandro ci perdiamo in riflessioni, accurati sopralluoghi sulle tavole per cercarne di carpirne i segreti e il desiderio di interpretare i suoi arabeschi grafici. La forza, l’espressivitò e l’estrema originalità dello stile di Sergio sono a sua volta sconvolgenti e inimitabili hanno riempito per tutto il tempo i nostri occhi, ma il pensiero è che chiunque in tutto il mondo lo abbia conosciuto e abbia amato mai il fumetto, non ha potuto fare a meno anche di amare quell’omimo così distinto e serio che si celava dietro a quegli occhialoni neri in bachelite.
Io posso dire di avere avuto il privilegio di averlo frequentato nell’ultima parte della sua vita e, nel mio piccolo, é stato importante essere apprezzato da un gigante del genere (gigante che mi impressionò fino da quel lontano 1966, quando lo vidi la prima volta sulla copertina del Corrierino dei Piccoli); il rammarico è quello di averlo conosciuto troppo tardi, il conforto è quello di avere condiviso con lui festival, dediche e cene e soprattutto, l’essermi accostato anche solo per poco all’idea che mi considerasse un suo pari. Lo ricordo con tanto affetto e vedere i suoi capolavori, me lo ha fatto sentire ancora più vicino.
Il festival è finito, gli standisti ripongono le casse sui loro furgoni che sono entrati nello spazio verde dell’aerea adibita agli stand, è c’è aria di smobilitazione. Salutiamo tutti e ci avviamo verso l’albergo, per andare a riporre i nostri ferri del mestiere e prenderci un po’ di sano relax, anche se differenza del giorno prima, il pomeriggio è stato molto meno stressante.
Veniamo richiamati da Christine e Jean-Marc (gli Chaussy) che ci aspettano in centro, l’organizzazione ha previsto la nostra cena in un ristorante-pizzeria italiana del centro del paese. Il tempo di salire un attimo in camera a ci ritroviamo giù per raggiungerli. Durante il tragitto ci fermiamo all’altezza della Fumetteria di Frederic, l’organizzatore dell’evento, è carina e ben fornita, ma subito lo salutiamo e ci avviamo verso il centro che dista poche centinaia di metri da lì.
Al bar troviamo Christine, Jean-Marc e la giovane assistente che si bevono uno spritz, noi ci accomodiamo vicino, ma presto ci sediamo al ristorante adiacente. La prenotazione impone i suoi orari anche se l’appetito latita.
Il pasto indiano del giorno sembra galleggiare ancora tra gli acidi intestinali, ma dobbiamo ordinare, invece di una pizza (che sembrerebbe la soluzione più logica), per timore di non digerirla, e coraggiosamente ordino un piatto di spaghetti al pesto. Lo so che sono scelte rischiose, la pasta fuori dall’Italia è sempre un azzardo, specialmente sulla cottura, ma il menù tutto italiano ispira una certa fiducia e ormai questa opzione mi sembra quella meno pesante.

L’ultimo aperitivo della domenica nel centro del paese.
Tuttavia, spesso certi luoghi comuni trovano la loro puntuale conferma, il piatto è abbondante e anche piuttosto saporito, ma è la cottura della pasta che è andata troppo avanti, e vabbè.
Dopo la cena salutiamo tutti, sparsi come siamo nei nostri alloggiamenti. Io, Lele e Alessandro andiamo verso l’albergo, intenzionati a fermarsi invece a quello vicino, che dispone di un bar che offre un ottimo servizio e un dehors invitante.
La serata si trascina fino oltre le undici, tra amene chiacchiere che ruotano intorno al lavoro, e sapide considerazione sulla western e affini, argomenti che interessano un po’ tutti e che nella serata trovano un complice gancio tra di noi. La domenica finisce così, ricordandoci gli orari di partenza e l’intento di salutarsi la mattina, tutti consapevoli della giornata che sarà inevitabilmente consumata dal tempo perso nelle sale d’attesa, sulle aeromobili, nell’attesa dell’arrivo a destinazione, per me in tarda serata, visto che sarò l’ultimo a partire.
Lunedì 1
Giugno (che è il mio mese, il mio compleanno infatti è dopodomani) per me è il migliore di tutti.
Lo so, sono di parte, ma racchiude tutto quello che di bello può offrire l’anno in corso: la promessa e l’illusione di più tempo da vivere nella lunghezza infinita delle sue giornate, l’aspettativa della stagione più libera e divertente che racchiude le vacanze con tutto il loro carico di bellezza.
Mi preparo per la colazione con un discreto anticipo, mi sveglio intorno alle 6,45, ma è andata così praticamente ogni giorno, forse svegliato dalla luce che filtra tra tapparelle e tende.
Faccio colazione da solo, e appena termino vedo Alessandro con il suo zaino in attesa dello chaffeur che deve riportarlo all’aeroporto. Pochi convenevoli e ci salutiamo con l’auspicio, non so quanto veritiero per me, di un prossimo incontro, magari in un altro festival, chissà quando e chissà dove. Con Alessandro forse sarà anche prima del previsto, visto che prende la sua casa per le vacanze a Cecina Marina da anni.
Faccio compagnia a Lele per la colazione, e continuiamo le nostre chiacchiere, poi i ritroveremo nella hall per i saluti della sua partenza.
Un’ora e mezza dopo però, verso le 10,30, quando anch’io scendo per salutarlo, portandomi però dietro la valigia, visto che anch’io devo lasciare là camere per le 11,00, penso che probabilmente potrei evitare ad Hugues, il benevole che si è offerto di fare da chaffeur ad entrambi, invece di fargli fare due viaggi, mi aggrego a quello Lele. Evitando non solo un viaggio al volontario, ma permettendoci di trascorrere meglio le ore d’attesa, senza necessariamente rimanere nella hall (che proprio hall non è), dell’albergo, così povero di sedute ed intimità e in triste solitudine.
Adesso sono nell’attesa dell’ assegnamento del gate, a quasi un’ora dalla mia partenza. Andare in aereo da Ginevra a Zurigo (e facendo per aria 229 km), mi sembra un’insulto al buon senso, ma tant’è.
Tre voli, tre bimbi frignanti, e tutti vicini. Ora, per carità, i bambini li ho avuti anch’io e so che quando partono a piangere, e non sai perché anche dopo averle provate tutte, l’umica soluzione sarebbe quella di consegnarli alla hostess e dirle che ripassi dopo a prenderli. Ma non ti resta che guardare la madre, sorriderle comprensivo, e ascoltare le grida insistenti.
Adesso sono qui, a Zurigo, ad aspettare la partenza per le ore 17,45 per Firenze, nell’attesa di chiudere questo mese nel quale per un momento mi sono tuffato in quel bellissimo periodo in cui girovagavo a destra e a manca a promuovere e sostenere i miei libri.
Tra mezz’ora, se tutto va come previsto, cominceranno le operazioni d’imbarco e intorno alle 19,00 dovrei essere a Firenze, dove troverò Alberto che mi verrà a prendere evitandomi ulteriori attese di treni che mi porterebbero a casa ad orari improbabili.
Stasera non posso permettermelo, devo essere a casa per festeggiare il mio compleanno in anticipo. Lo so che non si fa, ma in questo periodo è l’unico modo per poterlo festeggiare con i familiari. Mercoledì infatti sono a Firenze di nuovo, sono in commissione agli esami della mia scuola e sono di nuovo di corveè.
Ve l’ho mai detto che non ho il tempo per annoiarmi?

Un Nero Maccanti sul Malecon, un’uscita di scena a tutta velocità.
Il fumetto è stata una bella parentesi della mia vita. Ha fatto di me quello che sono dando corpo ai miei sogni, enfatizzando le mie caratteristiche e valorizzando forse la cosa migliore che so fare. In più, mi ha permesso di girare il mondo a spese di festival e manifestazioni, arricchendo il mio spirito e migliorandomi. Se faccio molti passi indietro e rivedo al ralenti tutto ciò che ho fatto, probabilmente sarei grato di quello che ho avuto, e che forse non avrei mai sperato di ricevere.
Perciò sono felice di essere tornato a Ferney-Voltaire, anche se ho percepito qualcosa di diverso in tutto, non chiedetemi di spiegarvelo, sono sensazioni, ho sentito vibrazioni diverse nell’esperienza in sé, quasi come se avessi l’impressione che qualcosa si stia esaurendo, un periodo sia giunto al termine.
È stato bello partecipare? Sì, il contatto con le persone è sempre gratificante, soprattutto quando hai la percezione che le tue opere piacciono davvero, e i tuoi lettori sono lì a tributarti il merito di averli accontentati. Noi autori si vive per questo, e la conferma del nostro lavoro passa attraverso queste occasioni.
Ho conosciuto Alessandro Manzella, che tra l’altro mi ha mostrato una dedica di Nathan Never fattagli nel ‘95, quando aveva soltanto 15 anni, e l’idea di vedere accanto a me un giovane uomo che è cresciuto con i miei disegni e magari ha sognato un giorno di starmi accanto, mi da soddisfazione e al tempo stesso tristezza, ma mi dice anche che mio malgrado ci sono stato, e forse per qualcuno ho contato perfino qualcosa, e questo è gratificante anche se mi fa sentire vecchio. Ho incontrato anche Gabriele Barsotti, un aitante giovane disegnatore carico di speranze ed entusiasmo che promuoveva il suo primo libro realizzato con Bayard Editions Jeunesse, un giovane uscito da una delle tante scuole di fumetto che oggi sfornano ragazzi pieni di talento, desideri ed aspirazioni, ma che di fronte si trovano un mondo dove gli spazi sono sempre più ristretti, i compensi sempre più bassi a fronte di una concorrenza agguerrita e spietata, e dove la drastica riduzione dei lettori ha imboccato una preoccupante discesa che pare non voglia arrestarsi.
Ho incontrato Lele Vianello con il quale conversare è sempre piacevole, come lo è parlare con un vecchio amico, con il quale sai di poter saltare da un argomento all’altro, sapendo che comunque lui ti viene dietro, ti capisce e ti asseconda e che con il suo bonario sorriso e condivide sempre le tue idee. Alla fine siamo vecchi fumettari che hanno in comune tutto quello che oggi è difficile ritrovare nelle giovani generazioni (e lo dico con rammarico e non con supponente superiorità), apparteniamo ad un tempo che ha visto sbocciare e calpestare il suolo del fumetto dai più grandi, sia come autori che come personaggi, carichi di storie, aneddoti curiosi ed esperienze vive. Abbiamo condiviso le stesse esperienze che ci hanno plasmato, vivendole attraverso la simbiosi con gli autori che amavamo come lettori e che, fortunato il mio caso, ho avuto anche modo di conoscere, esserne amico e perfino farmi apprezzare, cosa che mai avrei potuto sperare.

Ma ogni parentesi si chiude, ogni periodo storico alla fine ha un suo termine, ogni belle esperienza finisce per concludere la sua carica di novità, per quanto entusiasmante possa essere stata.
Adesso, cerco di vivere con la stessa intensità un altro momento della mia vita, che ancora stento a definire ma che sento diverso da tutto quello che c’è stato prima, pieno di vecchie esperienze che possono sì, tornare, ma anche carico di aspettative e novità che sento vicine, vedo avvicinarsi anche senza saperle ancora inquadrare. So che sono lì e cerco di andargli incontro, con la stessa speranza di sempre.
Vivo un momento di attesa nella consapevolezza che questo diverso stato mi porterà a fare nuove esperienze, e ho l’impressione che tutto quello che ho fatto arrivando fino a qui, non sia che l’anteprima di qualcosa che debba ancora succedere, come se niente sia trascorso invano e tutto sia stato una sorta di preparazione, un training necessario per andare a scoprire un’altra parte di me.
È tutto abbastanza curioso ed interessante, se certe cose non avessero cambiato sapore e adesso avessero un aroma diverso, qualcosa che ricorda l’amaro, come fa il tempo sulle foto stampate alla vecchia maniera, che lascia una patina giallastra anche affascinante, ma che inevitabilmente le segna.
Ma nonostante tutto, è bello così.
