Fa un po’ strano dopo un po’ di tempo tornare in pista riprendendo vecchie usanze che negli ultimi tempi erano diventate desuete.
È vero, c’era già stato il sussulto dell’ultima Lucca, un recap di ricordi, emozioni, ma poi di nuovo l’oblio, ma un oblio tranquillo, senza sussulti, calmo e consapevole che non aveva condizionato alcun che, ma che mi ha dato una serenità nuova.
Ma da venerdì si riparte in direzione Spagna, per il Comic di Barcellona, la più importante manifestazione spagnola di Comics, l’equivalente della nostra Lucca e dell’Angouleme francese, della serie: ad ognuno la sua.
Ma Barcellona non è più una novità per il sottoscritto, perché l’ultima volta, due anni fa, l’invito a tornare non solo era stato accettato, ma neanche pensavo minimamente di rispettare l’impegno così presto.
Non che la cosa non mi sia dispiaciuta, anzi.

Nuvole sopra l’Italia.
L’intento è nobile: vado a promuovere “Sabò”, il mio ultimo graphic-novel, 145 pagine interamente scritte, disegnate e colorate dal sottoscritto che hanno atteso ben cinque anni per vedere finalmente la luce, un percorso lungo, tormentato e punteggiato da mille rifiuti, nonostante la storia abbia incontrato un sincero interesse.
Solo Cartem Comics, appena letto, se ne è mostrata entusiasta e non ha posto tempo in mezzo per pubblicarlo, ed eccomi qua, a promuoverlo con enorme soddisfazione e sincera gratitudine.
Non chiedetemi perché questa storia nata e scritta durante il periodo più problematico degli ultimi decenni, quello del Covid, ha avuto un percorso così tortuoso, non saprei dirvelo. O meglio, l’unica risposta possibile che potrei darvi è che evidentemente non riesco più a capire il mercato editoriale, nonostante che, credetemi, la storia sia davvero buona in aggiunta del fatto che capirlo o meno non è mai stato un mio problema, visto che ho semprte scritto e realizzato quello che avevo voglia di fare. Questa consapevolezza, nonostante la storia abbia incontrato tutte queste difficoltà invece che indebolire, fortifica ancora di più, come se ce ne fosse bisogno, questa mia convinzione.
Tuttavia Sabò è stato definito: difficile, duro e disturbante ma al di là di certe definizioni, non capisco davvero tutte queste difficoltà nel pubblicare una storia su sei personaggi border-line sì, ma perfettamente connessi al mondo attuale, ai disagi di questa società, all’isolamento individuale, all’emarginazione sociale, alle brutture familiari o alle disillusioni di esistenze marginali, insomma, una fotografia più o meno attinente a ciò che si legge in cronaca o che si vive tutti i giorni. A dire il vero, come si dice in gergo, mi sembrava una storia “che stava sul pezzo”, ma evidentemente non dev’essere così, e se l’avventura non tira più, e le edicole sono in crisi, cos’è allora che funziona davvero? E poi, ha un senso ragionare in questi termini? Ovvero pensare di pubblicare solo cose che “hanno un pubblico”? E poi quale? Chi lo conosce davvero? E soprattutto, chi sa di saperlo o si illude di questo?
Non so che dirvi.
Sarà che io appartengo alla generazione che ha visto in edicola il Male, Frigidaire, Frizzer, Totem, Pilote, Alter Alter riviste quelle sì, in certi casi disturbanti, alternative e forti, ma al tempo digerivamo tutto anzi, eravamo avidi di contenuti diversi e che si muovevano in territori sconosciuti, amavamo uscire dai binari, trascendere dall’ordinario era un vanto per chi lo faceva e per chi lo leggeva. Certo, erano riviste non popolari, ma di certo chi le scriveva e chi le disegnava sapeva il fatto suo, i contenuti erano professionalmente ineccepibili, mentre adesso… beh, adesso si vede davvero di tutto.
Ma, appunto, apparteniamo a generazioni diverse, per cui non ci resta che prendere atto di tutto questo con un certo fastidio, e la consapevolezza che a noi piace evidentemente altro.
Detto questo, per gli amici italiani che leggeranno queste righe, non posso far altro che suggerirgli di armarsi di pazienza, magari ci vorrà del tempo per leggere Sabò, ma prima o poi qualcuno che riesca a vedere un po’ oltre, e magari con un po’ di coraggio in più la pubblicherà, e voi riuscirete a leggerla e potrete finalmente farvi un’idea in proposito e, come me, credo non capirete il perché di tutto questo.
GIOVEDÌ 14
La giornata é bislacca, grigia la mattina ma che dovrebbe girare al sole nel pomeriggio, giusto a ricordarsi che siamo in primavera e che per il tempo è compito suo quello di abituare all’estate dimenticandosi l’inverno.
Non ho fatto il check-in e aspetto che me lo facciano in Spagna.
Sul taxi si parla di Uber, di multinazionali, dei ricchi che si arricchiscono e discorsi comuni tra il generico e il banale, giusto per ingannare il tempo lamentandosi di qualcosa, uno sport nazionale duro a morire e che ha molti praticanti.
La luce che attraverso il vetro della sala d’attesa gremita di viaggiatori non partiti, riscalda la mia scrittura, ferma da molto tempo. È da molto infatti, che non scrivo né report (ho viaggiato meno per lavoro), né disquisizioni generali, solo qualche post di colleghi scomparsi (ahimè!) o attori defunti (che allegria!), o qualche disegno fatto lì per lì, a dimostrare che qualcosa faccio e non mi lascio vivere tra lezioni a scuola e la sedentarietà.
Diciamo che è un momento in cui è tutto molto sotto traccia, non si vede niente, cova, ma c’é.
I momenti di pausa sono sempre stati salutari, perché non sono inutili, ricaricano, accumulano stimoli e organizzano pensieri che, al momento opportuno, dovrebbero emergere sotto forma di idee, spunti, energia produttiva.
Lo spero, ma generalmente è sempre andata così.

Avenida de la Reina Maria Cristina con il Museo Nazionale d’arte della Catalogna.
Per quelli che amano seguire le mie “imprese” professionali, e che quindi sono interessati più che ai miei pensieri, ai miei disegni e ai miei progetti, c’è da dire che la nuova storia western , che gira sempre intorno al capitano di cavalleria Everett Cole, è pronta. Ha un titolo provvisorio che probabilmente sarà anche il definitivo di “Vendetta Mescalero” (pensate che avrei già scritto anche “Territorio Comanche”, ma non ero convinto della struttura della storia), a ricordare che almeno nei titoli, mi piace tenere protagonisti gli indiani, un po’ perché nell’epopea western i veri protagonisti sono loro, e in special modo gli Apache, indomito e solitario popolo di nativi, gli ultimi ad arrendersi all’avanzata della civiltà e che con pochi guerrieri tennero in scacco intere compagnie di soldati, facendoli girovagare a vuoto nelle sierre e tra le mese.
È una storia tutta azione e inseguimenti, che riprende i fili lasciati “in sospeso” in “Mimbrenos” e che, alla fine, lo anticipo, neanche riescono ad annodarsi, ma sicuramente dovrebbe essere una cavalcata tutte sparatorie e agguati, tra rinnegati, sbandati e indiani. Mi perdonerete, ma per me il west ha dei canoni rigorosi, che comprendono archetipi ineliminabili e che si rinnovano soltanto mischiando gli elementi (i soliti) tra loro, senza necessariamente inventarsi cose abnormi, è un mio limite, ma spero che vi piacerà ugualmente.
Adesso non mi resta che disegnarlo e, credetemi, in questo periodo non è poco.
Credevo che non avrei rimesso mano a matite e pennelli, ma qualche tempo fa mi sono ricreduto, non che l’entusiasmo mi abbia travolto, ma ho visto leggeri spazi di intervento in territori che mi sono congeniali (e che credevo ahimè, desueti), che ancora mi divertono e che, bontà di chi vorrà farlo, forse potrei realizzare.
Non mi faccio illusioni, i tempi sono quelli che sono, non ho speranze di nessun tipo, credo che il fumetto sia in sala di rianimazione e (seppur sperando il contrario) credo che solo le macchine riusciranno a tenerlo in vita, per quanto non lo so. Poi, intendiamoci, io non parlo del medium, quello non so ancora quanto tempo possa resistere, è probabile che lo faccia a lungo (lo spero), ma io parlo dell’aspetto professionale, quello che ha permesso a professionisti come me di vivere una vita decente, divertendo e divertendosi ma senza patemi economici, né di ricerca di lavoro e tantomeno di paturnie professionali. A questo mi riferisco.
E dopo ‘sta pagina tutto cuore e speranza, passiamo al contingente: la giornata sta finendo come deve finire, con un tramonto degno di metà Maggio, nell’attesa che il volo Vueling per Barcellona delle 19,30, alzi il carrello dalla pista dell’aeroporto Amerigo Vespucci di Firenze, per planare in terra di Castiglia per permettere al sor Casini, di andare a difendere il suo graphic-novel così tanto amato ma così tanto osteggiato in terra patria, là dove l’Invincibile Armanda aveva la sua dimora.
Di Sabò, il mio graphic-Nobel in promozione , avremo modo di parlare nei prossimi giorni. Per oggi per non avere niente da dire, mi sembra di avere già scritto abbastanza.
Per il momento, hasta luego, hombres!
VENERDÌ 15
Ho dormito bene, un sonno tranquillo e ristoratore, svegliato da una luce leggera e non troppo invadente, segno di una giornata iniziata in sordina e senza gran casse, è nuvoloso.
La colazione è servita in uno spazio ampio ed arioso, le pietanze sono intercontinentali, si va dagli affettati ai formaggi, dai croissant al cappuccino (sempre generato dalle macchinette), le persone non sono poche, ma si distribuiscono senza ingolfamenti e si diradano nell’ampiezza del salone e a quel punto pare di essere perfino in pochi.
Attraversata la piazza, mi trovo ingolfato in un bailamme di ragazzi, è il giorno delle scolaresche, un principio probabilmente sancito dalla Comunità Europea, visto che è una consuetudine che si rincorre ovunque. Sono centinaia, scalpitanti e vivaci, un vera gioia per gli occhi, ma il pensiero va subito al tempo necessario per farli defluire, ma poi attraverso la strada, la fiera è dall’altra parte, mi dico, forte dell’ultima esperienza.

Il padiglione e l’ingresso della Fiera di Barcellona e quello della mainifestazione.
Certo è strano: sull’altro lato le file di giovani virgulti si rincorrono e i manifesti della fiera sono molti appesi alle mura della struttura, poi, arrivato a quello che era l’ingresso della manifestazione del 2024, mi accorgo che è chiuso, e lo spiazzo antistante deserto, salvo essere occupato da un paio di veicoli commerciali lasciati lì per caso.
Adesso è tutto chiaro e tutto torna, l’entrata è dall’altra parte, hanno cambiato ingresso e edificio.
Infatti quest’anno la Fiera è nella struttura (sempre fieristica) opposta e, dicono, molto più piccola e che per questo rende la manifestazione più compatta e meno dispersiva.

Comic Barcellona, gli stand e gli spazi espositivi.
Si entra dopo un controllo con tanto di visione di documento d’identità, visto che ci fregiamo del titolo di guest.
Che dire, la fiera è come ogni altra fiera di fumetti, gli stand, i padiglioni più grandi, i colori, i piccoli spazi per gli autori, l’Artist alley (ormai imperdibile ovunque). Sfido chiunque a confrontare le foto che posto qua sotto con quelle di qualsiasi altra fiera e individuare le differenze.
La varia umanità è la stessa, così come la comunità degli artisti che la anima, intercambiabili per tipologie, linguaggi e costumi, cambia soltanto la lingua, ma è solo un dettaglio.
Mi diverto a cercare lo stand Cartem senza usufruire delle piante della manifestazione, e la trovo poco dopo. Ci sono Daniel, Elena, Aimara e Lia (la moglie di Daniel, carina, gentile e sempre sorridente, che non avevo mai conosciuto), scambi di convenevoli, un caloroso abbraccio a tutti e poi subito a perlustrare lo stand, le novità e gli albi in vendita. Ma la vera novità è che Cartem si è sdoppiata, dalla sua costola è nata Elephant Book, una collana indipendente che si occuperà di graphic-novel, giusto per investire su un settore che anche qui da segni di vitalità incrementando le sue vendite. Intraprendenti questi spagnoli. Ho tempo e decido di andare alla ricerca della guest lounge, lo spazio adibito per sala stampa e ospiti. Lo trovo.

Lo stand Cartem Comics/Elephant Book.
Subito all’entrata riconosco Milo Manara seduto su uno dei comodi divani grigi, su quello vicino a me ci sono diverse donne e un uomo che parlano tra loro, è un’intervista e tra queste riconosco Bianca Bagnarelli, che avevo individuato tra gli ospiti della manifestazione. È una giovane fumettista che oltre ad avere disegnato un paio di graphic-novel, scopro che per almeno un paio di volte ha disegnato le copertine nientepopodimeno che del New Yorker, la prestigiosa rivista di scrittura newyorkese che da sempre ha ospitato i migliori illustratori sulla piazza: “me cojoni”, mi dico.
Riesco casualmente a sentire una parte di una sua risposta che fa più a meno così: “… in Italia di fumetto non si riesce a vivere, e alterno questa mia passione con la mia reale professione, quella dell’illustratrice…”. Ok, mi dico, almeno qualcuno (di giovane) che la pensa esattamente come me, ‘sta ragazza la devo conoscere meglio e, alla fine dell’intervista, quando un paio di donne salutano e se ne vanno, mi alzo e mi presento.
Adesso tenete ben presente le mie considerazioni di questo momento, ci ritornerò più tardi.
Bianca si presenta e anche il ragazzo che sta con lei (che deduco sia il marito/fidanzato), l’altra è una responsabile delle relazioni esterne della sua casa editrice spagnola (è carina, accomodante e simpatica e curiosamente italiana) scambiamo poche chiacchiere per conoscerci meglio, poi ognuno ha da fare e ci lasciamo.
Poco distante Manara si sta piazzando di fronte ad una telecamera per un’intervista, e poco distante scopro Claudio Curcio, responsabile e direttore del Comicon di Napoli. Con Claudio ci conosciamo da anni, ci salutiamo e facciamo quattro chiacchiere, salvo poi scoprire che sono quasi le 10,00, ovvero l’orario di inizio della mia prima sessione di firme allo stand.
Saluto tutti e scappo via, avrei voluto presentarmi e conoscere meglio Manara, ma dovrò rimandare, se mai ci sarà il tempo per farlo.
Inizia così la mia corvée di disegni e, come al solito, arrivo all’orario prestabilito senza soluzione di continuità. Alle 14,00 ho l’incontro al forum, mi aspetta Monica Rex, la stessa giornalista di due anni fa e, con il supporto della traduttrice Chiara Bombardi, anch’essa vecchia conoscenza, partiamo.

Il forum con l’intervista, a dx Monica Rex, l’intervistatrice, e alla mia sx Chiara Bombardi, la traduttrice.

Insieme a Monica Rex.
Mi fa un po’ strano parlare di Sabò, opera che ha avuto un percorso così inusitatamente tortuoso per la pubblicazione, ma parlare dei miei personaggi, delle tematiche e dei risvolti narrativi, mi piace molto. Anche Monica rimane perplessa e si trova inaspettatamente orgogliosa nello scoprire che la mia prima, e per adesso unica pubblicazione della storia, sia avvenuta in Spagna e, a dire la verità, mi trovo piuttosto in difficoltà a cercare di spiegarne il motivo che, come ho già detto, rimane un mistero anche per me.
Non capisco dove stia questa differenza di giudizio (ma neanche troppo, perché i complimenti alla sua lettura sono arrivati da ogni parte), ma nel trovare il coraggio(?) di pubblicarla o di non trovarla (ma davvero?) inseribile in qualsiasi collana di graphic-novel italiane, ma così pare che sia.
In merito alla realizzazione del libro, scaturiscono domande per la sua messa in scena con una spiccata visione cinematografica del racconto, e a questo proposito, non posso fare a meno di ricordare che c’è un serio interesse da parte di uno dei produttori cinematografici che ho conosciuto tempo fa, quando è venuto a girare un “documentario sul doppiaggio” alla mia scuola e si sa, quando entra il cinema in certi argomenti, l’appetito vien mangiando.
Al ritorno dallo stand, Chiara (la traduttrice) mi confessa il suo interesse per il Cinema e, in una di quelle dinamiche che si creano durante le connessioni più strampalate che avvengono in situazioni tanto casuali quanto impreviste, ne esce una cosa interessante e che potrebbe portare sviluppi importanti ma qui, mi spiace, cala un velo di riservatezza che devo necessariamente usare.
Tornati allo stand, Chiara acquista i miei due libri “Sabò” e “Hasta la victoria!” che successivamente le dedicherò.
Poi si riparte per le firme e, come un film già visto, arrivo ben oltre l’orario previsto delle 19,00.
Un salto nella guest lounge, giusto il tempo di rivedere Chiara che mi ringrazia per le dediche, e mi dice che l’autore Danicollaterali (che io rivelo di non conoscere) è allo stand Salamandra Book che sta, in solitaria, a dedicare libri. Io rivelo candidamente di non conoscerlo, salvo constatare, con mio enorme stupore, che è il tizio che accompagnava Bianca Bagnarelli quando l’ho conosciuta e che io, scioccamente fuorviato da un senso deduttivo del tutto errato, pensavo (come ammesso in precedenza) fosse il suo marito/fidanzato. Mi sono fatto una risata e, sentendomi colpevole per non averlo coinvolto nella chiacchierata della mattina, pensando fosse una sorta di principe consorte, mi appresto a raggiungerlo per chiarire l’equivoco.
In realtà si chiama Daniele Pasin ed è un architetto italiano che vive a Parigi dove svolge la sua professione e che, durante l’anno del Covid (che al di là delle disgrazie, e probabilmente per causa della clausura forzata, è stato un acceleratore creativo visto che anche il mio “Sabò” è stato scritto in quel periodo), e ha deciso di scrivere questa graphic-novel. È un bravissimo ragazzo che si sente un po’ perso nell’ambiente del fumetto, sentendosene un po’ in disparte ma, a quanto pare, la legione dei giovani autori di graphic-novel vanta moltissimi esempi come questo. Ormai il fumetto si sta trasformando non tanto in un lavoro professionalmente continuativo, ma un medium al quale rivolgersi per raccontare una storia che appare inevitabile narrare e che il fumetto, con la semplicità dei suoi mezzi, permette agevolmente di fare.
Poi tutti all’aperitivo di inaugurazione della manifestazione, in una zona ristoro per l’occasione transennata, alla quale possono accedere soltanto organizzatori, espositori ed ospiti. Qui, mi allontano un momento dagli amici della Cartem alla vista di alcuni italiani, tra i quali Bianca Bagnarelli ed altri artisti nostrani (saremo in tutto otto o nove, anche se sinceramente non ne conosco neanche uno) che evidentemente non avevo individuato nel sito della manifestazione, e attirato dall’invito della lingua mi allontano e mi dirigo verso di loro. Ci presentiamo e accanto a me trovo Daniele Kong (vero cognome Marzo) anch’esso architetto e che, come per Danicollaterale, ha ben visto di raccontare la sua monumentale storia di 600 pagine (in Italia edita da Coconino), e con lui avvio una simpatica conversazione finora quando gli amici di Cartem mi invitano ad uscire con loro per andare al ristorante per la cena.
Lasciamo il vernissage e ci dirigiamo nello splendido Centro Commerciale costruito nella vecchia Plaza de Toros (che ricordo in Catalogna sono state abolite) vicino all’Hotel Plaza dove sono alloggiato. Memore dell’ultima volta, andiamo sulla terrazza del centro dove una serie di ristoranti, uno accanto all’altro e che stanno guardando il tramonto tingersi di rosso, preannunciando la giornata del sabato che, come da previsioni, dovrebbe essere baciata dal sole.

La cena al Mussol, in compagnia, in senso orario: Elena, Daniel, Lia, Aitor Bikandi-Mejias, Jordi Zapata e Aimara.
Il ristorante è il Mussol (la civetta), e potrei anche sbagliarmi ma mi sa che è lo stesso dell’ultima volta. Qui la serata scorre piacevole, con noi c’è l’autore Jordi Zapata e lo scrittore di saggi Aitor Bikandi-Mejias insieme agli amici della Cartem, io mi gusto un piatto a base di toro (molto gustoso) e parliamo del più e del meno un po’ tutti però, con aria stanca. Qualcuno ha gli occhi già in pigiama e in cuor suo ognuno si vede già sotto le coperte invitato da un Morfeo ammiccante e sorridente.
La prima giornata è andata, ed è andata bene.
Buenas noche!
SABATO 16
Nella camera 557 si dorme bene, ma stamani mi sono svegliato abbastanza presto, non so se è la luce di un sabato che si prospetta radioso, fatto sta che non mi addormento più. Ma sono riposato.
Mi giungono notizie dall’Italia che sembra pervasa dal maltempo e pare che l’inverno quest’anno faccia una resistenza fastidiosa, infatti stamani a Cecina è perfino grandinato (e sull’Amiata è addirittura arrivata la neve), mi viene da pensare egoisticamente che io invece sono qui dove il sole oggi fa risplendere ogni cosa, e questa luce invita pensieri se non proprio estivi, primaverili.

Il pannello che riguardava il sottoscritto a fianco allo stand, di cui mi sono accorto l’ultimo giorno.
Dopo le consuete abitudini mattutine, mi avvio alla mostra, sono in anticipo di un quarto d’ora, sono arrivato prima io che gli amici della Cartem che hanno alberghi più distanti del mio che, fortunato, dista solo poche centinaia di metri. Mi dirigo allora alla guest lounge per passare i minuti che mi separano dalla mia sessione di dediche che oggi va dalle 10,00 fino alle 11,30.
Arrivato allo stand trovo accanto a me Juan Mundet, l’artista che ha dato vita fumettistica al capitano Alatriste di Perez-Reverte e a Cabablanca, un altro spadaccino del periodo d’oro spagnolo, ma qui da Cartem dedicherà un altro volume. Ci salutiamo e iniziamo con le persone che sono già in fila, e tutto scorre come da consuetudine.

Insieme a Juan Mundet.
Come sempre, finisco oltre il mio orario, ma stamani devo fare posto a due veri mostri sacri con i quali sono fumettisticamente cresciuto: Alfonso Font e Jordi Bernet. Del primo ho adorato “Il prigioniero delle stelle” per il segno e le sue trovate grafiche, che hai tempi mi indirizzarono verso uno studio della composizione della vignetta, del secondo, conosciuto nei settimanali Eura quando ancora disegnava le storie libere, e quindi ben prima del famoso “Torpedo”, la sintesi e la semplicità dei suoi disegni e l’immediatezza di certe sue pennellate. Poi, riprendendo il personaggio iniziato da Alex Toth, il più famoso Torpedo e le sue avventure nell’America del proibizionismo, è arrivato alla fama popolare.
Lascio il posto a loro, ma in realtà non ho finito le mie dediche, e mi sposto su un tavolo di fronte allo stand, in vicinanza di un punto ristoro dove poter soddisfare l’acquisto di un ultimo lettore che vuole un Apache all’interno di “Mimbrenos”. Lo accontento.

Tra due mostri sacri, due autori della mia infanzia e che con i loro disegni mi hanno fatto sognare. Alla mia dx Jordi Bernet e a sx Alfonso Font.
Poi saluto tutti e mi sposto di nuovo nella guest lounge, per consumare gli ultimi minuti prima del pranzo. Riprenderò alle 18,30 fino alle 20,00, e da ora fino a questa sera, visto che ho parte del pomeriggio libero, mi voglio fare un giro in centro tra le ramblas e la movida di questa città.
Nella sala autori e ospiti, mi arriva un messaggio di Rubén Pellejero, il disegnatore che ha raccolto graficamente l’eredità di Hugo Pratt e oggi realizza le nuove storie di Corto Maltese su testi di Juan Diaz Canales (quello di Blacksad, per intenderci), mi ha visto a Barcellona e vuole salutarmi, ci accordiamo su un orario e ci ripromettiamo di vederci stasera.
Mi incammino verso il ristorante dove oggi ho scelta tra uova o pasta, maiale e polpo, decido di optare per le seconde voci, azzardando una pasta che poi, alla fine, per quanto leggermente scotta è perfino mangiabile, il dessert poi, è davvero buonissimo.
Esco per andare in centro, la linea metro a la L1, rossa come a Milano (ma non so perché ma credo che nell’assegnazione della linea uno per qualsiasi metropolitana, il colore cada sul rosso, fateci caso), cinque fermate e sono in Plaza Catalunya, e da lì parte il centro con le ramblas. Devo raccapezzarmi un po’ con le linee, ma poi trovo quella giusta Espanya è una fermata dove ne confluiscono altre e in questo caso spesso le cose si intrigano un po’.
Ma neanche cinque minuti dopo esco in Plaza Catalunya, di fronte un’enorme e massiccio edificio di El Cortés Ingles, l’equivalente spagnolo dei Magazzini Lafayette francesi, vado a destra e mi incammino nel Passeig de Gracia, un’enorme rambla fatta di controviali alberati e giganteschi marciapiedi, se penso ai vicoli di Firenze mi viene una vertigine. È un piacere passeggiare nell’ombra ventilata delle piante che costeggiano i vialoni e da lì a poco si incontra la casa Battlò, la prima di Gaudì (famoso per la sua architettura modernista reinterpretazione dell’Art Nouveau, e poco dopo l’altra casa del medesimo architetto la asa Milà detta la Pedrera e anche qui frotte di turisti di fronte a fotografarle e in fila per entrare.

Plaza Catalunya. e sullo sfondo El Cortes Inglès.

Il passeig de Gracia.

Casa Battlò di Gaudì.

Casa Milà, detta La Pedrera, sempre di Gaudì.
Certo, queste sono le case più famose ed originale, ma lungo il passeig è tutto un florilegio di edifici austeri e bellissimi, carichi di decori e fregi, a sottolineare l’opulenza di chi vi abitava, edifici che trasudano una ricchezza che era una cifra costante di questo popolo che nel passato ha avuto un momento di grande splendore nell’età dei conquistadores e dell’oro (1600-1700).
Attraverso vie e percorro strade, come piace fare a me quando vado alla scoperta delle città, e non ho tempo per musei e monumenti storici.
Quando comincio a sentire un po’ di stanchezza, memore del fatto che stasera avrò un ulteriore sessione di dediche, e considerando che tra poco si riverseranno frotte di persone per lo struscio del sabato sera, decido di rientrare. Anche per concedermi qualche minuto di ristoro.
Alla guest lounge non riesco a trovare Ruben Pellejero, temo che ci siamo sfiorati senza avere la possibilità di incontrarsi, peccato, sarà per un’altra volta.
Inizio così la mia ultima sessione della giornata, accanto a me resta Alfonso Font che mi accompagna fino alla conclusione della mia, alle 20,00. Alla fine, ognuno assorto nei propri disegni, neanche ci scambiamo una parola, ma in fondo: che vuoi dirgli? Che per un periodo è stato un faro che mi ha guidato? Non sono il tipo, non so lusingare senza sentirmi in imbarazzo, anche di fronte ad una persona che stimo, ho un senso della riservatezza che m’impedisce di dire quelle che in quel momento mi sembrano cazzate. Io sono per la naturalità del gesto, per la spontaneità elevata all’ennesima potenza, tutto deve scaturire senza forzature e, possibilmente senza progettazioni anticipate, per cui lascio perdere e ci lasciamo con un semplice a presto.
Il salone sta chiudendo quella che mi dicono, e come è lecito immaginare, la sua giornata più complessa e stancante, quella del sabato, e tutti mestamente si stanno avvicendando all’uscita. Fuori, sembra che le persone non abbiano ancora terminato di dirsi le cose, e un paio di centinaio di persone, a piccoli crocchi, continuano le disquisizioni evidentemente iniziate all’interno. Incontro Enrico Marini di sfuggita e ci scambiamo un saluto veloce.
Poi, noi della Cartem (Daniel, Aimara, Lia e Elena e il sottoscritto) ci dirigiamo poco lontano, verso il ristorante Reversible, dove ci viene servita una cena a base di qualche tapas e un risottino al marisco, e con una tra le più logiche delle conclusioni: la crema catalana (se non la vuoi mangiare qui?).

La cena al ristorante Reversible, con Elena, Daniel, Lia e Aimara.
La serata scorre piacevole, e anche la confidenza tra di noi, allentata da una stanchezza meno provante della sera prima, ma sempre sotto traccia. Mi piace il tipo di complicità che si crea tra di noi, il sintomo di certe piccole barriere che cedono e danno spazio ad un’atteggiamento meno formale e più sincero, la serata si conclude piacevolmente.
Poi tutti a nanna, io li saluto di fronte al mio albergo, e loro a prendersi taxi che li porteranno ai loro.
Ma la serata non è ancora finita, a Porcari si sta giocando la prima partita dei play-off della serie C e di accesso alla B2 di Volley femminile di mia figlia, è una partita decisiva e me la sono persa per causa di forza maggiore. Altrimenti sarei stato là a tifare per lei, in una delle due partite in cui si gioca una stagione.
Fatico a trovarla girando tra i video di Facebook e YouTube, e poi finalmente la trovo. Come immaginavo, visto l’orario e l’assenza di notizie via whatsapp, l’incontro è scivolato fino al quinto set, il decisivo.
Faccio in tempo a vedere gli ultimi tre o quattro punti su un set già deciso nel punteggio. È finita male.
Peccato, avrei preferito un finale di serata diverso, ma è andato così.
Tutto è rimandato a giovedì prossimo, nella speranza che andrà meglio, anche se si giocherà fuori casa. Sperem…
Ma il sonno, comunque, arriva velocemente lo stesso.
DOMENICA 17
Oramai mi sono tarato sull’orario di Barcellona, e anche oggi mi sveglio più o meno allo stesso orario dei giorni precedenti. Si fa presto ad abituarsi.
Anche oggi la giornata è soleggiata, il tempo mi ha voluto bene, perché ci sono città che vuoi e devi ricordartele col sole, non sei disposto a barattare una giornata grigia nei tuoi ricordi di Barcellona e et voilà!… accontentato.
Mi godo l’ultima colazione in un clima più tranquillo, le persone che la fanno alle 8,00 sono quello che non hanno fatto bagordi la sera prima, e si vede dalla tranquillità con cui si muovono, come si vede che è domenica mattina, nessuno infatti, pare che abbia qualche tipo di fretta.
Nelle colazioni in albergo generalmente esagero sempre un po’, non riesco a domare le tentazioni della grande offerta che viene proposta, ma chi lo fa davvero, in fondo? Poi so già che stasera, per l’orario di arrivo sarà incentivato il primo digiuno intermittente della settimana che agevolerò con determinazione. Per cui tanto vale abbondare adesso se dopo ce ne priviamo.
Il check-out è alle 9,30, per cui devo sbrigarmi a fare le mie cose.
Stamani dopo la sessione di firme fimo alle 11,30 avrò la foto e l’intervista ufficiale dell’organizzazione, poi sono libero fino alle 16,45, quando un taxi dovrebbe prelevarmi per portarmi all’aeroporto.
Scusatemi adesso, devo iniziare la mia giornata…
Anche oggi sono in anticipo, alle 10,00 gli amici della Cartem non sono ancora arrivati, e allora decido di fare un salto alla guest lounge per vedere chi c’è, anche se ho poco tempo.
Non faccio tempo ad arrivare che mi trovo di fronte WangNing, l’amico cinese con cui ho viaggiato nel suo paese per ben due volte, gli avevo scritto su Facebook in merito ad un suo post, perché lo avevo intravisto due giorni fa senza poterlo salutare. Due convenevoli e due scherzi, con Wang è così, tre parole in croce non ce le fai, poi con le mani mi deve mimare uno dei segni tipici degli italiani e sopra ci stampa una grassa risata. È fatto così, che ci vuoi fare? Lo saluto e torno allo stand, e qui comincio la mia corvée accanto a Juan Mundet, un autore spagnolo che apprezzo molto e ci scattiamo una bella foto insieme.
Comunque, per farla breve, io dovevo terminare la mia sessione di dediche alle 11,30 e mi alzo alle 13,00 senza avere terminato di fare tutte le copie da disegnare, non mi resta che andare nella provvidenziale guest lounge (i tavoli dello spazio ristoro, vista l’ora, sono occupati dalle persone), accompagnato da Elena ed Aimara, sempre gentili e presenti, ed accomodarmi su uno dei comodi divani, anche se devo disegnare sui tavolini da salotto, bassi e scomodi, opto per dediche un po’ più semplici che poi, detto tra noi, tanto più semplici non sono.

Insieme a Mariano Saura, l’autore di Ragnarok.
Termino tutto intorno alle 14,00, finalmente siamo arrivati alla fine, non è stata comunque una fatica, sarà che per me queste occasioni in cui incontro il mio pubblico, che trovo sempre sorridente ed entusiasta, sono un toccasana ed è uno stimolo a continuare quello che faccio, visto che l’energia propulsiva a tratti lascia a desiderare. Mettiamola così, sono occasioni assimilabili ad una piccola ricarica, una sorta di rigeneratore naturale, dove incontro vecchi amici, magari ne faccio di nuovi e, come dice il mio socio: è il mio mondo, e per quanto me ne sento un po’ più distante, rimane lo stagno in cui ho sguazzato per molto tempo, e quelle acque le conosco.
Adesso sì che ho davvero finito, torno allo stand insieme alle due ragazze e saluto tutti, un abbraccio alle ragazze e alla simpatica e sempre sorridente Lia, che mi piace perché sa ridere alle mie battute, anche se non sono sicurissimo che le capisca tutte, ma solo il fatto di assecondarmi o per semplice gentilezza, me la fa letteralmente adorare. Poi una grande abbraccio a Daniel, che a me piace definire un uomo dalla forza tranquilla, sempre sereno, mai alterato o nervoso, ma animato dal coraggio e dall’intraprendenza che un vero imprenditore deve avere. Sono davvero felice di essere entrato in questo gruppo, che apprezza il mio lavoro come io apprezzo il loro.
Mi avvio verso l’albergo che, uscendo dalla porta guest dista davvero pochi minuti dalla fiera, e il tempo è variabile in base al semaforo che può rallentarti se lo trovi rosso, altrimenti è lì, proprio dietro l’angolo.
Appena entrato vado al Simultaneo, il ristorante che mi pare più deserto del solito, e opto per una parte leggermente più popolata di clienti, individuo il tavolo ma mi sento chiamare. È Giulio Macaione, è solo, e mi invita a sedere con lui e mangiare insieme (ci eravamo incontrati poco prima dell’inizio delle dediche), io ho il taxi alle 16,50, lui un ultimo impegno alle 17,00, è tutto perfetto, avremo modo di ingannare meglio il tempo prima della partenza.

Con Giulio Macaione al ristorante dell’Hotel Plaza Catalunya.
Ora, Giulio Macaione è uno di quei giovani talenti che oggi lavorano prevalentemente sui graphic-novel, almeno credevo così, io infatti lo avevo conosciuto su “Scirocco”, un libro che avevo acquistato perché sì, di giovane tendenza, ma almeno disegnato bene. E ricordo mi fosse piaciuto, per quello appena individuato sull’elenco degli ospiti mi ero detto di volerlo conoscere. Ma non fa solo questo, ha lavorato per una serie per libreria per la Bonelli, ha pubblicato in diversi paesi, e con una serie di storie brevi ha vinto addirittura l’Eisner Award per le storie brevi, appunto, e ditemi se è poco.
Con la Bagnarelli che ha realizzato copertine per il New Yorker, Macaione che ti vince un Eisner Award, si può sicuramente dire che abbiamo giovani autori che portano in alto e con onore nel mondo la bandiera del fumetto italiano, al di là dei soliti nomi, che alla fine conosciamo solo noi vecchi bacucchi, (e che magari il mondo giovane ha perfino dimenticato) che spesso snobbiamo, e che magari interpretano il fumetto in modo più innovativo e moderno, e con questo, o proprio per questo, senza conoscerli.
Comunque, dopo questa mia necessaria filippica, mi metto a parlare con lui, e al di là della scoperta che è un ragazzo davvero simpatico e con cui è piacevolissimo conversare, il mio più grande stupore è constatare che non solo abbiamo pensieri simili, ma condividiamo praticamente quasi tutto e, credetemi, trovare coincidenze professionali con un paio di generazioni dopo la mia, oltre che non essere del tutto scontata, mi da un senso rigenerante, anche perché ci scambiamo esperienze personali diverse ma contigue, distanti e vicine allo stesso tempo, perché certe dinamiche non cambiano molto e per combatterle o stigmatizzarle, devono essere condivise.
Un paio d’ore passano così, senza neanche accorgersene, poi ci salutiamo e ognuno va per la propria strada, con la promessa e la speranza di incontrarsi in futuro chissà dove. Mai l’attesa del taxi è passata così velocemente e in modo gradevole.
L’autista si presenta perfino con cinque minuti di anticipo, giusto appena in tempo per essere andato a richiedere il bagaglio che era stato parcheggiato in una stanza, e via per l’aeroporto, che raggiungo in appena quindi i minuti (forse meno), vista la scarsità del traffico.
Il check-in on-line questa volta è stato fatto in tempo da Aimara, ed ho il biglietto sul cellulare, scendo dal taxi mentre parlo con Elena, tranquilla nonostante la sconfitta bruciante di ieri sera, e mi avvio con tutta la tranquillità del mondo diretto verso i nastri di controllo. C’è gente ma tutto scorre tranquillamente, c’è tempo e niente induce allo stress, una situazione ideale.

Il disegno fatto sull’albo d’oro della manifestazione.

Una botta di “nerditudine” davanti ad uno gnomo.
Vado verso le tre opzioni di gate che i pannelli dell’aeroporto El Prat ci indica, ma sono solo un’ipotesi, il gate giusto verrà comunicato novanta minuti prima dell’imbarco, per cui mi siedo nella prima area d’attesa, sfodero cellulare e IPad e comincio a scrivere.
Ne ho di di tasti da battere, e sono ancora qui.
Il volo è in orario, il gate a duecento metri da dove sono seduto, tra tapies roulant e camminata ci arrivo in quattro minuti, e appena arrivato trovo già in colonna i tre gruppi per entrata, in file ordinate. Tutto procede con una tranquillità disarmante, talvolta in certe occasioni va tutto storto e si aggiungono complicazioni a complicazioni, oggi invece, sembra che tutto fili come un orologio, perfino troppo, sembra quasi sospetto, al punto che ti aspetti una sberla da un momento all’altro. Ma non è così. La fila è la 12, in corrispondenza di un’uscita di sicurezza, e quindi con ancora più spazio di fronte è molto comoda, davvero imbarazzante. Sono nel mezzo ai tre posti dell’Airbus della Vueling, ma l’aereo ha molti posti vuoti, per cui mi piazzo perfino vicino al finestrino, che voglio di più?
Si decolla in orario, il tempo è bello, sonnecchio e il tempo passa docile senza sbalzi e l’atterraggio è così morbido quasi da non accorgersene. Una volta atterrati si esce veloci dall’aeromobile, si fluisce con ordine senza bisogno del bus diretti spediti verso l’uscita, e appena arrivato fuori dall’aeroporto trovo un taxi 4390 (non è così scontato, io ho il carnet di questa compagnia, e generalmente nei giorni dove certe positività non si allineano, i primi dieci che arrivano sono dell’altra compagnia la 4242) oggi invece è lì ad aspettarmi quasi l’avessi prenotato. Non solo, se ne esce una tassista carina, gentile, sorridente e perfino elegante, in quello che mi sembra un completo di pantaloni e blazer, come fosse la mia chaffeur personale.
Quasi non sembra vera, a me pare perfino troppo.
Tra quindici giorni dovrò ripartire per un altra manifestazione, ci potrei giurare che in quell’occasione sconterò tutta questa perfezione che oggi ha attraversato questa giornata. A un karma positivo non può che alternarsi un altro di segno opposto, è bene tenerlo presente e presentarsi preparati per la prossima volta, anche se lo so, io a queste cose non sono mai preparato.
Ma oggi, 17 Maggio è andata così, e prendiamola così per com’è venuta.

In posa per la foto ufficiale della manifestazione.
LUNEDÌ 18
Novità della mattina, della serie: quando l’esperienza entra anche nella kabala.
Che vi dicevo ieri sera? Che tutto quello che era andato bene, si sarebbe ripercosso inevitabilmente sui giorni successivi è così, appena svegliato, scopro che proprio oggi (e non il venerdì come da consuetudine), ma come da un normale lunedì vestito di sfiga, ci sarebbe stato uno sciopero dei trasporti, con relative cancellazioni e ritardi dei treni, che vi dicevo?
Lo avevo anticipato, del resto lunghi anni di esperienza sul campo non sono trascorsi invano, il cerchio, che pare equidistante dal centro, nella ruota della fortuna in realtà non lo è, ha i suoi alti e bassi che spesso coincidono più con i secondi che con i primi, e la pratica e la dedizione non fanno altro che confermare. Ad ogni modo, avere un ottimo viaggio di ritorno è pur sempre un bel regalo da accettare.
Oggi come da programma, lezione con i ragazzi di Concepr Art 3, ovvero con una classe di studenti non solo validi, ma di quelle che ti fanno riconciliare con le giovani generazioni: diligenti, curiosi, bravi e attenti di quell’attenzione che non scaturisce di default dalla loro dimensione scolastica, ma direttamente dalla loro genuina curiosità. Avercene.
Ad ogni modo, su un treno ci sono ed è partito allo stesso orario anche se non con la stessa destinazione (si ferma prima).
Ma in qualche modo arriverò.

Souvenirs di Barcellona.
Allora, che altro dire, siamo alle conclusioni finali, la classica linea da tirare al finire di una nuova esperienza e la relativa sintesi conseguente.
L’esperienza è stata, come sempre utile e producente, inutili rammentare che i bagni di folla fanno sempre bene, vedere nello sguardo dei lettori la trepidazione di leggere una nuova storia nell’attesa di un disegno che valorizzi il loro nuovo acquisto, è un toccasana per tutti e in special modo per animali creativi come noi, e soprattutto quando sono mesi che non proviamo certe emozioni.
Poi c’è il viaggio, con il carico di novità ed esperienze che inevitabilmente si porta dietro, il toccare con mano realtà sociali, editoriali e ambientali differenti, e alla fine le nuove conoscenze e le inevitabili connessioni che si creano solo per il fatto di esserci, incrociandosi con gli altri e far combaciare interessi e gusti in un’unica direzione.
Insomma, non possiamo fare a meno di non partecipare a simili eventi che riguardano la nostra sfera professionale, anche per uno come me, che si sente sempre più distante dal mondo che lo ha accudito e vezzeggiato per decenni, ma dal quale non riesce e forse non vuole allontanarsi del tutto.
Ultima cosa, ma non meno importante, la semplice constatazione, per me molto gratificante, che mi capita nei festival ed è l’affetto e la stima sincera del pubblico che apprezza con tale entusiasmo il mio lavoro, e questo in un paese dove sono sbarcata da poco tempo e dove mi si conosce per la mia attività d’autore è davvero molto gratificante, e per finire, ricevere l’apprezzamento spontaneo (spero) di molti colleghi.
Poi due parole sulla Spagna.
Certo, dopo queste premesse positive parlarne troppo bene sembrerebbe ruffiano, ma analizziamo bene alcune cose, in modo analitico e nella maniera più oggettiva possibile.
L’Editore (ed uso la maiuscola per sottolinearne l’importanza), mai, come nelle edizioni spagnole, i miei lavori sono stati valorizzati (non parlo solo di stampa o rilegatura), ma soprattutto di contenuti extra. Per ogni albo, si sono presi spunti dai riferimenti storici, sociali o di costume nascosti nelle pieghe della narrazione, e si sono contestualizzati nella prefazione (basta vedere i volumi storici per le postille e la documentazione relativa), ma su Sabò, ad esempio, che ha un’ ambientazione contemporanea e metropolitana, si è arricchito di studi, schizzi e location. Tutto questo è nel DNA originale della casa editrice, esperta e conosciuta per la realizzazione di fac-simili storici dalla confezione e dai contenuti dei relativi agli originali di riferimento, e che si traduce in un’accurata attenzione proprio al “prodotto editoriale”.
L’aspetto imprenditoriale.
Quando mi venne detto che i diritti dei miei lavori interessavano una casa editrice spagnola, ne fui subito felice. Per anni avevo sperato, invano, di pubblicare in una nazione dove credevo che i miei contenuti potessero interessare (e in effetti non mi sbagliavo), per cui andai subito a digitare Cartem Edizioni, e mi ritrovo di fronte ad un sito con volumoni giganteschi rilegati in pelle, con miniature dalla fattura certosina è un sito classico che incuteva rispetto e devozione.
Inutile dire che rimasi perplesso, non mi sembrava che c’entrasse niente col fumetto. Successivamente scoprii invece il sito Cartem Comics che invece si riferiva a un nuovo mercato (assai diverso) della medesima casa editrice. I volumi erano pochi ma, con fiducia e sperando di avere visto giusto, decisi di investire anch’io su essa, come loro avevano evidentemente fatto con me.
Ho/abbiamo avuto fiducia‘ reciproca, la casa editrice in questi pochi anni è cresciuta a dismisura, e l’offerta editoriale è diventata importante e ricca di grandi nomi: Fernando Fernandez, Manfred Sommer, Alfonso Font, Jordi Bernet, Paco Roca, Hermann, Juan Mundet, Mariano Saura e, alla fine il sottoscritto che, nel suo piccolo non solo è una delle loro prime scelte, ma addirittura gode di una sua personale Collection, che dire di più, se non ricordare che anch’io, dandogli fiducia quando erano solo all’inizio, ho avuto il fiuto del giocatore d’azzardo di quando si fida di un’intuizione e punta tutto su un all-in?
Ma non paghi di questa crescita, per ampliare l’offerta e spingersi in fette di mercato in crescita, quest’anno hanno creato anche la Elephant Book, una costola ulteriore per dare spazio al graphic-novel, format in sviluppo anche qui. Ma non è ancora finita, perché si stanno apprestando anche ad aprirne un’altra collana/edizioni per la pubblicazione di comics americani, insomma, una crescita inarrestabile.
Sintomi di un atteggiamento coraggioso e da veri imprenditori che reinvestono i propri profitti per crescere e ampliare quote di mercato, in un mercato in crescita ma a conti fatti, più piccolo del nostro e che ancora sconta difetti di distribuzione e una massa di lettori ancora non troppo cospicua. Per cui non posso che plaudire alle scelte, le soluzioni e soprattutto il coraggio di Daniel Diez e la sua splendida compagnia.
Ho conosciuto Bianca Bagnarelli, Giulio Macaione, Danicollaterali, Daniele Kong, e Chiara Bombardi con cui spero di avere creato una connessione che porti a sviluppi interessanti, incontrato autori come Jordi Bernet, Alfonso Font, Jordi Zapata, Mariano Saura, Juan Mundet, ho rivisto l’amico WangNing, salutato Enrico Marini, ho sfiorato Manara e con molto rammarico l’amico Ruben Pellejero, che mi aveva contattato per salutarci, Claudio Curcio del Comicon di Napoli, e l’amico Pierre Frigau, il consulente del festival di Illzach per gli autori italiani e che mi ha fatto una sorpresa allo stand.
Insomma, la solita immersione in cui riesco a gestire con la sicurezza di anni di militanza e che, non finisce di rivelarmi sorprese ad esempio con la piacevole conoscenza di giovani talenti, con le loro idee, le loro esperienze e con quel sano pragmatismo che spesso non siamo capaci di riconoscergli, ma che loro non solo hanno, ma che li ha abituati ad essere meno sognatori è molto più pratici di noi, invece abituati a sicurezze che oggi sono effimere e che credevamo inviolabili.
Per finire, sempre parlando con Daniel, mi ricordava il suo impegno e la fatica costante nella promozione dei suoi libri e che lo impegna praticamente quasi ogni fine settimana nelle molte mostre che stanno spuntando sul suolo spagnolo. Ma le loro non sono mostre come lo sono diventate le nostre, che usano il suffisso Comics per raccattare quello che per gli organizzatori è il pubblico dei “ggiovani”, e poi invece sono come “la sagra della porchetta” e se hanno qualche autore di fumetti è solo lì per fare qualche commissions e guadagnare qualche soldo extra, ma per vendere fumetti, questa antica e ormai pratica dimenticata nel nostro paese, ad uso ormai di solo poche grandi manifestazioni, dove gli editori si degnano di muoversi portando i loro libri.
Ora, queste mie parole sono un po’ amare semplicemente perché mentre da un lato vedo un lento deteriorarsi di interesse per l”l’oggetto libro” a favore di un’ elegia del feticismo del disegno, che alla fine non potrà portare che l’inevitabile estinzione editoriale per mancanza di guadagni, mentre dall’altra vedo un interesse e il tentativo di implementare un mercato ancora non sufficientemente grande da garantire una reale autonomia per gli autori, ma il desiderio e le energie per volerlo fare.
Comunque, dopo tanta stanzialità, tra due settimane sarò di nuovo in partenza per Ferney-Voltaire, la splendida cittadina vicina a Ginevra che ha preso il nome del filosofo che ci visse per una ventina d’anni. Un festival dove sono già stato e dove ho dei bei ricordi e che, con stupore, mi ha invitato nonostante siano anni che non pubblico in Francia. Sarà una bella occasione per rivedere gli amici della Mosquito Editions, la storica casa editrice francese che ha pubblicato quasi tutta la mia produzione autoriale alle quale sarò sempre legato da un debito di riconoscenza. Per cui dal silenzio per mesi, vi troverete un altro report a distanza di pochi giorni, della serie quando niente e quando troppo, ma lo sapete, la vita è così.
Perciò, come dicono quelli ganzi e che credono di sapere l’inglese per averlo imparato alla British School: stay tuned!
